Titoli di coda

Ci sono cose che cominciano e finiscono in modo inequivocabile e altre che hanno contorni sfumati e mutevoli. Sicchè, nel voler dare un’età a CasaCautha mi trovo smarrita e indecisa. Quando ciò che non c’era e ora c’è ha cominciato ad esistere? Mentre firmavo un atto dal notaio o quando esploravamo i dintorni  alla ricerca di un pezzo di terra ? Mentre tracciavamo con la matita i contorni del luogo in cui ci sarebbe piaciuto abitare o molto prima quando salutavamo Cautha dal pontile con un groppo allo stomaco ma già l’idea di un futuro diverso? L’inizio sarà stato il primo getto di cemento per il muretto di recinzione o la prima colonna di legno?

È faticoso mettere una bandierina sulla linea del tempo che dica << da qui in poi…>> ed è altrettanto difficile mettere una fine perchè il luogo in cui si vive non è mai cristallizzato nel tempo ma sempre in continua mutazione.

Così lascerò perdere date e anniversari e dirò solo che se da qualche giorno mi sveglio e vivo in un nido profumato di legno non è merito né mio né del tempo. Non ricordo chi si chiedeva perchè mai nei titoli di coda di un film ci fosse un elenco infinito di persone e non fosse dispensato altrettanto onore ad una pagnotta di pane, ma la cosa mi ha sempre fatto sorridere. E se la cosa vale per il pane che dire di una casa? Quindi con l’intento di rendere onore a chi lo merita, in ordine assolutamente casuale citerò nei miei “titoli di coda” con profonda riconoscenza tutte le persone che con il loro lavoro fatto di esperienza, di passione e di fatica hanno permesso ad un’idea di diventare realtà.

Grazie a chi ha guidato la ruspa, a chi ha spostato la terra, a chi ha interrato i tubi, a chi ha segato il legno, a chi ha spostato, unito e incastrato le travi, grazie a chi ci ha regalato idee, a chi ha plasmato il cemento, a chi ha lavorato l’alluminio, a chi ha fatto i calcoli, a chi ha seguito le pratiche, a chi ha fatto gli ordini e, ahimè, mandato le fatture, grazie a chi ha montato gli interruttori, a chi ha imbiancato i muri, a chi ha messo le piastrelle, a chi ha posato il parquet, grazie a chi ha trasportato il materiale, a chi ha organizzato il lavoro, grazie a chi ha costruito la strada e a chi ha montato le grondaie…manovali, artigiani, professionisti, imprenditori…

Avrei voluto avere una foto per ognuno di loro o riuscire a citarli per nome ad uno ad uno ma francamente si è rivelata un’impresa impossibile. Mi sono dovuta accontentare di una trave firmata in ordine casuale, come volutamente casuale è stato questo elenco, perchè il lavoro quando è onesto e sincero non ammette classifiche, ma vive e cresce con l’apporto di ognuno. È solo quando insieme si lavora per uno scopo e ognuno dà il meglio di sé che i sogni possono diventare realtà.

CasaCautha non avrebbe potuto fare a meno di nessuno di loro.

Grazie infinite a tutti! 

Bitume

C’è qualcosa che collega Rue de Berger a Parigi con la piccola cittadina barocca di Ragusa. È un nastro. Non il romantico nastro d’argento della luna sul mare ma un nastro nero, un nastro d’asfalto.

Siamo nella prima metà dell’Ottocento e la pietra pece, la roccia calcarea nera, tenera ed impregnata d’asfalto su cui è costruita la città sta conquistando non solo Parigi ma le strade di tutta Europa. Ragusa diventa presto un luogo di picconatori e cavatori (picialuori) e nel secolo successivo l’asfalto ragusano farà il giro del mondo.

foto tratta da terraiblea.it

Dai tempi di picconi, carri, ferrovie, miniere e minatori (increduli che a qualcuno potessero servire quei sassi neri…) fino agli escavatori, esplosivi, altiforni e autocarri della grande e sicilianissima azienda di Antonio Ancione, il bitume segna un’ epoca. Ma nulla è per sempre e così, inevitabilmente, cambiano i tempi, i materiali, le esigenze… il progresso miete le sue vittime e le relega nell’oblio.

Fortunatamente le memorie non sempre svaniscono nel nulla. Questa volta a scrollarsi di dosso la polvere del tempo è proprio l’ex fabbrica Ancione, rinata come “Bitume”, una mostra d’arte, un museo di archeologia industriale, una narrazione di luoghi e di emozioni.

Dal passato riemergono gli edifici colonizzati dalla ruggine, le strade condivise con le erbe spontanee, i macchinari polverosi e sonnolenti e in mezzo a tutto questo linee, forme, colori, vuoti, sguardi… le emozioni di trenta artisti fissate sui muri.

