Il “mistero”dei trulli siciliani

Ci sono luoghi con un nome così evocativo che, al solo nominarli, suggeriscono alla mente immagini e paesaggi. Così Sferracavallo potrebbe far pensare a verdi campi e atmosfere rurali ma nulla è più lontano dal vero. Il piccolo borgo marinaro, così vicino a Palermo da esserne quasi parte, è intriso di un’ atmosfera mediterranea tra le più autentiche ed intense. Il  porticciolo con le colorate barchette dei pescatori,

i ristoranti con i gatti in impaziente attesa, mentre i cuochi prendono d’assalto pesci e molluschi, l’ acqua trasparente e il profumo della vegetazione che si mischia con quello del mare… tutto è esattamente come ci si aspetta che sia.

Quello che, invece, è inaspettato è il piccolo villaggio di trulli in miniatura che spuntano tra la macchia mediterranea di Punta Barcarello.

Costruiti da non si sa bene chi sono un’attrazione turistica e una curiosità e, insieme ad un’ improbabile sfinge e un piccolo anfiteatro, riabilitano quello che era un avamposto di guardia borbonico.

Ma la trasformazione più lontana dalle sue reali origini riguarda la casamatta del fortino elevata dalla cultura popolare a santuario e vissuta a tutti gli effetti come una cappella, luogo di culto per i caduti in mare, tutt’oggi frequentata e piena di reliquie francamente un po’ inquietanti.

Vigile, sopra la lingua di terra che, dimentica di avvistamenti nemici, si concede, invece, a piacevoli passeggiate svetta il monte Gallo, un imponente profilo di pietra a picco sul mare. Lungo i sentieri della  riserva naturale che prende il suo nome si aprono scorci stupendi

e l’area di sosta che conclude il percorso principale sembra uscita dalle pagine di Robinson Crusoe. Una capanna di legno e foglie di palme ci accoglie e tutt’intorno panche e tavoli improvvisati dove fermarsi a guardare il mare.

Che dire? Un vero piccolo paradiso. Peccato non avere un libro e l’intero pomeriggio a disposizione… Ma se d’inverno il sole cala presto, la luna non tarda a salire. Così, per questa volta ci accontenteremo di goderci questo spettacolo e, come direbbe qualcuno, scusate se è poco…

Gita a Tindari

Gli affezionati lettori di Camilleri riconosceranno immediatamente quello che nelle mie intenzioni non è plagio bensì omaggio ad uno dei racconti del mitico commissario. Fortunatamente, a dispetto del titolo uguale, la mia gita a Tindari non nasconde macabri segreti ma, al contrario, entusiasmanti scoperte.

Il santuario di Tindari sorge su un promontorio a picco sui laghi di Marinello: lingue di sabbia bianca che si insinuano nell’azzurro del mare creando piccoli specchi d’acqua salmastra, spettacolare incastro di linee e di colori. Camminarvi attraverso è un po’ come camminare sulle acque e la vista che si ha dall’alto del colle che li sovrasta varrebbe da sola la gita.

Ma la fama di Tindari non è data dalla spettacolare natura che lo circonda, nè dai resti greci che ne testimoniano gli antichi natali,

bensì dall’icona della Madonna nera che custodisce.

Scolpita in legno di cedro e abbandonata a causa di un’imminente tempesta  da una nave proveniente dall’oriente, viene ritrovata tra l’ottavo e il nono secolo da pescatori locali  a da lì cominciano il culto e le leggende ed i miracoli che le si attribuiscono. La storia è romantica e affascinante e si dipana in altre storie e diverse interpretazioni tra cui quella che la vuole testimone del passaggio della Maddalena in questi luoghi.

L’aspettativa quindi, come immaginerete, è alta, ma l’interno della basilica, sontuoso e incredibilmente ampio non ne è all’altezza. Sospesa tra terra e cielo e circondata da riverberi d’oro la statua, pur bellissima, sembra messa lì solo per soddisfare una nutrita folla di fedeli.

