Il privilegio d’invecchiare

Un po’ di giorni fa leggevo, assolutamente per caso, che la Regina Elisabetta ha rifiutato il premio “anziana dell’anno” perchè, per dirla con le sue parole “vecchio è, chi vecchio si sente” e lei… non si sentiva. 

Ora, ci sono parole che nel tempo e per scopi diversi hanno cambiato, per così dire, colore. I temporali sono diventati cicloni, il maltempo nubifragi, i bambini molto vivaci sono alunni affetti da ADHD, i sintomi di qualunque malattia un presagio mortale. Ebbene, in questo contesto dedito all’amplificazione della realtà e alla negazione delle ombre, la Regina Elisabetta sembrerebbe aver ragione. Perchè un vecchio è, per definizione corrente, un malato, stanco, incapace, inutile personaggio.

Il caso vuole, però, che la sottoscritta abbia appena compiuto 60 anni, data a partire dalla quale sembrerebbe cominciare, secondo le comuni classificazioni, la famigerata vecchiaia. Non nego che la cifra tonda faccia un certo effetto, aggravato dall’opinione comune che mi vorrebbe preoccupata delle rughe e dei controlli mensili del colesterolo ma con i capelli neri da adolescente, in lotta strenua e vana per far girare le lancette del tempo al contrario, o perlomeno per fermarle. Ma, fortunatamente, il tempo e il suo trascorrere sono una splendida realtà soggettiva che, lungi dall’essere una maledizione, sono per me una sfida e un privilegio.

Se non sono più una ragazzetta impaurita che non osa esprimere la propria opinione, lo devo al tempo. Se sono orgogliosa delle mie figlie e non mi chiedo più che donne saranno, perchè già lo so, lo devo agli anni che mi separano dal primo giorno in cui sono nate. Se so di poter sopravvivere al dolore e alle difficoltà, lo devo ai giorni bui che ho dovuto affrontare. Se ho milioni di paesaggi e di volti nei miei ricordi, se so cosa ho già raggiunto e cosa cerco ancora di raggiungere, se sono quella che sono ora, lo devo a ciò che sono stata in questi 60 anni. Non cambierei mai la mia valigia di vita con quella che avevo 10 o 20 anni fa, perchè ora contiene molto più di quel che conteneva.

Perchè il problema vero, se ci pensiamo bene,  non è il tempo che passa ma il tempo che trascorre inutilmente. Se restassimo uguali a noi stessi, senza costruire nulla, senza imparare, senza sbagliare, senza perdonare, senza mettersi alla prova, se sopravvivessimo e basta, senza cambiare, se restassimo “giovani” per sempre, allora sì, saremmo inutili personaggi. Ma io credo che se viviamo al meglio delle nostre possibilità ogni giorno della nostra vita, allora, “vecchio” non sarà un’offesa ed invecchiare una dannazione ma, al contrario, un invidiabile privilegio.

Resistenza e rassegnazione

Riconosci?

Riconosci le nuvole nere all’orizzonte, il sibilo del vento che sembra niente e poi, subdolo, all’improvviso, fa gridare le sartie ed inclinare gli scafi?

Riconosci le foglie tenere del cardo che, notte dopo notte, diventano spine acuminate?

Riconosci l’opportunismo che si traveste da accudimento e bontà d’animo?

La vita è un’altalena e, a volte, nel suo saliscendi, sembra fermarsi nell’ombra, nella menzogna, nel sonno, nella paura.

Ma nell’orto c’è il basilico. Piccolo e malmesso nella calura estiva. I rami contorti, le foglie strette che non pareva neanche più lui, una patetica speranza per difendersi dal sole d’agosto. 

E poi, 

qualche grado in meno, uno scroscio di pioggia e le foglie si son fatte tonde e verdi ed è di nuovo in piedi a diffondere profumo. 

E il campo? 

Quel campo davanti casa per mesi secco e giallo, terra e sassi.

Guardalo ora col verde che sgomita prepotente a riprendersi il suo posto. È ancora una piccola striscia ma presto sarà ovunque.

Sicchè, non importa se l’altalena ti porta verso il cielo o ti trascina a terra e non importa quanto è grande il temporale che arriva, non importa se stai resistendo al dolore o ad una ingiustizia, 

continua a resistere 

perchè l’istinto che si cela nel basilico e nel campo davanti a casa non è altro che vita e la vita non lascia spazio alla rassegnazione. 

Il ragazzo delle rondini

L’ombra sul muro è molto grande, attorniata di scintille. Gli occhi del ragazzo sono coperti dalla maschera perchè la luce è troppo intensa. Io lo so anche se guardo solo il muro e aspetto che il rumore cessi.

Sono in un’officina di un saldatore e il consorte si è raccomandato: – Girati quando salda, non guardare direttamente la luce. Il ragazzo, invece, guarda bene quello che sta facendo, è preciso, attento, si muove con maestria unendo ciò che fino ad un attimo prima non aveva nessuna intenzione di stare assieme. Quando tutto finisce abbiamo in mano un oggetto nuovo; soddisfatti del lavoro, gli facciamo i complimenti e ci perdiamo, come di consueto, in chiacchiere.

Lui non ha sempre fatto questo mestiere, non è “figlio d’arte”, ha passato lunghi anni all’estero, lavorando sulle navi da crociera. Aveva il portafoglio gonfio, soddisfazioni, ha visto tanti bei posti, dice… e nella pausa tra una parola e l’altra c’è, inevitabile, lo spazio per la domanda di rito: – Perchè? Come mai? Cosa ti ha riportato qui?