Una splendida idea per gestire un luogo altrimenti abbandonato, un modo inusuale e romantico per ricordare il passato, per unire arte, industria, storia e per rendere onore alla “petra pici” e agli uomini che ne hanno fatto strade, lavoro e infine sogni.

Lo strillone

Disegno tratto da Internet

Giangianni lo strillone lavora in un rione

di gente allegra e onesta che ogni dì lui desta

gridando con dovizia del giorno la notizia.

Ragazzi state attenti, ci sono delinquenti

che giran smascherati, correndo lungo i prati

Marisa al terzo piano si fa prender la mano:

non ha più altro in mente che fuggir dalla gente.

Pensa a una vita dura e muore di paura.

Continua lo strillone, usando il suo vocione

È questione di poco e avremo il coprifuoco”

-Oddio, ma siamo in guerra! grida la sora Lella

Si chiude dentro a chiave: la situazione è grave!

Pensa a una vita dura e muore di paura.

Continua lo strillone per le vie del rione

Questa è la nuova peste, previsioni funeste

Attilio sul terrazzo s’agita come un pazzo

Non sa che cosa fare, resta lì ad aspettare.

Pensa a una vita dura e muore di paura.

Ma Jo, del primo piano, sorride a tutto spiano

si veste allegramente ed esce tra la gente

gli riesce di sognare, sorridere e viaggiare.

Sarà un originale? Uno strano animale?

Niente di tutto ciò. Fortuna? Forse un po’…

Di vita è ancora ingordo

soltanto perché è… sordo.

PS. La storia è inventata, i personaggi casuali

ma, ahimè, così non è per i titoli dei giornali.

Anniversari

Da qualche parte il sole sta tramontando. Non qui. Ma sopra alle nostre teste il cielo ingombro di nuvole rosa ne è testimone. Lo Stretto è tranquillo come di rado accade. Scilla e Cariddi sono in pace e sulle rive cominciano ad accendersi le prime luci.

È passato un anno da quando Cautha ha lasciato gli ormeggi e da allora non abbiamo avuto più occasione di salire su una barca. Fino ad ora.

Il traghetto che ci porta sulle rive calabre è  meno suggestivo e decisamente più rumoroso ma è pur sempre un mezzo sulle onde del mare. È strano. Prima di vivere da “barcaiola” la terra vista dall’acqua era un’affascinante sorpresa da turisti. Adesso lasciare la riva è un po’ come per chi parla due lingue cambiare idioma. Il mare è un luogo conosciuto, denso di ricordi, un mondo di cui conosco le regole e rispetto i limiti. Sono ospite su un’ imbarcazione che non mi appartiene, estranea e sconosciuta ma in qualche modo sono comunque in un territorio noto, a casa. Posso godere del volo dei gabbiani, del moto delle onde, dell’ orizzonte senza confini con una sensibilità  che non avrei mai avuto senza i cinque anni sulla mia casa galleggiante.

Così, affacciata al parapetto in compagnia del vento, non ho rimpianti né struggente nostalgia ma invece una profonda ed emozionante riconoscenza per ciò che ho vissuto e imparato, per aver avuto il privilegio di sbirciare nell’anima del mare e per la certezza che tutto ciò mi apparterrà per sempre.

Armonie

La finestra è socchiusa. Al di là, il verde dei pini e le montagne. Una vecchia chitarra appesa al chiodo riempie il vuoto tra i vetri e il muro. Ed ecco che, per un attimo, il vento si intrufola all’interno e solletica le corde del vecchio strumento. Un morbido e vibrante suono si diffonde tra i liuti e gli antichi strumenti ammonticchiati nel laboratorio.

“Fortuna che siete riusciti a sentirlo” ci dice il Maestro, accompagnandoci alla porta…

Così, col fascino di un incipit, si conclude la nostra visita alla “Casa della musica e della liuteria medievale” di Randazzo. Un nome che sa di museo e che così poco a che fare con ciò che la piccola porta di legno nasconde. La casa del Maestro Severini è come la tana del coniglio della curiosa Alice. Chi entra lascia il proprio tempo per immergersi nelle parole e nei suoni di un passato che parte dai flauti ossei e i papaveri vibranti per finire tra le corde di liuti e ghironde. Un patrimonio di strumenti e conoscenze incredibili. Una storia raccontata col tono suadente delle favole e le conoscenze di una vita al servizio della propria passione.

Ascoltare il Maestro è una continua sorpresa e un piacere profondo per chiunque. Ma, oltre a tutto ciò, al di là degli incredibili strumenti, delle note antiche del canto, dell’ammirazione sconfinata per l’arte liutaria, presente e forte è la certezza che l’uomo da sempre abbia avuto bisogno di un riparo, di cibo, di acqua e…di musica. Dalle prime percussioni, alla moderna musica liquida, dall’oriente all’occidente, sempre e da sempre il bisogno di suonare è stato prepotente e indiscutibile. I nostri lontanissimi antenati, impegnati con tutte le loro forze a sopravvivere hanno sentito il bisogno di soffiare in un corno d’ariete diventando vibrazioni ed onde, in sintonia coi suoni del loro mondo.