Ne resto un po’ delusa ma, come in un giallo ben costruito, uscendo, scorgo, ad un tratto, su un lato della basilica un’anonima porticina ed un cartello che indica “santuario antico”. L’interno scoraggia la curiosità e la ricerca: una scala moderna, in stile condominio, sembra portare a tutto tranne che a qualcosa d’antico. Eppure, dopo due rampe, col timore d’essere cacciata per violazione di proprietà privata, improvvisamente mi trovo in un cortile, dove si erge, assolutamente inatteso,  il santuario antico, attorno al quale è stata evidentemente costruita la basilica per ottemperare all’aumento numerico dei devoti. 

Il luogo, manco a dirlo, ha tutto un altro fascino: piccolo, ricco di simboli, così nascosto, silenzioso e inaspettato riempie e appaga l’immaginazione. Sicuramente la lignea Signora  trovava tra queste mura una collocazione più consona al suo fascino e alle parole che la rappresentano

…Sono scura ma bella, o figlie di Gerusalemme,

come le tende di Chedar, come i padiglioni di Salomone.

Non guardate se sono scura;

è il sole che mi ha abbronzata;

i figli di mia madre si sono adirati contro di me;

mi hanno fatta guardiana delle vigne,

ma io, la mia vigna, non l’ho custodita…

(Cantico dei Cantici)

Muri

Non so chi di voi ricorda il terzo episodio della saga di Indiana Jones e, in particolare, il momento in cui il mitico archeologo, per salvare la vita al padre, deve fare un atto di fede e camminare nel vuoto che si apre su un profondo precipizio; spinto dall’urgenza e dall’amore filiale farà il fatidico passo per accorgersi di essere in realtà su una strada magistralmente nascosta da un’ illusione ottica.

Bene, qualcosa del genere mi è capitato in questi giorni mentre seguivo “l’uomo delle api”, nostro fidato fornitore di miele, lungo i campi delimitati da vetusti muretti a secco.  

I muri a secco, conosciuti e fotografati dai più, sono un’icona della Sicilia e in generale del sud. Perfino l’Unesco li ha definiti “il più importante modello di organizzazione del paesaggio dell’area del Mediterraneo”, inserendoli nella lista degli elementi dichiarati patrimonio dell’umanità. La loro origine in queste zone viene fatta risalire al 1400 nella contea di Modica, quando il conte Giovanni Bernardo Cabrera Aragona, indebitatosi con il fisco,  fu costretto a vendere alcune sue terre e a frazionare il feudo rimasto in tanti lotti, delimitandoli manualmente con i nostri muretti. Ma, al di là della loro origine pragmatica, la meraviglia di questi muri è l’equilibrio perfetto che li sostiene, l’incastro magico tra le pietre che li tiene in piedi senza bisogno di nessun collante o malta se non il reciproco sostegno, il che ci impartisce  tra l’altro una lezione morale di indubbia utilità…Senza contare l’abilità degli scalpellini e degli intagliatori che trasformavano pietre irregolari in tessere magicamente compatibili.

Ma, come si sa, l’ammirazione per  l’ingegno umano non ha limite, così mentre stavo guardando questi splendidi ricami di pietra perdersi nei campi, cieca come Indiana Jones, in realtà non ho visto un insolito e geniale particolare. Quasi invisibile se non si sa cosa cercare, sulla parete del muro è comparsa una scala, un susseguirsi di quattro cinque gradini che un tempo serviva per agevolare il passaggio da un campo all’altro. Sorpresa ed entusiasta l’ho voluta subito mettere alla prova e, mentre, divertita, salivo e scendevo lei, mimetica ed invisibile ad uno sguardo distratto, testimoniava perfettamente  sia l’ingegno dell’uomo che…la sua cecità.

Il bosco in un imbuto

Si chiamava “’Intrepido”(…a pensarci ora, un titolo davvero improbabile…) ed era una rivista di avventure a fumetti che mio padre puntualmente comprava ogni settimana. Faceva parte di ciò che leggevo al tempo, allo stesso modo dei fotoromanzi che mia zia prestava alla mia mamma. Una lettura per così dire casuale, quasi fosse dovuta per il semplice fatto che me li trovavo tra le mani, molto diversa dai libri che sceglievo accuratamente in biblioteca.