Allora il ragazzo comincia a raccontare. E racconta di quel giorno, quel particolare giorno, fermo al porto. Quel giorno di primavera, con l’aria tiepida e un sole nordico un po’ pallido. Un giorno molto simile al giorno prima ma, quel pomeriggio, nel cielo sopra la grande nave hanno deciso di passare le rondini. Non tante, giusto un paio ma abbastanza per ricordargli la piazza del paese invasa dal loro garrire quando erano a stormi attorno al campanile e alle case. E allora, ci dice, è stato come essere improvvisamente non più lì non più in quel momento: era un ragazzino, era nella sua città, qualche mamma chiamava dalla finestra i figli a pranzo,  lui, sul suo motorino scendeva per la strada, passava accanto, ad una ad una, a tutte le botteghe…le ricordava tutte… e ricordava il suono del motore, persino l’odore della miscela…

Così ha lasciato le navi, il sole pallido, il portafoglio gonfio. Ha un’ officina, molto lavoro, anche troppo, che a volte non riesce neppure ad andare a mare per pescare, ma è contento. Ed è anche un bravo narratore. La sua storia ha il sapore delle cose semplici e vere e allora penso che il cuore trova sempre un modo per parlarci e, citando liberamente  “Apollo 13”

Non si può mai dire cosa, alla fine, ci riporterà a casa.

Nutrimento

Occhi chiusi, la concentrazione di chi cerca, chissà… nell’ aria sottile forse o forse da qualche parte profonda dentro di sè, quel respiro ineffabile, quel momento, quella nota. Poi la voce e la musica, un’anima vibrante che ci regala pura emozione.

Un ospite, un incontro, uno tra molti ma non uno dei tanti.

Quando una cara amica, tempo fa, mi salutò ringraziandomi per “averla nutrita”     ( e voi che ormai mi conoscete saprete senz’altro che non poteva riferirsi ad una cena luculliana…) ho pensato che era il saluto perfetto che avrei voluto fare alla fine di molti incontri.

Durante i cinque anni di vita barcaiola le occasioni di nutrimento per l’anima sono state tante, da parte di uomini e, altrettanto se non più importanti, da parte del mare. Quando Cautha è diventata CasaCautha, la natura è stata forzatamente addomesticata: il vento non è più così forte, il freddo così freddo e il caldo così caldo ma le occasioni d’incontro non sono diminuite: non più un equipaggio che va di porto in porto ma un porto che passa da equipaggio ad equipaggio. In questi mesi di piena stagione turistica tanti ospiti si sono avvicendati nelle stanze della nostra casetta di legno. Amici che non vedevamo da tempo immemorabile, colleghi, infanzia e adolescenza che rivivono con la compagna di banco che posso chiamare ancora col soprannome che aveva a sei anni, perchè certe cose, per fortuna, non cambiano mai. E se, con chi conosco la mia anima sa cosa aspettarsi, con gli sconosciuti è sempre una sorpresa.

C’è stata tenerezza e simpatia per le giovani coppie, disappunto per gli incuranti (rari fortunatamente) che “a saperlo prima avrei detto di avere tutte le stanze occupate”, soddisfazione per i turisti entusiasti, empatia per i curiosi della vita e c’è stato brivido e commozione per chi ha deciso di regalarci la sua voce, la sua musica, la sua sincera passione. Chi ha la chiave per entrare laggiù, nel profondo, nel luogo chiaro e scuro dove riposano le emozioni e ne fa dono non può che ricevere sincera gratitudine. Sicchè, il saluto che mi è stato generosamente regalato e che avrei potuto usare tante volte nel passato, lo uso adesso.

Grazie di cuore a lei e a molti altri di passaggio tra le nostre mura, grazie davvero per averci…nutrito.

Lasagne terra e paglia

Permacultura…orto sinergico…agricoltura biodinamica…

Cosa può saperne di tutto ciò una ex cittadina, ex maestra, ex barcaiola?

Eppure quando una cosa è vera, capita che prima o poi la incontri e la riconosci. Così è bastato dare uno sguardo fuori casa per vedere che le foglie argentate della salvia nonostante stiano collassando sotto il sole,  attendono con fiducia l’umidità della notte che le farà risorgere. Accanto a lei le altre aromatiche, recenti regali beneauguranti, uscite da poco dal vivaio, si stanno abituando alla vita vera e dopo il trauma iniziale, quando già le davo per prossime al decesso, stanno invece adattandosi e riprendendo vigore e forza. Il basilico, costretto in casa, triste e malinconico è ritornato in piena forma chiacchierando con la mimosa, nell’angolo del giardino. Intanto le colombe stanno raccogliendo i rametti secchi, che proteggono le radici dell’alloro dall’esuberanza del sole, per il loro nido, mentre l’upupa setaccia il terreno, in cerca forse di lombrichi, che scavando le loro gallerie rendono soffice la terra.

Soltanto in questo minuscolo pezzetto di terra, soltanto in questo breve attimo, è tutto un  brulicare di vita, di incontri, di trasformazioni, di collaborazione. Per me, spettatrice assolutamente ininfluente, è facile capire che tutto ha un senso e che nulla di ciò che avviene è inutile. Chiunque osservi muto e attento la Natura non può che ammirarne l’equilibrio irraggiungibile e desiderare di poterne far parte, recando meno disturbo possibile.

Ecco allora che i “paroloni” sconosciuti diventano comprensibili, uniti da una filosofia di fondo che vede l’uomo come uno dei tanti ospiti di questo mondo di per sé perfetto.