La cosa sfugge alla mia logica ma in questa piccola e magica casa finisce con l’apparire ovvia. Così, quando la porta si chiude alle nostre spalle, ciò che più mi resta è una timida e speranzosa sensazione che sia l’armonia, a dispetto di tutto, a governare il mondo…

Se vuoi scovare i segreti dell’ Universo pensa in termini di energie, frequenze e vibrazioni (N.Tesla)

Pop up

La traduzione letterale di pop up è “saltar fuori”, “apparire” e, fino ad ora, era sempre stata legata a quegli splendidi libri animati per bambini che, semplicemente girando pagina, trasformano disegni piatti e bidimensionali in scenografie a tre dimensioni. In questi giorni, però, come in un’avventura di Gulliver, il libro ha preso le dimensioni della nostra futura casa.

Nel terreno, diventato nel mio immaginario pagina, pennellata dal grigio del cemento, è apparso, in un soffio di tempo, tutt’altro.

Travi di legno, apparentemente inermi, come giganteschi stuzzicadenti, si sono svegliate dal loro orizzontale torpore per diventare colonne di un inusuale tempio moderno.

Altre travi si sono aggiunte e, come per miracolo, sono scivolate le une sulle altre, incastrandosi, unendosi, dando vita a strutture fino ad un attimo prima impensabili.

Così, unendo i puntini, legno con legno, numero con numero, come in una macroscopica settimana enigmistica sono apparsi un tetto, un pavimento… l’embrione di CasaCautha.

Ed è proprio il caso di parlare di embrione perchè, pur essendo materia inanimata, questa casa è cresciuta, come un bambino e ancora crescerà sotto le mani laboriose di chi, con perizia ed esperienza sa cosa fare per trasformare le cose e dar loro nuova vita. Finché un giorno, forse più vicino di quel che penso, sarà finita e nasconderà soltanto al suo interno e nella nostra memoria ciò di cui è fatta. Per tutti gli altri, per quelli che, dopo qualche tempo ripasseranno di qui sarà un gigantesco e affascinante pop up, “saltato fuori” e “apparso” per magia, dall’oggi al domani, su una pennellata di grigio cemento.

Il giro del mondo in 8o minuti

Il cartello è ufficialmente un cartello stradale ma sotto alla dicitura “strada panoramica” spunta un inedito “non usare la strada come circuito”. In effetti la strada Mareneve che collega, come il nome lascia intuire, il mare dello stretto di Messina con le vette innevate dell’Etna è un vero e proprio circuito che farebbe la gioia di ogni motociclista. Curvoni, tornanti, asfalto “buono” e, di contorno, paesaggi atti a deliziare l’eventuale passeggero…

La moto non l’abbiamo più da tempo e le nostre quattro ruote ci impediscono sprazzi sportivi ma “niente ci fa”, come dicono qui, perché possiamo concentrarci meglio sul panorama. Ed è qui che si cela il miracolo.

Un miracolo che è un po’ la sintesi dell’isola, capace di spaziare nell’arco di pochi chilometri tra ambienti completamente diversi. Così, memori di Verne e degli sbalzi spazio-temporali della più moderna fantascienza, in un’ottantina di minuti passiamo dalle vette ferite dai crateri e ingombre di lava,

alle pinete fitte e ombrose, dove svettano pini, segnati dalle cicatrici dei raccoglitori di resina di un tempo.

Scendiamo giù fino ai boschi di querce e, ancora più in basso tra le verdeggianti colline dove abbondano aranceti e vigneti

fino a raggiungere la distesa blu del mare.

Una specie di viaggio che, in qualche modo, coniuga la serenità delle verdi colline toscane con l’austera bellezza delle Alpi perché dietro ad ogni curva, ad ogni cambio d’altitudine appare un mondo diverso, per colore, per calore, per linee e luci. Uno spettacolo! E uno dei motivi per cui abbiamo deciso di mettere radici in quest’isola: un luogo che non è mai uno ma ne nasconde altri mille.

…È in Sicilia che si trova la chiave di tutto […] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita“ (Goethe)

 

Floristella

“Non sono un essere silvestre!”. 

Sto percorrendo un sentiero deserto ed è questo che penso mentre un gregge solitario viene annunciato da un flebile scampanellio facendomi trasalire. Anche un trio di cornacchie è colto di sorpresa e si alza in volo, gracchiando tra gli alberi; un’alta raffica di vento ne muove le cime, come a comando, per un breve ed intenso istante.

La mia appartenenza al genere umano è evidente quando passeggio nei boschi. Sono luoghi che adoro ma nei quali non posso esimermi dal sentirmi straniera e quindi guardinga. E dire che questo parco è intriso di testimonianze umane. Siamo nel parco minerario Floristella, uno dei più importanti esempi di archeologia industriale del mezzogiorno.