C’era però una rubrica dell’ Intrepido che aveva conquistato da subito i miei favori, tanto da farmi conservare tutti gli articoli in un’ apposita cartelletta. Si chiamava “Cronache del mistero” e narrava di fatti ed eventi fuori dall’ordinario: fantasmi, ufo, percezioni extrasensoriali, avvenimenti inspiegabili, miracoli, luoghi misteriosi…argomenti che mi affascinavano, allora come ora.

Purtroppo questa fantastica collezione è svanita nel tempo ma, se ne fossi ancora in possesso, vi cercherei senz’altro la storia di Eugenio Siragusa. Di Nicolosi, paesino alle falde dell’Etna, nel 1962 sostenne di aver avuto un contatto (il primo di molti) con esseri extraterrestri e da allora divulgò le sue idee e condivise le sue esperienze pubblicamente ma anche privatamente con alte cariche politiche e religiose, diventando un personaggio noto non solo in ambienti “esoterici”.

Con queste premesse, penso non vi sarà difficile capire perchè, venuti a conoscenza da poco sia del personaggio che del luogo del mitico incontro e appurato che quest’ultimo era solo a un paio d’ore d’auto, non abbiamo resistito all’idea di un sopralluogo.

Arrivare all’Etna da Marina è un salto temporale, senza bisogno di effetti speciali. Si lasciano le spiagge ancora piene di bagnanti per ritrovarsi in pieno autunno, con i boschi colorati di giallo e marrone e i castagneti presi d’assalto da famiglie intere alla caccia delle sferiche delizie che ne ricoprono il suolo.

L’aria è fresca, l’Etna, poco lontano, sbuffa e fuma e nel sottobosco spuntano i bucaneve.

Il cratere Sona, la meta designata, è mimetizzato tra i boschi e bisogna conoscere il percorso per trovarlo. La natura ha fatto come sempre il suo corso e l’ha ricoperto di una fitta boscaglia così che ora è un imbuto verde. Gli alberi vi crescono obliqui, quasi fossero in procinto di cadere e l’oscurità aumenta a mano a mano che si scende verso il fondo. Ogni tanto un ciuffo di gialle felci illumina un piccolo angolo, staccandosi dall’uniforme nero-verde che regna sovrano. C’è un profondo silenzio: non fruscio di vento non canti di uccelli.  Percorriamo  un sentiero che ne costeggia l’imboccatura, compiendo l’intera  circonferenza.  Qua e là c’è qualche varco che lascia intravedere il fondo.

Le domande sorgono spontanee: chissà com’era questo luogo 50 anni fa…e cosa avrà visto…e dove… forse sul sentiero, forse in fondo al cratere… Si potrebbe scendere fin laggiù nel  luogo da cui in un tempo lontano è fuoriuscita lava bollente e che ora è sicuramente diventato un piccolo prato verde. Si potrebbe… ma il buio che aumenta, un improvviso ululare di cani in lontananza, la fantasia che galoppa e il consorte che mi fa seraficamente notare che dopo la discesa c’è anche la risalita, mi fanno desistere e ci accontentiamo di ammirare il paesaggio, per così dire, dall’alto.  Certo, qualcuno penserà che è un po’ un peccato, un’esplorazione incompleta, la ciliegina mancante, ma io penso che la bellezza di ciò che non si conosce è proprio quella di potersi immaginare ancora qualunque cosa perchè, in fondo, forse, il vero fascino dei misteri è quello di farli rimanere tali.

Fiori nel deserto

E anche questa volta non ce l’ha fatta. Ci ha provato, con il solito dispiego di forze, sovradimensionate; ci ha provato a lungo, con arroganza; è stato prepotente, impietoso; ha tentato di fiaccare la sua volontà, l’ha resa arida, dura; l’ha ferita, soffocata.