Così, quando il nostro amico Giancarlo (Il filo di paglia-Comiso) che della permacultura ha fatto la sua vita e il suo lavoro si offre di aiutarci a fare un orto a lasagna, anche il consorte, molto più avvezzo ai motori che non alla zappa, cede alla suggestione. Così comincia la costruzione di questo bancale riempito di strati di diverso materiale di recupero, da cui il riferimento al primo piatto emiliano. Strati di legno, cartone, letame, paglia… si succedono in un ordine che imita la natura e permette di creare un “suolo” fertile e attivo, un piccolo ecosistema che mi regalerà verdure “acqua e sole”. L’esperienza di Giancarlo nella costruzione del bancale, nella distribuzione degli strati, nella messa a dimora delle piantine è indispensabile ma alla fine l’orto è pronto, non resta che occuparsene con cura e con umiltà entrando in punta di piedi nel mondo perfetto di Madre Natura.

“Sedendo sugli scalini dietro casa, abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere una vita. Siamo circondati da sole, vento, altre persone, edifici, pietre, mare, uccelli e piante. Cooperare con tutte queste cose porta armonia, competere contro di loro porta disastri e caos.”

(Bill Mollison, fondatore della permacultura)

Con gli occhi al cielo

La luna piena e luminosa è ancora alta in cielo e ancora non si intravede il lieve colore dell’alba. Eppure l’evento deve essere imminente perchè nel silenzio assoluto della notte mi ha svegliato un trillo squillante e ritmico. Il cinguettio proviene dai boschi qui accanto e poco dopo un altro se ne aggiunge e, dopo un breve duetto, prende il posto del primo, per cedere, infine, ad un altro cantore il ruolo di solista. La sinfonia è meravigliosa e vale il risveglio antelucano. Siamo in camper, in sosta libera nell’ampio piazzale del Santuario del Monte Dinnamare, un luogo dalle vaste prospettive, affacciato com’è da un lato sullo stretto di Messina e dall’altro sulle isole Eolie.

Lo strepitoso paesaggio, i folti boschi e i prati punteggiati di ciclamini e margherite varrebbero da soli il viaggio ma, in questi giorni, c’è un motivo in più per essere qui. Siamo sulla rotta migratoria dei rapaci che dall’Africa vanno a nidificare in Europa. Da qui passano fino a migliaia di uccelli al giorno, sfruttando le correnti ascensionali per attraversare lo stretto.

Uno spettacolo per noi tanto inusuale quanto affascinante ma pane quotidiano, invece, per gli appassionati che muniti di binocoli, macchine fotografiche e taccuini monitorano il passaggio. Il gruppo eterogeneo unisce in un’unica grande passione ragazzi e pensionati, tutti con gli occhi al cielo a scrutare, distinguere, ricordare e a spiegare a noi profani che li ascoltiamo con stupore e riconoscenza come distinguere un falco pecchiaiolo da quello di palude, un’ aquila giovane da una vecchia, un’albanella femmina da un maschio.

Con generosità ed entusiasmo Ivano, Alessandro, Davide e gli altri tutti ci introducono nel loro mondo. È un mondo fatto dai colori delle piume, dal profilo delle ali, dall’incedere del volo, un mondo di creature ancora misteriose che percorrono migliaia di chilometri semplicemente per creare nuova vita, che riconoscono il vibrare dell’aria più calda che li trasporterà senza fatica, che prevedono l’arrivo dei venti ostili prima di qualunque meteorologo. Figli della natura e dell’istinto si librano nel cielo eleganti e maestosi, si riuniscono in gruppo e salgono come danzatori provetti nel cuore delle “termiche” e talvolta improvvisano un girotondo sopra i nostri sguardi rivolti al cielo.

Da quaggiù a noi sembrano piccoli piccoli ma se potessimo vedere con i loro occhi, sentire dentro di noi il loro istinto, connetterci come loro con la natura e con la forza vitale che fa girare il mondo, allora capiremmo che sono loro i giganti e noi i piccoli puntini neri all’orizzonte.

Nb. Un grazie di cuore ad Alessandro (Alessandro Micalizzi Photography) per il suo tempo e gli scatti che ci ha regalato.

Ricordi?

Grazie a Silvia per lo scatto.

Ricordi quando gli anni pesanti sulle spalle dei tuoi  vecchi erano troppi da sopportare, come allora lo star loro vicino fino alla fine era di conforto a entrambi?

Ricordi quando ammalato nel letto di casa le visite degli amici ti triplicavano le forze e dimezzavano la convalescenza?

Ricordi quando i bambini giocavano e si sporcavano e si spingevano e si toccavano e ridevano, vicini di niente?

Ricordi quando i ragazzi si baciavano per strada e camminavano tenendosi per mano sussurrandosi, occhi negli occhi, parole dolci?

Ricordi quando gli incontri tra amici erano baci sulle guance e pacche sulle spalle e strette di mano?

Ricordi quando le labbra delle donne brillavano di rosso, come coralli in mare e il sorriso nasceva dalla bocca e cresceva sul volto, per finire, solo all’ultimo col raggiungere gli occhi?

Ricordi quando la scuola era un’aula piena di cartelloni colorati e ragazzi che lavoravano  in gruppo, insieme, chini sullo stesso banco?

Ricordi l’emozione del sipario che si apre, le voci degli attori e il teatro pieno dell’emozione di chi ascolta?

Ricordi i concerti d’estate, i cori con sconosciuti ma amici del momento, le mani che battono il ritmo, figli tutti delle stesse note?

Ricordi il cinema e i pop-corn condivisi?

Ricordi i pranzi improvvisati dove aggiungere un posto a tavola era una regola non scritta ma imprescindibile?

Ricordi le gite nei giorni di festa, in giro, per vedere e scoprire e gustare ed imparare angoli nuovi di mondo?

Ricordi quando andavi dove volevi, con chi volevi e il mondo sembrava così meravigliosamente piccolo e vicino? 