Qua, nascoste e in disuso, si insinuano nel terreno vecchie miniere di zolfo, attive dalla fine del settecento fino al 1986. Nei giorni feriali una guida accompagna i visitatori ma è domenica, non c’è nessuno e per ricostruire quei tempi possiamo far affidamento solo su vecchie foto e sui resti delle strutture mangiate dalla ruggine e dal tempo.

Sulla collina, fuori dal bosco, si staglia palazzo Pennisi, la residenza dei padroni, monumento alle enormi disparità sociali del tempo.

Costruito in posizione dominante per tenere sotto controllo i minatori in caso di rivolta, aveva feritoie per le armi e passaggi segreti per fuggire a valle. Proprio lì accanto ciò che resta di un pozzo d’estrazione: la torre che si erge come un faro sulla valle, binari che muoiono nell’erba, carrelli arruginiti.

Non è difficile immaginarsi la vita, la fatica, i rumori che riempivano questi luoghi; la presenza dell’uomo è dietro ogni angolo e li circonda di un fascino inusuale.

Quando lasciamo il palazzo ai suoi ricordi solitari e torniamo sui nostri passi, verso i tavoli da picnic e il moderno edificio del museo non lasciamo solo alberi, sentieri, rovine, ma anche un mondo sotterraneo, invisibile agli occhi ma vistosamente presente nell’anima di chiunque si trovi a varcarne i confini.

 

Festa di compleanno

Un terzetto di chitarra, armonica e voce intona il tema del mitico “Lo chiamavano Trinità”.

La festeggiata se lo gode in prima fila. Il suo nome non tutti lo sanno e chi lo sa a volte lo dimentica perché lei è per tutti La Nonna. Seduta nella sua sedia, in veranda, osserva e saluta e chiacchiera con la variopinta umanità che le passa accanto. Vive in quello che sulla carta è semplicemente un b&b ma, che, in realtà, è un porto sicuro in cui approdano familiari, ospiti, amici, amici di amici, viandanti e sconosciuti. E per chiunque, da qualunque parte del mondo venga, lei, in un attimo, diventa La Nonna, una gentile signora che condivide col protagonista del suo film preferito l’ironia e la forza.

Una forza e un’ironia che la vita ha messo a dura prova. Così racconta… di una sposa bambina a cui a sedici anni hanno strappato l’infanzia, di una madre con vent’anni e quattro figli da cullare, di una ragazzina accanto ad un uomo che non meritava questo nome e poi di una guerra a cui sopravvivere. Anni che si sono sommati agli anni con gioie e dolori e, nel crepuscolo della vita, ancora nemici, travestiti da malattie importanti da sconfiggere… Ma, mentre racconta, in mezzo a tutto ciò, in questo scorrere di eventi, un gesto si ripete, un gesto che ricorda antichi guerrieri ” …quando arrivavano i problemi, io facevo così …” e si batte la mano sul petto ” …vediamo adesso chi la vince…”

Con questo spirito sono trascorse novanta primavere e così, adesso, nel giorno del suo compleanno, non sarà lei a dover ringraziare per gli auguri ricevuti ma saremo noi tutti a doverle riconoscenza.

Grazie Nonna!

Grazie per ricordarci che gli anni non sono scritti sul volto ma nel cuore. Grazie per ammonirci che la qualità della vita non è data da ciò che si incontra sulla propria strada ma da come lo si affronta e grazie ancora per non farci dimenticare che, come disse meravigliosamente Edgard Lee Masters

Ci vuole vita per amare la Vita.

È una vita meravigliosa

Ci sono paesaggi che trafiggono lo sguardo e altri che trafiggono l’anima. Quello che si gode risalendo le pendici dell’Etna appartiene a questi ultimi. Ma non è la bellezza, pur intensissima, a lasciare senza fiato. Salendo lentamente tra i tornanti il respiro è lento, la mente quieta, cullata dal pantone verde delle foreste, dal mare all’orizzonte, dagli occhi languidi disegnati sul tronco delle betulle,

Ma poi, improvviso e repentino, appare l’ammasso aggrovigliato, nero ed appuntito delle colate, uno scorcio più d’inferno che di paradiso, magnifico, potente e oscuro. Ed è in questo confine naturale mutevole e incostante, in questo scenario che cambia inaspettatamente, come le quinte di un teatro, che il respiro si arresta e l’emozione vira dalla quiete ad una sottile inquietudine.

 Il rifugio Citelli è immerso in tutto questo. Ora purtroppo è chiuso per cause a tutti noi fin troppo note ma resta un ottimo punto di partenza per i tanti sentieri che si dipanano sul versante Nord Est dell’Etna.