Eppure…

è bastata una pioggia, una sola:  acqua che scende da nuvole plumbee, un breve e intenso sollievo dalla sete, un attimo di tregua dall’infernale cielo azzurro che cantava Battiato e la terra ha ripreso il suo potere. Dal suolo secco, ricoperto di crepe, polveroso e apparentemente morto, come nulla fosse, in un battito di ciglia sono spuntati a frotte allegri ciuffi d’erba;

in un paio di giorni il nulla che circondava casa è diventato una piccola foresta di erbe spontanee, malva e bietole selvatiche da raccogliere, farfalle e api che si contendono i fiori di rosmarino, e intorno campi di verde smeraldo. 

Capita tutti gli anni, dovrei esserci ormai abituata: il fuoco estivo perde sempre la partita, ma ogni volta è una sorpresa e una profonda ammirazione per la pazienza, la provvisoria rassegnazione di una natura che si lascia ferire, che rende i fiori piccoli piccoli e ordina alle piante di non darsi da fare, di aspettare, di recuperare forze, di incamerare energie perchè la pioggia arriverà e le troverà pronte. L’ inesorabile forza della vita mi commuove sempre, qui, in ciò che accade sotto i miei occhi e in ciò che immagino soltanto, come le rose del deserto di Atacama ( splendido libro di Sepulveda, per inciso) dove, una volta all’anno minuscoli fiorellini rossi spuntano rendendo il deserto un giardino fiorito e anche se appassiscono  dopo poche ore soltanto, è più che sufficiente per ricordarci che la vita resiste e vince…sempre.

Immagine presa da internet

Scava! Scava!

Che l’apparenza inganni è luogo quanto mai comune, a cui chiunque potrebbe facilmente aggiungere che “non è tutto oro quel che luccica” e che a volte “i lupi si travestono d’agnelli”… tutte sagge raccomandazioni per indurci a scavare a fondo con metaforiche pale e mente lucida per valutare bene persone e fatti e concedere fiducia solo a chi veramente la merita. Ebbene, questi sacrosanti consigli, decisamente condivisibili, basterebbero da soli a giustificare il perentorio invito del titolo, ma c’è un altro aspetto più leggero e meno inquietante che dovrebbe spingerci ad usare il simbolico attrezzo.

In questo mese di numeroso avvicendarsi di ospiti, i nomi si sono susseguiti gli uni agli altri, così i luoghi di provenienza, i lavori, le età, ma senza… pala tanti piccoli tesori sarebbero rimasti nascosti.

Sì, perchè, è facile di fronte ad uno sconosciuto scambiare due chiacchiere di rito, convenevoli di prassi e soprattutto è facile sentire, dimenticandosi di ascoltare. Invece, quasi sempre, in ogni conversazione, per quanto superficiale sia, c’è sempre un momento in cui, per continuare col paragone agricolo, se si presta attenzione, si trova una zolla di terra smossa. Allora è il momento di chiedere quando o perché o dove e il miracolo succede. Gli occhi si illuminano, la voce cambia timbro e si scopre che la signora vecchio stampo che passa il pomeriggio rigorosamente all’ombra a leggere ha una macchina fotografica che non abbandona mai e adora gli scatti di strada; il consulente d’azienda che vive in mezzo ai numeri ascolta gruppi musicali semi sconosciuti e alternativi; la ragazza, bionda e impeccabile che scatta selfi è campionessa regionale di tiro con l’arco e adora giocare a scacchi e l’infermiere col quale ti avventuri a parlare di medicina quantistica è un fantastico mangiafuoco. 

Sono piccoli tesori, lampi di luce sincera, come un sipario che si apre d’improvviso e finalmente vedi chi c’è sul palcoscenico. Se, per dirlo con le parole di Adele Venneri, “Ogni volta che accanto all’IO SONO aggiungi altro (un medico, un professore, una moglie, un figlio…) ti stai separando perché l’anima non ha etichette, non ha cartelli appiccicati sulla fronte” è pure vero che sono le passioni che svelano l’anima, magari un pochino soltanto. 