Ricordi quando avevi paura? Di un incidente stradale, del terremoto, delle cattive compagnie, dei ladri, dell’infarto…

Ricordi?

Ora hai solo una grande unica paura, la paura di ogni uomo, la paura che non sconfiggeremo mai

hai paura di morire 

ma forse, 

chissà, 

non ti sei accorto che hai già smesso di vivere.

Il mare con la maiuscola

La prima volta che sentii dire ad un trapanese :- Quest’anno non sono ancora andato al mare… rischiai di ridere di cuore. Per me, cittadina di pianura, andare al mare voleva dire fare cento chilometri di autostrada ma chi viveva già in una città di mare dove mai poteva andare? Poi, col tempo, imparai che il mare era molte e diverse cose: era la superficie su cui navigare, la quiete speranzosa dove attendere un pesce all’amo, il profondo blu in cui immergersi, la vertigine delle scogliere, i castelli di sabbia e la stuoia distesa al sole. Ognuno aveva il suo personale mare da raggiungere. Così, quando, qualche giorno fa, abbiamo deciso di trascorrere un paio di giorni nei dintorni di Siracusa mi è venuto naturale pensare che… stavamo andando al mare…

Il mare in questione è un mare con la lettera maiuscola. Ricco di storia, di vita sottomarina, di relitti e di leggende, circonda la città di Siracusa che giace sicura nel golfo naturale delimitato a sud dalla penisola della Maddalena, l’antico plemmyrion cantato da Virgilio nell’Eneide.

E Plemmirio è anche il nome dell’area marina protetta istituita nel 2004, meta della nostra gita fuori porta. Paradiso per i subacquei, è incantevole anche per chi, come noi, si accontenta di passeggiare sulla costa. Qui il mare raggiunge toni di blu di un’intensità difficilmente riscontrabili altrove.

Il faro di Capo di Murro di Porco, vedetta indispensabile e benedetta per chiunque si avvicini a queste coste, è l’unica pennellata di bianco tra i blu del cielo e del mare.

Attorno al faro qualche mucca al pascolo e un paio di cani randagi permettono ai colori e ai suoni del mare di essere protagonisti incontrastati. Soltanto l’Etna, nervoso e sbuffante, sullo sfondo, contende loro la scena.

È un paesaggio veramente fantastico e non stento a credere che sotto la superficie dell’acqua lo sia altrettanto. Enzo Maiorca era legato a questi luoghi in modo intenso e profondo. Venti metri sotto la superficie dell’acqua una sirena di bronzo ricorderá per sempre sua figlia Rossana, come una vedetta sugli abissi.

Camminando su queste scogliere, guardando le onde infrangersi sugli scogli, lasciando vagare lo sguardo sull’orizzonte… non si può non pensare a lui, alla sua vita e al suo amore per questo mare con la M maiuscola.

Il mare insegna all’uomo l’umiltà …

Il mare insegna ancora una cosa importantissima
per la sopravvivenza dell’uomo stesso …
Gli insegna che dietro ad un orizzonte ce n’è sempre un altro … (Enzo Maiorca)

Come sassi nello stagno

Foto di Daniela

Sarebbe stata la nostra prima estate a Marina. Non avevamo programmato navigazioni lunghe nel Mediterraneo e questo ci dava il privilegio di poter condividere con amici e parenti le loro ferie estive. Per l’appunto quel pomeriggio stavamo cercando un alloggio per zia e nipotini che ci avrebbero raggiunto dopo qualche mese. E non eravamo gli unici.

Erano tempi in cui ad aprile fiorivano cartelli “affittasi” e le persone si spostavano (senza colori e senza maschere) per visionare la loro futura residenza estiva. E così al primo appuntamento trovammo anche una coppia dal familiare accento emiliano.

Erano alla disperata ricerca di un alloggio che sembrava non esistere semplicemente per una questione di centimetri. Il ragazzo che li avrebbe accompagnati infatti era in carrozzella e disgraziatamente nessuna porta dei bagni finora visionati ne permetteva il passaggio. Ci scambiammo quattro chiacchiere e un paio di biglietti da visita. Un incontro fortuito e breve ma, mentre ci salutavamo, pensai che semmai avessi dovuto costruire una casa (e a quel tempo, vi assicuro, niente era più lontano dalla mia mente e dalle mie intenzioni) ebbene, se mai avessi avuto questa improbabile idea avrei costruito un luogo accessibile a tutti, perchè avevo appena scoperto che se 10 centimetri in più di certo non danneggiano nessuno possono però essere di vitale importanza per alcuni.

Il resto della storia la conoscete e così, quando il nostro progetto ha cominciato a prendere forma questo episodio, rimasto chissà come impigliato nei miei ricordi, ha guidato la costruzione di CasaCautha e uno dei primi requisiti richiesti al costruttore è stato: niente barriere architettoniche.

Ora, io sono certa che la coppia in questione non si ricorderà di me. Perché dovrebbe? Eppure due parole scambiate in un pomeriggio estivo, senza nessuna intenzione, un breve incontro, una cosa da niente fa sì che casa mia sia in un modo piuttosto che in un altro. A volte pensiamo che le nostre azioni, i nostri discorsi, le nostre scelte ci appartengano, siano “roba nostra” ma nulla è più lontano dal vero. Siamo tutti come sassi gettati in uno stagno. I piccoli cerchi che formiamo sulla superficie dell’acqua con il nostro modo d’essere, con le nostre parole, con i nostri gesti formano cerchi sempre più grandi che raggiungono la riva e continuano ad increspare l’acqua fin oltre il nostro sguardo.