Quello che, domenica mattina, dopo una notte tranquilla e silenziosa, decidiamo di affrontare ricalca le orme di un vecchio sentiero pastorale, attraversa boschi di betulle e larici e costeggia radure piene di ginestre, camomilla e cuscini di astragalo.

Su di esso troneggiano i monti Sartorios, creati da un’eruzione di metà ottocento, durata la bellezza di sei mesi, da gennaio a giugno. La deviazione per raggiungere la vetta, (figlia non di volontà ma di errore di orientamento…) vale la fatica perché la vista sulle pendici e sullo stretto è fantastica. E, al nostro arrivo, quasi a voler sottolineare il nostro sforzo, dalle profondità del vulcano risalgono tre sordi boati di soddisfazione.

Ritornati in carreggiata e concluso il percorso torniamo sui nostri passi e, giunti alla “base”troviamo davanti al rifugio il gestore che, con meticolosa calma, passa l’impregnante sullo steccato di legno. Naturalmente non posso esimermi dallo scambiare quattro chiacchiere. Così vengo messa al corrente della sua speranza di riaprire a luglio, degli otto anni trascorsi qui e del giusto orgoglio di aver dato nuova vita a questo luogo, vecchio rifugio CAI prima dimenticato. Alla fine, provocato dal mio “ …certo vivi in un gran bel posto…” mi offre una chiusa perfetta. Senza interrompere il suo ritmico lavoro semplicemente risponde: “ È una vita meravigliosa!”.

Immaginazione

C’era silenzio nelle strade e nelle piazze, solo qualche sporadico scoppiettio di marmitte, niente scalpiccio di piedi frettolosi, né frenate d’autobus, né stridore di macchinari industriali. Fabbriche chiuse, locali chiusi, scuole chiuse. Era il momento della quiete, una pacata quiete. E il mondo aveva abbassato le difese. il mare era una tavola, il vento una brezza leggera e le nuvole piccoli sbuffi bianchi. Ma poi è tornato il rumore di fondo e il mondo si è risvegliato e si è rimesso in guardia, teso, attento a percepire pericoli e a sfuggirli. Così le raffiche di vento hanno fatto la voce grossa, le nuvole si sono colorate di nero e le onde che si ingrossano e si frangono hanno cercato di urlare più forte di tutti noi…

Ecco, questa è la forma di immaginazione che mi è più familiare, quella che mi fa trovare improbabili nessi tra un whatsapp di un caro amico

e un articolo dell’Ansa,

quella che mi fa leggere sempre e quasi qualunque cosa e quella per la quale mi trovo a mio agio ai confini della realtà (…luogo ben conosciuto dalla mitica serie anni 60…).

In questa fase di riapertura del mondo anche il nostro piccolo cantiere è ripartito. Sul terreno è cresciuto un contorno di legno. Chi ha tagliato e misurato e unito le tavole di legno vede pareti, pavimenti, luci che si accendono dove io non vedo nulla.

Gli uomini che sulla ruspa scavano buchi, perforano rocce, interrano cisterne vedono acqua scorrere, rubinetti, bagni, giardini irrigati e bambini che si lavano le mani dove io vedo solo giganteschi ed inquietanti cilindri di cemento. Hanno occhi aperti dove io brancolo nel buio e pianificano cose che io non so nemmeno immaginare.

Ogni falegname, artigiano, manovale, muratore è un artefice del futuro, un futuro che deve vedere per poterlo creare. Se la mia immaginazione può farmi viaggiare in mondi lontani la loro immaginazione ha i piedi ben piantati per terra ma è proprio questa concreta e meccanica fantasia ad avere un potere straordinario : quello di costruire niente di meno che la mia futura realtà.

C’era una volta un piccolo indiano.

Grazie al Sig. Jonathan per lo scatto.

Il piccolo indiano respirava a pieni polmoni. Era la prima volta da quando era nato. Le strade si aprivano dinanzi a lui vuote e silenziose. La coltre di fumo che ogni giorno gli faceva lacrimare gli occhi era scomparsa e poteva vedere il Taj Mahal come mai l’aveva visto: limpido e chiaro. Gli avevano detto che da Jalandhar si potevano vedere le vette dell’Himalaya, bianche di neve. Gli sarebbe piaciuto andare a guardare. Nessuno che lui conoscesse aveva mai visto nulla più di un orizzonte di pulviscolo informe, grigio fumo. Ma il piccolo indiano aveva paura. Molti dicevano che presto sarebbe tornato tutto come prima…