Gli artisti, attraverso la loro arte, hanno trovato il modo di donare l’anima al mondo, ma tra di noi, esseri comuni, c’è bisogno di scavare per sbirciare oltre l’apparenza, per portare alla luce  un piccolo pezzo di verità, per cercare  autentico entusiasmo, incontri sinceri e gioia di vivere. Ma ne vale la pena. 

Viaggio a sorpresa

Che la mia avvedutezza e prudenza siano inversamente proporzionali all’importanza delle scelte esaminate è cosa nota a chi mi conosce. Sono stata capace di comprare casa in mezz’ora ma di tornare tre volte in un vivaio senza riuscire a decidere che fiori prendere. Così quando Mariarita (amicizia fresca fresca, di pochi giorni soltanto) mi parlò del viaggio che stava organizzando sulle orme della Maddalena in Francia io non le chiesi un solo dettaglio ma decisi che sarei andata… in luoghi non bene precisati con persone praticamente sconosciute…!  I dettagli poi arrivarono e, ad essere sincera, anche i ripensamenti, ma ormai la frittata era fatta…

Per fortuna!

Così, ho visto boschi verdi, profondi e silenziosi 

giganti dalle radici possenti e schive fronde 

acqua che scende, che irrompe, che sta

grotte gocciolanti, gradini bagnati, urne nascoste

paura e vanità: un cucciolo di volpe e la ruota di un pavone 

pietre che nascondono un eremo invisibile 

fantasmi di mercanti e cavalieri tra le mura del castello

capelli candidi e lunghi che parlavano  russo…ma noi la capivamo

gonne svolazzanti di consapevole sfrontatezza lungo le strade della festa dei gitani

candele rosse, offerte, grazie chieste e ricevute, simboli e segreti.

Ho visto questo e molto altro in Francia ma soprattutto ho potuto condividerlo.

E se ci si poteva aspettare che i luoghi e l’intento avrebbero creato una bella atmosfera, momenti intensi e occasioni di confidenze non era così automatico sperare di riuscire a ridere di cuore, di divertirsi davvero.

Credo che la gioia sia sottovalutata, la leggerezza minimizzata ma se è possibile cercare sull’elenco del telefono qualcuno che di mestiere ascolti i nostri guai, non esiste elenco al mondo che ci faccia trovare persone con cui condividere un attimo di divertimento puro, da lacrime agli occhi, una battaglia notturna a cuscinate o un girotondo vertiginoso in un aia e, quando questo succede, è un grande dono. Quindi grazie!

Grazie alle mie scelte impulsive, grazie a Daniela che ha accettato di accompagnarmi e grazie di cuore a tutte voi.

Grazie per i racconti, le condivisioni, le intuizioni, l’energia, le emozioni profonde ma grazie anche per quei momenti di sano divertimento, di spensierata allegria, di quella rara, auspicabile e meravigliosa leggerezza dell’essere che abbiamo vissuto insieme ( e… Kundera mi perdoni e non me ne voglia…)

 

Umane vicende

Ci sono periodi, nella vita, in cui le umane vicende assumono un peso ed una forza che non hanno mai avuto prima. Periodi in cui una come me, col naso sempre all’aria e lo sguardo preso più dalla Via Lattea che non dalla strada che ha sotto i piedi, per molto tempo, invece, ha finito con lo scrivere e il pensare in termini di attualità.

Eppure, anche in momenti così, c’è, sempre e inevitabilmente, un istante, un incontro, un luogo che ci costringe a cambiare prospettiva.

Succede quando da un ramo, diventato un bastone secco, ruvido…morto sotto il cielo d’inverno, spuntano improvvisamente, inspiegabilmente, miracolosamente dei piccoli rigonfiamenti verde tenero e poi delle gemme e poi delle foglie e dei fiori. E non importa se è successo ogni anno, perchè ogni volta sembra impossibile che il miracolo si replichi, lasciandoci sempre muti e stupiti.