Così, se in futuro CasaCautha ospiterà qualcuno che apprezzerà una porta larga ed uno scivolo al posto delle scale sarà per merito di un fugace incontro, di un sassolino caduto nell’acqua e dei cerchi leggeri ed infiniti che crea.

«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. 

(John Donne)

Lassù sulle montagne

Dalla cima solitaria dove si trova, all’improvviso, spicca il volo.

Ha ali possenti e vista acuta. Si libra in silenzio in un cielo puntellato di nuvole. Maestosa e guardinga sfiora le cime innevate e le colline verdi. L’odore della legna che arde nei camini profuma l’aria ma più lontano uno sbuffo di fumo ben più grande e potente esce dalla bocca innevata dell’Etna.

Una picchiata improvvisa l’avvicina al mondo degli uomini, alle loro case di pietra e alle stradine acciottolate,

ma poi, con un tuffo nel vuoto, dal belvedere si lascia cadere in eleganti volute giù verso il mare che, laggiù, si contende col cielo il colore dell’orizzonte…

Noi non abbiamo ali e possiamo volare solo con lo sguardo ma l’effetto è comunque sorprendente.

Siamo sulle Madonie. Queste montagne, con la “M” maiuscola, come “Alpi” in trasferta su un’isola, sfiorano i 2000 metri, vantando le cime più alte dopo l’Etna ma, all’interno del parco che prende il loro nome, trovano posto anche splendidi borghi marinari. Forme e natura sono come in un bizzarro gioco di società dove sul tabellone convivono nello stesso spazio schivi montanari, vin brûlé, vulcani attivi, spiagge e barche alla fonda.

È un paesaggio eclettico che sembra creato per mettere finalmente d’accordo montanari e marinai.

Io che sono poco dell’uno e poco dell’altro non posso che apprezzarlo doppiamente e, quando con uno solo sguardo abbraccio il Mar Tirreno e i monti bianchi di neve, le verdi colline e i piccoli borghi, penso all’aquila reale che qui vive e nidifica e non riesco ad immaginare luogo migliore per spiegare le ali…

Titoli di coda

Ci sono cose che cominciano e finiscono in modo inequivocabile e altre che hanno contorni sfumati e mutevoli. Sicchè, nel voler dare un’età a CasaCautha mi trovo smarrita e indecisa. Quando ciò che non c’era e ora c’è ha cominciato ad esistere? Mentre firmavo un atto dal notaio o quando esploravamo i dintorni  alla ricerca di un pezzo di terra ? Mentre tracciavamo con la matita i contorni del luogo in cui ci sarebbe piaciuto abitare o molto prima quando salutavamo Cautha dal pontile con un groppo allo stomaco ma già l’idea di un futuro diverso? L’inizio sarà stato il primo getto di cemento per il muretto di recinzione o la prima colonna di legno?

È faticoso mettere una bandierina sulla linea del tempo che dica << da qui in poi…>> ed è altrettanto difficile mettere una fine perchè il luogo in cui si vive non è mai cristallizzato nel tempo ma sempre in continua mutazione.

Così lascerò perdere date e anniversari e dirò solo che se da qualche giorno mi sveglio e vivo in un nido profumato di legno non è merito né mio né del tempo. Non ricordo chi si chiedeva perchè mai nei titoli di coda di un film ci fosse un elenco infinito di persone e non fosse dispensato altrettanto onore ad una pagnotta di pane, ma la cosa mi ha sempre fatto sorridere. E se la cosa vale per il pane che dire di una casa? Quindi con l’intento di rendere onore a chi lo merita, in ordine assolutamente casuale citerò nei miei “titoli di coda” con profonda riconoscenza tutte le persone che con il loro lavoro fatto di esperienza, di passione e di fatica hanno permesso ad un’idea di diventare realtà.

Grazie a chi ha guidato la ruspa, a chi ha spostato la terra, a chi ha interrato i tubi, a chi ha segato il legno, a chi ha spostato, unito e incastrato le travi, grazie a chi ci ha regalato idee, a chi ha plasmato il cemento, a chi ha lavorato l’alluminio, a chi ha fatto i calcoli, a chi ha seguito le pratiche, a chi ha fatto gli ordini e, ahimè, mandato le fatture, grazie a chi ha montato gli interruttori, a chi ha imbiancato i muri, a chi ha messo le piastrelle, a chi ha posato il parquet, grazie a chi ha trasportato il materiale, a chi ha organizzato il lavoro, grazie a chi ha costruito la strada e a chi ha montato le grondaie…manovali, artigiani, professionisti, imprenditori…

Avrei voluto avere una foto per ognuno di loro o riuscire a citarli per nome ad uno ad uno ma francamente si è rivelata un’impresa impossibile. Mi sono dovuta accontentare di una trave firmata in ordine casuale, come volutamente casuale è stato questo elenco, perchè il lavoro quando è onesto e sincero non ammette classifiche, ma vive e cresce con l’apporto di ognuno. È solo quando insieme si lavora per uno scopo e ognuno dà il meglio di sé che i sogni possono diventare realtà.

CasaCautha non avrebbe potuto fare a meno di nessuno di loro.

Grazie infinite a tutti! 

Bitume

C’è qualcosa che collega Rue de Berger a Parigi con la piccola cittadina barocca di Ragusa. È un nastro. Non il romantico nastro d’argento della luna sul mare ma un nastro nero, un nastro d’asfalto.