Non preoccuparti piccolo indiano. Non sarà così. Gli esseri umani imparano dai propri errori. Vedrai, le fabbriche che controllano la febbre ai loro operai controlleranno anche quella delle loro ciminiere e l’impatto ambientale dei loro stabilimenti ; il traffico diminuirà, le auto saranno a idrogeno, la gente camminerà, pedalerà, felice di muoversi in un mondo pulito; i governi si occuperanno di scuola e di salute, ignorando gli armamenti perché l’uomo ha capito che la morte non si sconfigge con un fucile ma con scienza e futuro; i medici e gli scienziati insegneranno agli uomini come vivere in salute, da giovani e da vecchi, perché ora sanno che la vera vittoria non è guarire ma non ammalarsi; i campi non saranno più irrorati di veleni e i mass media useranno la loro forza di persuasione , così potente che ha potuto terrorizzare il mondo intero, per diffondere ideali di libertà e di cooperazione; le forze dell’ordine che hanno sperimentato la loro efficacia nell’esigere il rispetto delle norme, continueranno il loro lavoro di controllo e saranno zelanti e intransigenti con chi lascia rifiuti per strada, getta plastica in mare, maltratta donne e bambini…; caleranno i consumi inutili, gli uomini sceglieranno di vivere in luoghi e con persone che amano non in dormitori dai quali si vuole solo fuggire e i social, che tanto hanno fatto loro compagnia, saranno accantonati e ignorati appena potranno di nuovo guardarsi negli occhi e abbracciarsi…

Ma il piccolo indiano non è tranquillo. Non può esserlo perché non esiste, è il personaggio di una favola ma la sua vita è vera. In India in un anno muoiono 2,3 milioni (MILIONI) di persone per inquinamento( cit. Internazionale ), non perché siano malate ma perché mangiano e respirano. Il virus non riuscirà a fare altrettanto…ma ci ha mostrato molto…le promesse al piccolo indiano potrebbero…dovrebbero… essere mantenute.

Il condizionale è d’obbligo perché se la vita vince sempre, noi potremmo non esserne all’altezza e questo verbo che prevede un futuro e il suo esatto contrario racchiude tutte le mie disillusioni e le mie speranze.

Fine della favola: e vissero tutti……………….

Rime

È tutto cominciato questa mattina, quando una insidiosa voglia di cappuccio e brioche si è insinuata nella mia mente a dispetto della consueta censura razionale che applico ormai in automatico. A peggiorare le cose questo insano pensiero è giunto mentre ero immersa nella lettura di un articolo sul grandissimo Gianni Rodari, di cui si ricordava la scomparsa proprio ieri. Unite le due cose, per quanto distanti, e otterrete una me che invece di dare i numeri dà…le rime. La quarantena comincia a fare i primi danni…

È triste il verbo andare: insieme a passeggiare e correre e giocare, nascosto dalla sabbia, dormicchia in riva al mare.

Tra dondoli e altalene, nei parchi cittadini, aspetta dei bambini.

Aspetta lunghi viaggi, aspetta degli abbracci

Pregusta un caffettino al bar del signor Gino

Ha voglia di lontano, tenendosi per mano

Ricorda incontri e posti, palesi e non nascosti…

È triste il verbo andare, è solo e può sognare: un sogno senza età, chiamato libertà.

Il cielo dei cieli di marzo

Ed eccoci. Marzo è finito e il mondo è ancora chiuso. Chiuso per le famiglie che stanno scoprendo quante cose meravigliose possono fare insieme e per quelle che la convivenza forzata sta sgretolando, attimo dopo attimo. Chiuso per chi conta le ore, giorno dopo giorno, nutrendosi di notizie e di amarezza e per chi, nella noia, ha riscoperto passioni che non avrebbe mai dovuto dimenticare. Chiuso per chi, occupato in mille attività, a sera, scopre che il giorno non gli è bastato per tutto e per chi, sopraffatto dal tempo libero, a sera, ringrazia che il giorno sia passato. Chiuso per chi in casa si sente protetto e per chi si sente in gabbia. Chiuso per i fidanzati tormentati dal bisogno di stare vicini e per quelli lieti di stare lontani. Chiuso per chi può godere del sole e del mare all’orizzonte e per chi all’orizzonte vede solo una finestra e un muro e un asfittico albero di città. Chiuso per chi ama andare e per chi ama restare, per chi anela la compagnia e per chi cerca la solitudine. Chiuso per gli estroversi e per i timidi, per gli sportivi e per i pigri, per gli ottimisti e per i depressi, per i giovani e per i vecchi… Chiuso.

Ma, se la terra è chiusa, il cielo è sempre aperto e tanti fra voi mi hanno mandato i loro frammenti d’azzurro. Diversi, come diversi siamo tutti ma in fondo simili, come simili siamo tutti. Così, “rubando” uno slogan che era appeso alla coda di un aquilone, e aspettando di poter scegliere di nuovo sulla terra “cosa”, “dove”, “quando” e “con chi”, vi ringrazio davvero di cuore e vi lascio con uno sguardo sul cielo…il cielo dei cieli di marzo.