Campagna ragusana (Grazie a Sergio per lo scatto)

Succede quando si cammina tra querce secolari nodose e inquiete e tormentate. Querce da sughero che hanno visto anni, uomini, generazioni sorgere e tramontare e che ora accolgono anche noi, il nostro rispetto, la nostra meraviglia con paziente indulgenza.

Sughereta di Niscemi

Succede ogni volta che siamo di fronte al mare, alla sua sconfinata potenza, al suo respiro, al suo andare e venire che scolpisce e modella le coste con un quasi ineffabile ma inesorabile lavorio.

Scala de Turchi

Succede ad ogni primavera, ad ogni arcobaleno, ad ogni tramonto.

Siculiana

Succede perché, per quanto grandi, importanti, drammatiche o entusiasmanti siano le umane vicende, 

…siamo soltanto un battito di ali delle stelle che muoiono partorendo gli atomi che ci compongono, ma sono del tutto ignare delle vicende umane, indifferenti ai nostri barlumi di grandezza e agli abissi del nostro ego. Forse guardando le cose da una scala cosmica saremmo più disposti a perdonarci a vicenda la nostra piccolezza, ad aiutarci l’un l’altro, a vivere con serenità il nostro breve tempo sulla Terra. 

(Samantha Cristoforetti)

Pescatori di perle

I pescatori di perle sono cercatori di bellezza in un mondo liquido e blu . Hanno muscoli potenti, corpi abituati a sopportare alte pressioni. Trattengono il fiato e cercano tra conchiglie incrostate e sgraziate quelle che contengono il granello di sabbia, prescelto dal fato, per diventare una sfera di perfezione. Non devono lasciarsi  ingannare dai gusci ma li devono aprire ad uno ad uno. Qualunque sia l’aspetto della conchiglia, grande o piccola, bella o brutta, rotta o integra, che sia cresciuta da un lato o dall’altro della scogliera,  quello che importa ai pescatori di perle è quello che ha fatto con il suo granello di sabbia. 

Si dice che quando il mare si gonfia in onde scure e il vento ne increspa la superficie in vertiginosi frangenti, sotto, nel profondo blu, ci sia calma e silenzio. Allora forse è più facile cercare perle, gettarsi nel profondo per sfuggire ai marosi.

Così, quando gli eventi scompigliano le carte della nostra vita,  quando i tempi pretendono scelte, cambiamenti, coraggio dovremmo forse trasformarci in pescatori di perle, trattenere il fiato, stringere i denti e cercare nel profondo, tra i gusci di ciò che ci circonda quelli che contengono una sfera perfetta e lucente. Se la piccola sfera riflette la luce della libertà, del rispetto, della gioia di vivere, dell’empatia, dell’entusiasmo allora il guscio si può gettare tra le cose inutili.

In questi ultimi anni, in cui la bonaccia è stata un miraggio, ho rivisto persone che mai avrei pensato di rivedere, ho conosciuto persone che mai avrei pensato di conoscere, ho frequentato luoghi e percorso strade a volte immaginate, a volte sconosciute, ho aperto molte conchiglie profondamente diverse tra loro, scoprendo che racchiudevano perle di rara bellezza. Le conservo con cura e le ringrazio ad una ad una. Penso che, forse, le tempeste arrivino anche per costringerci a gettarci nelle profondità, alla ricerca di ciò che è meno evidente. Se così fosse, allora, anche nei giorni di sole e cielo terso la spiaggia non ci sembrerà più quella di prima e quando lasceremo scorrere tra le dita quei lucenti granelli di sabbia dorata lo faremo con la consapevolezza che, racchiusi nel silenzioso blu di una conchiglia, laggiù nel profondo, ci aspettano altri granelli e stanno già diventando perle. 

Quella piccola “zuccona”

Avevo poco più di sei anni ed era probabilmente un pomeriggio qualunque quando la mia mamma mi chiese un favore. Forse si trattava di vuotare la spazzatura o di aiutarla a piegare i lenzuoli…fatto sta che la richiesta fu accompagnata da un ingenuo ricatto: Se lo fai…allora io… Di solito funziona, avrà pensato la mia mamma, ma non fu così e la mia risposta divenne uno dei suoi aneddoti preferiti quando voleva sottolineare che sua figlia era testarda ed ostinata, una vera “zuccona” come si dice a Bologna.