Siamo nella prima metà dell’Ottocento e la pietra pece, la roccia calcarea nera, tenera ed impregnata d’asfalto su cui è costruita la città sta conquistando non solo Parigi ma le strade di tutta Europa. Ragusa diventa presto un luogo di picconatori e cavatori (picialuori) e nel secolo successivo l’asfalto ragusano farà il giro del mondo.

foto tratta da terraiblea.it

Dai tempi di picconi, carri, ferrovie, miniere e minatori (increduli che a qualcuno potessero servire quei sassi neri…) fino agli escavatori, esplosivi, altiforni e autocarri della grande e sicilianissima azienda di Antonio Ancione, il bitume segna un’ epoca. Ma nulla è per sempre e così, inevitabilmente, cambiano i tempi, i materiali, le esigenze… il progresso miete le sue vittime e le relega nell’oblio.

Fortunatamente le memorie non sempre svaniscono nel nulla. Questa volta a scrollarsi di dosso la polvere del tempo è proprio l’ex fabbrica Ancione, rinata come “Bitume”, una mostra d’arte, un museo di archeologia industriale, una narrazione di luoghi e di emozioni.

Dal passato riemergono gli edifici colonizzati dalla ruggine, le strade condivise con le erbe spontanee, i macchinari polverosi e sonnolenti e in mezzo a tutto questo linee, forme, colori, vuoti, sguardi… le emozioni di trenta artisti fissate sui muri.

Una splendida idea per gestire un luogo altrimenti abbandonato, un modo inusuale e romantico per ricordare il passato, per unire arte, industria, storia e per rendere onore alla “petra pici” e agli uomini che ne hanno fatto strade, lavoro e infine sogni.

Lo strillone

Disegno tratto da Internet

Giangianni lo strillone lavora in un rione

di gente allegra e onesta che ogni dì lui desta

gridando con dovizia del giorno la notizia.

Ragazzi state attenti, ci sono delinquenti

che giran smascherati, correndo lungo i prati

Marisa al terzo piano si fa prender la mano:

non ha più altro in mente che fuggir dalla gente.

Pensa a una vita dura e muore di paura.

Continua lo strillone, usando il suo vocione

È questione di poco e avremo il coprifuoco”

-Oddio, ma siamo in guerra! grida la sora Lella

Si chiude dentro a chiave: la situazione è grave!

Pensa a una vita dura e muore di paura.

Continua lo strillone per le vie del rione

Questa è la nuova peste, previsioni funeste

Attilio sul terrazzo s’agita come un pazzo

Non sa che cosa fare, resta lì ad aspettare.

Pensa a una vita dura e muore di paura.

Ma Jo, del primo piano, sorride a tutto spiano

si veste allegramente ed esce tra la gente

gli riesce di sognare, sorridere e viaggiare.

Sarà un originale? Uno strano animale?

Niente di tutto ciò. Fortuna? Forse un po’…

Di vita è ancora ingordo

soltanto perché è… sordo.

PS. La storia è inventata, i personaggi casuali

ma, ahimè, così non è per i titoli dei giornali.

Anniversari

Da qualche parte il sole sta tramontando. Non qui. Ma sopra alle nostre teste il cielo ingombro di nuvole rosa ne è testimone. Lo Stretto è tranquillo come di rado accade. Scilla e Cariddi sono in pace e sulle rive cominciano ad accendersi le prime luci.

È passato un anno da quando Cautha ha lasciato gli ormeggi e da allora non abbiamo avuto più occasione di salire su una barca. Fino ad ora.

Il traghetto che ci porta sulle rive calabre è  meno suggestivo e decisamente più rumoroso ma è pur sempre un mezzo sulle onde del mare. È strano. Prima di vivere da “barcaiola” la terra vista dall’acqua era un’affascinante sorpresa da turisti. Adesso lasciare la riva è un po’ come per chi parla due lingue cambiare idioma. Il mare è un luogo conosciuto, denso di ricordi, un mondo di cui conosco le regole e rispetto i limiti. Sono ospite su un’ imbarcazione che non mi appartiene, estranea e sconosciuta ma in qualche modo sono comunque in un territorio noto, a casa. Posso godere del volo dei gabbiani, del moto delle onde, dell’ orizzonte senza confini con una sensibilità  che non avrei mai avuto senza i cinque anni sulla mia casa galleggiante.

Così, affacciata al parapetto in compagnia del vento, non ho rimpianti né struggente nostalgia ma invece una profonda ed emozionante riconoscenza per ciò che ho vissuto e imparato, per aver avuto il privilegio di sbirciare nell’anima del mare e per la certezza che tutto ciò mi apparterrà per sempre.

Armonie

La finestra è socchiusa. Al di là, il verde dei pini e le montagne. Una vecchia chitarra appesa al chiodo riempie il vuoto tra i vetri e il muro. Ed ecco che, per un attimo, il vento si intrufola all’interno e solletica le corde del vecchio strumento. Un morbido e vibrante suono si diffonde tra i liuti e gli antichi strumenti ammonticchiati nel laboratorio.

“Fortuna che siete riusciti a sentirlo” ci dice il Maestro, accompagnandoci alla porta…

Così, col fascino di un incipit, si conclude la nostra visita alla “Casa della musica e della liuteria medievale” di Randazzo. Un nome che sa di museo e che così poco a che fare con ciò che la piccola porta di legno nasconde. La casa del Maestro Severini è come la tana del coniglio della curiosa Alice. Chi entra lascia il proprio tempo per immergersi nelle parole e nei suoni di un passato che parte dai flauti ossei e i papaveri vibranti per finire tra le corde di liuti e ghironde. Un patrimonio di strumenti e conoscenze incredibili. Una storia raccontata col tono suadente delle favole e le conoscenze di una vita al servizio della propria passione.