Collage created using TurboCollage software from http://www.TurboCollage.com

Fantascienza

Mi chiudo la porta alle spalle. I gatti restano imperturbati, sollevano soltanto lo sguardo per un attimo. Persino gli uccelli, notoriamente timidi e timorosi, si spostano appena dal marciapiede che da qualche giorno hanno conquistato. Le strade sono deserte, le case chiuse, il mare e gli alberi in fiore cercano invano spettatori.

In piazza, sette, otto persone stazionano davanti alla bottega che li fa entrare uno alla volta. Si conoscono tutti e si salutano ma i sorrisi sono celati dalla mascherina sanitaria  che hanno sul volto e i consueti gesti di avvicinamento sono sostituiti da un piccolo ma percettibile passo indietro nel rivolgere la parola a chicchessia. La filiale della banca del paese è vuota e silenziosa. La cassiera batte sui tasti del computer con i guanti blu che le impacciano i movimenti. Protetta dal vetro, lascia trasparire una professionale cordialità solo dal tono della voce perché il volto è quasi del tutto nascosto dalla maschera e dai capelli biondo miele che le cadono sulle guance.

Solo un mese fa tutto ciò sarebbe stato l’incipit perfetto di un racconto di fantascienza, adesso è quasi consueto. L’uomo ha dimostrato di abituarsi a tutto. Si è abituato a respirare monossido di carbonio, a mangiare cibo insapore, a conoscersi e a lasciarsi tramite whatsapp, ad ignorare il tramonto invidiando quello postato sui social…Potrebbe abituarsi anche a questo? Potrebbe continuare ad aver paura degli altri? Potrebbe, alla fine, trovar conforto in una solitudine asettica, confortata da un universo virtuale? 

La cassiera mi passa il foglio per la firma. Sulla sommità del capo la ricrescita di capelli grigi è ampia e ben visibile. Un simbolo della nostra sudditanza all’apparenza ma, in questo  momento, mi apre il cuore perché è la prova evidente (anche se ridicola e squisitamente femminile) che questo esistere attuale è subìto e forzato.

Quando tutto sarà finito potremo tornare ad essere quello che siamo. E speriamo, allora, di ricordarci che i nostri occhi ci servono per guardare lontano, oltre i nostri quattro muri, le mani per stringerne altre, la voce per cantare in coro e il tempo per goderne insieme, senza frenesia, con profondo, rinnovato e, magari, aumentato rispetto per il mondo che ci circonda.

Frammenti del cielo di marzo

I primi frammenti di cielo sono arrivati. Sono arrivati da amici di lunga data e da amici “sconosciuti”, da luoghi vicini e lontani. Sono arrivati tramonti ed albe, arcobaleni, fiori e nuvole, cieli di città e cieli di campagna e, prima che marzo finisca, chissà quanti altri ancora…

Su Instagram (cauthabook) li troverete ad uno ad uno, con i nomi degli autori e il luogo dello scatto, ma qui, in onore di antiche e…scolastiche memorie appariranno soltanto ogni tanto: un collage in via di costruzione da appendere in un’altrettanto virtuale parete. Quello che segue è il primo.

Grazie di cuore a tutti!

Doveva essere il cielo di marzo.

La natura è meravigliosa e beffarda. In questi giorni di incertezza e timori, di fragili attese, di strade vuote e città fantasma, il  cielo è un velo azzurro senza nubi, il mare sembra una tavola, il vento è teso e leggero e i prati traboccano di fiori. La bellezza esiste e resiste a dispetto delle circostanze e noi, al suo confronto, non possiamo che sentirci piccoli, incompleti e vulnerabili.

Ma proprio mentre penso a tutto questo, tra fogli e foglietti che in questi giorni casalinghi vivono momenti di gloria e trovano un ordine e un posto, mi trovo a rileggere un mio quaderno di appunti e tra gli altri…

…Noi siamo fatti della stessa polvere di stelle di cui sono fatte le cose e sia quando siamo immersi nel dolore sia quando ridiamo e risplende la gioia non facciamo che essere quello che non possiamo che essere: una parte del nostro mondo… (Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica)

Ed ecco che tutto cambia! Se il nostro essere più profondo vibra come le onde del mare o come il frusciare del vento tra i rami, se in qualche modo siamo frammenti di universo,  allora siamo sì piccoli e indifesi ma anche parte di un tutto e in quanto tali non possiamo che condividerne l’armonia e la forza. Apparteniamo alla bellezza dell’universo e, citando liberamente Dostoevskij,  la bellezza salverà il mondo.

Così, questo articolo, nato per la consueta “rubrica” dei Cieli, non si concluderà con un’ immagine ma con un invito: alzate lo sguardo e mandatemi i vostri frammenti di cielo. Col telefono, con la macchina fotografica, come, dove e quando volete, mandatemi il vostro cielo. Per mail (cauthabook@gmail.com) o su whatsapp (340-3317822). Se vi va  aggiungete il nome e il luogo. Posterò le foto che arriveranno sul blog e su Instagram (cauthabook) e questo mese, per merito vostro, il cielo sarà (come sempre) unico e ovunque ma, (come sempre) frutto di piccoli ed essenziali frammenti: un cielo di cieli!