Quel pomeriggio, dunque, la guardai e le dissi semplicemente: -Puoi dirmi quello che ti pare ma lo faccio solo se è giusto. Ora, è evidente che a sei anni disquisire di giustizia in relazione ad un aiuto domestico è un tantinello esagerato, ma il senso profondo di quella risposta era dentro di me già da allora e non mi ha mai abbandonato. Io non volevo obbedire né per paura, né per lusinga. In qualche modo, forse istintivo, infantile ma  sicuramente sincero sapevo già che quando si fa qualcosa, qualunque cosa, la si deve fare perchè si crede sia la cosa giusta, non per meritare doni o per evitare castighi ma semplicemente perchè è giusta.

Sono passati molti anni ma voglio molto bene a quella bambinetta impertinente  e devo dire che mi è stata accanto e mi ha guidato in tante scelte. Mi ha ricordato che l’obbedienza non è una virtù quando gli ordini sono ingiusti, che chi sceglie il male minore, sceglie comunque il male, che la libertà e la dignità non dovrebbero mai essere in vendita, che il ricatto è l’arma dei vili, l’ultima spiaggia di chi non ha abbastanza motivazioni a sostegno delle sue pretese. Ora come allora, di fronte ai: Se tu…allora io… quella piccola zuccona che è dentro di me risponde ancora:

Puoi dirmi quello che ti pare ma lo farò solo se è giusto.

La corriera Pasqualina

La corriera Pasqualina
al lavoro o al caffè
porta seco ogni mattina
tanta gente, credi a me.
Lei che vede dentro i cuori
li conosce ad uno ad uno
mai nessuno resta fuori
bianco, giallo, biondo o bruno.
Sale arcigno ed impettito
Sigismondo ed è un bandito.
E che dire di Ugo Lini?
Prende a schiaffi i suoi bambini.

Segue a ruota Pippo Raga
che le tasse mai non paga.
C'è poi un tizio magro magro
farabutto e grande ladro.

Pasqualina dentro i cuori
li conosce ad uno ad uno
ma nessuno resta fuori
bianco, giallo, biondo o bruno.

Solamente Serafino
resta fermo sul gradino,
è sincero e non imbroglia
non fa male ad una foglia.

Onesto, perbene
si fa voler bene
eppure è sbagliato, da tutti additato
gli manca un foglietto...non è colorato...

La corriera Pasqualina fatica a capire:
Tra il male ed il bene, chi deve salire?
Davanti al lavoro, di fronte ai caffè
si chiede sgomenta ogni giorno
             PERCHÈ??  

Nessuno escluso

Ci sono gesti e luoghi e situazioni che nascono con il seme della generosità,  a volte quasi senza saperlo.

Qualche anno fa, nel negozio di una parrucchiera, rimasi sorpresa dal suo allegro canticchiare mentre svolgeva il suo lavoro. Non era cosa consueta dalle mie nordiche parti ma era piacevole ed era un dono. Stava regalando un soffio d’allegria a chiunque le era accanto, senza distinzioni e senza motivo. Allo stesso modo il padrone di casa che circonda il suo giardino di siepi basse basse e di cancelli a larghe maglie che lasciano vedere il prato e i fiori e gli alberi, senza nascondersi in gelosie egoiste protette da recinti inviolabili, regala al passante sconosciuto un angolo di meraviglia e di bellezza. Così le mani che posano vasi di fiori sui davanzali spargono colori e profumi  per i vicini  e per chiunque alzi gli occhi al cielo.

E poi c’è l’arte, sui muri, nelle piazze, l’arte per chiunque e per tutti. Facciate, case, statue, musica regalate senza bisogno di un biglietto, di un lasciapassare, di una qualunque caratteristica che distingua gli uni dagli altri. Sono lì per chi ha voglia di guardare o di ascoltare.