Ascoltare il Maestro è una continua sorpresa e un piacere profondo per chiunque. Ma, oltre a tutto ciò, al di là degli incredibili strumenti, delle note antiche del canto, dell’ammirazione sconfinata per l’arte liutaria, presente e forte è la certezza che l’uomo da sempre abbia avuto bisogno di un riparo, di cibo, di acqua e…di musica. Dalle prime percussioni, alla moderna musica liquida, dall’oriente all’occidente, sempre e da sempre il bisogno di suonare è stato prepotente e indiscutibile. I nostri lontanissimi antenati, impegnati con tutte le loro forze a sopravvivere hanno sentito il bisogno di soffiare in un corno d’ariete diventando vibrazioni ed onde, in sintonia coi suoni del loro mondo.

La cosa sfugge alla mia logica ma in questa piccola e magica casa finisce con l’apparire ovvia. Così, quando la porta si chiude alle nostre spalle, ciò che più mi resta è una timida e speranzosa sensazione che sia l’armonia, a dispetto di tutto, a governare il mondo…

Se vuoi scovare i segreti dell’ Universo pensa in termini di energie, frequenze e vibrazioni (N.Tesla)

Pop up

La traduzione letterale di pop up è “saltar fuori”, “apparire” e, fino ad ora, era sempre stata legata a quegli splendidi libri animati per bambini che, semplicemente girando pagina, trasformano disegni piatti e bidimensionali in scenografie a tre dimensioni. In questi giorni, però, come in un’avventura di Gulliver, il libro ha preso le dimensioni della nostra futura casa.

Nel terreno, diventato nel mio immaginario pagina, pennellata dal grigio del cemento, è apparso, in un soffio di tempo, tutt’altro.

Travi di legno, apparentemente inermi, come giganteschi stuzzicadenti, si sono svegliate dal loro orizzontale torpore per diventare colonne di un inusuale tempio moderno.

Altre travi si sono aggiunte e, come per miracolo, sono scivolate le une sulle altre, incastrandosi, unendosi, dando vita a strutture fino ad un attimo prima impensabili.

Così, unendo i puntini, legno con legno, numero con numero, come in una macroscopica settimana enigmistica sono apparsi un tetto, un pavimento… l’embrione di CasaCautha.

Ed è proprio il caso di parlare di embrione perchè, pur essendo materia inanimata, questa casa è cresciuta, come un bambino e ancora crescerà sotto le mani laboriose di chi, con perizia ed esperienza sa cosa fare per trasformare le cose e dar loro nuova vita. Finché un giorno, forse più vicino di quel che penso, sarà finita e nasconderà soltanto al suo interno e nella nostra memoria ciò di cui è fatta. Per tutti gli altri, per quelli che, dopo qualche tempo ripasseranno di qui sarà un gigantesco e affascinante pop up, “saltato fuori” e “apparso” per magia, dall’oggi al domani, su una pennellata di grigio cemento.

Il giro del mondo in 8o minuti

Il cartello è ufficialmente un cartello stradale ma sotto alla dicitura “strada panoramica” spunta un inedito “non usare la strada come circuito”. In effetti la strada Mareneve che collega, come il nome lascia intuire, il mare dello stretto di Messina con le vette innevate dell’Etna è un vero e proprio circuito che farebbe la gioia di ogni motociclista. Curvoni, tornanti, asfalto “buono” e, di contorno, paesaggi atti a deliziare l’eventuale passeggero…

La moto non l’abbiamo più da tempo e le nostre quattro ruote ci impediscono sprazzi sportivi ma “niente ci fa”, come dicono qui, perché possiamo concentrarci meglio sul panorama. Ed è qui che si cela il miracolo.

Un miracolo che è un po’ la sintesi dell’isola, capace di spaziare nell’arco di pochi chilometri tra ambienti completamente diversi. Così, memori di Verne e degli sbalzi spazio-temporali della più moderna fantascienza, in un’ottantina di minuti passiamo dalle vette ferite dai crateri e ingombre di lava,

alle pinete fitte e ombrose, dove svettano pini, segnati dalle cicatrici dei raccoglitori di resina di un tempo.

Scendiamo giù fino ai boschi di querce e, ancora più in basso tra le verdeggianti colline dove abbondano aranceti e vigneti

fino a raggiungere la distesa blu del mare.

Una specie di viaggio che, in qualche modo, coniuga la serenità delle verdi colline toscane con l’austera bellezza delle Alpi perché dietro ad ogni curva, ad ogni cambio d’altitudine appare un mondo diverso, per colore, per calore, per linee e luci. Uno spettacolo! E uno dei motivi per cui abbiamo deciso di mettere radici in quest’isola: un luogo che non è mai uno ma ne nasconde altri mille.

…È in Sicilia che si trova la chiave di tutto […] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita“ (Goethe)

 

Floristella

“Non sono un essere silvestre!”. 

Sto percorrendo un sentiero deserto ed è questo che penso mentre un gregge solitario viene annunciato da un flebile scampanellio facendomi trasalire. Anche un trio di cornacchie è colto di sorpresa e si alza in volo, gracchiando tra gli alberi; un’alta raffica di vento ne muove le cime, come a comando, per un breve ed intenso istante.

La mia appartenenza al genere umano è evidente quando passeggio nei boschi. Sono luoghi che adoro ma nei quali non posso esimermi dal sentirmi straniera e quindi guardinga. E dire che questo parco è intriso di testimonianze umane. Siamo nel parco minerario Floristella, uno dei più importanti esempi di archeologia industriale del mezzogiorno.

Qua, nascoste e in disuso, si insinuano nel terreno vecchie miniere di zolfo, attive dalla fine del settecento fino al 1986. Nei giorni feriali una guida accompagna i visitatori ma è domenica, non c’è nessuno e per ricostruire quei tempi possiamo far affidamento solo su vecchie foto e sui resti delle strutture mangiate dalla ruggine e dal tempo.