Confini

Chi va per mare ha il privilegio di attraversare i confini con ritmi così lenti da accorgersi in modo inequivocabile della loro esistenza fittizia: mentre il gps disegna la prua della barca a cavallo di una linea immaginaria il cielo resta lo stesso, uguali le condizioni meteo, il vento, il colore dell’acqua , il moto delle onde. Tutto è immutato e continua a dipanare il suo tempo secondo il suo personale ritmo. La verità è che la natura è completamente ignara dell’esistenza del nostro planisfero, colorato come il vestito d’Arlecchino e, nel bene e nel male, non ha confini.

Nel nostro terreno non è cambiato nulla da una settimana a questa parte. Immagino che il vento soffi sempre nello stesso modo e che i lombrichi, gli uccelli e i semi di piante selvatiche continuino la loro vita come sempre. Ma attorno ai suoi quattro lati è cresciuto un muretto di cinta, un confine artificiale. Gli operai hanno sistemato assi, travi e chiodi per dare un contenitore al cemento liquido che sarebbe sgorgato da un ennesimo dinosauro meccanico, come quando si rovescia l’impasto della ciambella nello stampo.

Poi il tempo ha fatto il resto. La grigia fanghiglia è diventata un solido muro sopra il quale, a breve, si appoggerà una rete in attesa di essere coperta da rampicanti.

La recinzione è fatta. E se, come è vero, recingere vuol dire circondare, allora preferisco pensare a questi muri non come ad un confine formale ma come ad un abbraccio attorno a quel che verrà e di cui avrò il piacere e il dovere di occuparmi.

Cielo di febbraio

Febbraio, il mese più corto dell’anno, anche quando ha 29 giorni. Il mese del Carnevale, storicamente l’elogio dei contrari, l’abolizione dei divieti, la festa delle finzioni e dei desideri se ci si traveste per essere altro e mostrare o nascondere, finalmente, qualcosa di se stessi.

Di tutto questo sono rimasti solo colori e bimbi mascherati. La festa del paese mette in piazza giocolieri così alle prime armi che fanno quasi tenerezza. Qualcuno veste la balena da Arlecchino e i ragazzini ricoprono le strade di coriandoli e stelle filanti.

Lontano, ma non così tanto, dalle celebrazioni degli uomini, anche i campi e i prati si vestono di coriandoli.

Rossi,

gialli,

multicolori.

Sopra ai tappeti colorati, solitari o a filari, i mandorli, fino a poco fa lignei ed anonimi, esplodono di coriandoli rosa e bianchi.

Ed eccolo lì, tra i loro petali, a riempire i vuoti tra fiore e fiore, tra ramo e ramo, come fosse stato lui a lasciar impigliare quelle nuvole colorate tra i rami, fa capolino, ambasciatore di speranza e primavera, il cielo di febbraio.

Foto di Rossella (Mandorla Kuva)

Terra e macchine

..L’ escavatore sembrava starsene accovacciato in mezzo a tutte le altre macchine, con la sua grande massa che incombeva su di esse, il braccio abbassato e il suo mento di ferro al suolo, come un grande dinosauro stanco… (T.Sturgeon)

Le macchine sono arrivate al terreno prima di noi e quando siamo arrivati stavano già lavorando. Mastodonti di ferro obbedienti e sottomessi agli ordini dell’uomo. Nulla a che vedere col racconto citato, in cui le cose non vanno proprio così ma, fortunatamente, quella era solo splendida e fervida fantasia di un grande scrittore. Qui le cose erano diverse e tutti stavano facendo il loro dovere. L’ escavatore scavava il terreno togliendo erba, sassi e tutto ciò che incontrava nel suo cammino. Poi, con la sua mano potente, lo posava sui camion che avrebbero trasportato via l’eccesso. A mano a mano il mare d’erba lasciava spazio alla roccia calcarea e al terreno pulito e nuovo, come appena nato.

C’è una certa dose di tristezza e una certa dose di grandiosità e di potenza nel trasformare un terreno affollato e incolto in una distesa pianeggiante e solitaria. Era quasi il tramonto quando le macchine se ne sono andate, docili, con gli uomini che le comandano.

Ora il nostro scampolo di terra sembra molto più grande ed è pronto per accogliere ciò che verrà, ma gli uccelli, volando indispettiti ovunque, si lamentano del cibo che gli abbiamo tolto. Non hanno di che preoccuparsi: mi farò perdonare. Un piccolo mandorlo, cresciuto a ridosso del muro di confine, è il testimone fiorito e indenne di ciò che è stato e, mentre il sole si tuffa nel mare, io aspetto con ansia di cominciare ciò che sarà.

Alla via così