Sulla collina, fuori dal bosco, si staglia palazzo Pennisi, la residenza dei padroni, monumento alle enormi disparità sociali del tempo.

Costruito in posizione dominante per tenere sotto controllo i minatori in caso di rivolta, aveva feritoie per le armi e passaggi segreti per fuggire a valle. Proprio lì accanto ciò che resta di un pozzo d’estrazione: la torre che si erge come un faro sulla valle, binari che muoiono nell’erba, carrelli arruginiti.

Non è difficile immaginarsi la vita, la fatica, i rumori che riempivano questi luoghi; la presenza dell’uomo è dietro ogni angolo e li circonda di un fascino inusuale.

Quando lasciamo il palazzo ai suoi ricordi solitari e torniamo sui nostri passi, verso i tavoli da picnic e il moderno edificio del museo non lasciamo solo alberi, sentieri, rovine, ma anche un mondo sotterraneo, invisibile agli occhi ma vistosamente presente nell’anima di chiunque si trovi a varcarne i confini.

 

Festa di compleanno

Un terzetto di chitarra, armonica e voce intona il tema del mitico “Lo chiamavano Trinità”.

La festeggiata se lo gode in prima fila. Il suo nome non tutti lo sanno e chi lo sa a volte lo dimentica perché lei è per tutti La Nonna. Seduta nella sua sedia, in veranda, osserva e saluta e chiacchiera con la variopinta umanità che le passa accanto. Vive in quello che sulla carta è semplicemente un b&b ma, che, in realtà, è un porto sicuro in cui approdano familiari, ospiti, amici, amici di amici, viandanti e sconosciuti. E per chiunque, da qualunque parte del mondo venga, lei, in un attimo, diventa La Nonna, una gentile signora che condivide col protagonista del suo film preferito l’ironia e la forza.

Una forza e un’ironia che la vita ha messo a dura prova. Così racconta… di una sposa bambina a cui a sedici anni hanno strappato l’infanzia, di una madre con vent’anni e quattro figli da cullare, di una ragazzina accanto ad un uomo che non meritava questo nome e poi di una guerra a cui sopravvivere. Anni che si sono sommati agli anni con gioie e dolori e, nel crepuscolo della vita, ancora nemici, travestiti da malattie importanti da sconfiggere… Ma, mentre racconta, in mezzo a tutto ciò, in questo scorrere di eventi, un gesto si ripete, un gesto che ricorda antichi guerrieri ” …quando arrivavano i problemi, io facevo così …” e si batte la mano sul petto ” …vediamo adesso chi la vince…”

Con questo spirito sono trascorse novanta primavere e così, adesso, nel giorno del suo compleanno, non sarà lei a dover ringraziare per gli auguri ricevuti ma saremo noi tutti a doverle riconoscenza.

Grazie Nonna!

Grazie per ricordarci che gli anni non sono scritti sul volto ma nel cuore. Grazie per ammonirci che la qualità della vita non è data da ciò che si incontra sulla propria strada ma da come lo si affronta e grazie ancora per non farci dimenticare che, come disse meravigliosamente Edgard Lee Masters

Ci vuole vita per amare la Vita.

È una vita meravigliosa

Ci sono paesaggi che trafiggono lo sguardo e altri che trafiggono l’anima. Quello che si gode risalendo le pendici dell’Etna appartiene a questi ultimi. Ma non è la bellezza, pur intensissima, a lasciare senza fiato. Salendo lentamente tra i tornanti il respiro è lento, la mente quieta, cullata dal pantone verde delle foreste, dal mare all’orizzonte, dagli occhi languidi disegnati sul tronco delle betulle,

Ma poi, improvviso e repentino, appare l’ammasso aggrovigliato, nero ed appuntito delle colate, uno scorcio più d’inferno che di paradiso, magnifico, potente e oscuro. Ed è in questo confine naturale mutevole e incostante, in questo scenario che cambia inaspettatamente, come le quinte di un teatro, che il respiro si arresta e l’emozione vira dalla quiete ad una sottile inquietudine.

 Il rifugio Citelli è immerso in tutto questo. Ora purtroppo è chiuso per cause a tutti noi fin troppo note ma resta un ottimo punto di partenza per i tanti sentieri che si dipanano sul versante Nord Est dell’Etna.

Quello che, domenica mattina, dopo una notte tranquilla e silenziosa, decidiamo di affrontare ricalca le orme di un vecchio sentiero pastorale, attraversa boschi di betulle e larici e costeggia radure piene di ginestre, camomilla e cuscini di astragalo.

Su di esso troneggiano i monti Sartorios, creati da un’eruzione di metà ottocento, durata la bellezza di sei mesi, da gennaio a giugno. La deviazione per raggiungere la vetta, (figlia non di volontà ma di errore di orientamento…) vale la fatica perché la vista sulle pendici e sullo stretto è fantastica. E, al nostro arrivo, quasi a voler sottolineare il nostro sforzo, dalle profondità del vulcano risalgono tre sordi boati di soddisfazione.

Ritornati in carreggiata e concluso il percorso torniamo sui nostri passi e, giunti alla “base”troviamo davanti al rifugio il gestore che, con meticolosa calma, passa l’impregnante sullo steccato di legno. Naturalmente non posso esimermi dallo scambiare quattro chiacchiere. Così vengo messa al corrente della sua speranza di riaprire a luglio, degli otto anni trascorsi qui e del giusto orgoglio di aver dato nuova vita a questo luogo, vecchio rifugio CAI prima dimenticato. Alla fine, provocato dal mio “ …certo vivi in un gran bel posto…” mi offre una chiusa perfetta. Senza interrompere il suo ritmico lavoro semplicemente risponde: “ È una vita meravigliosa!”.

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