Così sono le case colorate di borgo Parrini, destinato all’abbandono finché un lungimirante imprenditore ed alcuni residenti decisero di valorizzarlo con dipinti murali e decorazioni stile Gaudì .

Così è il castello di Aci Castello sospeso su uno sperone di nera lava in mezzo al mare.

Così è la  Nike che ricorda la prima colonia greca in Sicilia e con le ali spiegate inneggia alla vittoria. 

Così è il Santuario di Madonna della Roccia di Belpasso, un apparizione bianca in mezzo ad un deserto nero.

Così, oltre le nuvole, svetta  la meraviglia bianca dell’Etna e, dai muri di Bagheria, il maestro Morricone ci chiede silenzio per lasciar parlare solo la musica.

Per chi ha solcato, anche se solo un poco, i mari e nell’acqua che non cambia colore ha compreso la vacuità dei confini, è facile trovare anche sulla terra i doni destinati a tutti, nessuno escluso, perché ci sono e ci saranno sempre  gesti, luoghi e situazioni che nascono con il seme immortale della generosità… a volte quasi senza saperlo.

Il privilegio d’invecchiare

Un po’ di giorni fa leggevo, assolutamente per caso, che la Regina Elisabetta ha rifiutato il premio “anziana dell’anno” perchè, per dirla con le sue parole “vecchio è, chi vecchio si sente” e lei… non si sentiva. 

Ora, ci sono parole che nel tempo e per scopi diversi hanno cambiato, per così dire, colore. I temporali sono diventati cicloni, il maltempo nubifragi, i bambini molto vivaci sono alunni affetti da ADHD, i sintomi di qualunque malattia un presagio mortale. Ebbene, in questo contesto dedito all’amplificazione della realtà e alla negazione delle ombre, la Regina Elisabetta sembrerebbe aver ragione. Perchè un vecchio è, per definizione corrente, un malato, stanco, incapace, inutile personaggio.

Il caso vuole, però, che la sottoscritta abbia appena compiuto 60 anni, data a partire dalla quale sembrerebbe cominciare, secondo le comuni classificazioni, la famigerata vecchiaia. Non nego che la cifra tonda faccia un certo effetto, aggravato dall’opinione comune che mi vorrebbe preoccupata delle rughe e dei controlli mensili del colesterolo ma con i capelli neri da adolescente, in lotta strenua e vana per far girare le lancette del tempo al contrario, o perlomeno per fermarle. Ma, fortunatamente, il tempo e il suo trascorrere sono una splendida realtà soggettiva che, lungi dall’essere una maledizione, sono per me una sfida e un privilegio.

Se non sono più una ragazzetta impaurita che non osa esprimere la propria opinione, lo devo al tempo. Se sono orgogliosa delle mie figlie e non mi chiedo più che donne saranno, perchè già lo so, lo devo agli anni che mi separano dal primo giorno in cui sono nate. Se so di poter sopravvivere al dolore e alle difficoltà, lo devo ai giorni bui che ho dovuto affrontare. Se ho milioni di paesaggi e di volti nei miei ricordi, se so cosa ho già raggiunto e cosa cerco ancora di raggiungere, se sono quella che sono ora, lo devo a ciò che sono stata in questi 60 anni. Non cambierei mai la mia valigia di vita con quella che avevo 10 o 20 anni fa, perchè ora contiene molto più di quel che conteneva.

Perchè il problema vero, se ci pensiamo bene,  non è il tempo che passa ma il tempo che trascorre inutilmente. Se restassimo uguali a noi stessi, senza costruire nulla, senza imparare, senza sbagliare, senza perdonare, senza mettersi alla prova, se sopravvivessimo e basta, senza cambiare, se restassimo “giovani” per sempre, allora sì, saremmo inutili personaggi. Ma io credo che se viviamo al meglio delle nostre possibilità ogni giorno della nostra vita, allora, “vecchio” non sarà un’offesa ed invecchiare una dannazione ma, al contrario, un invidiabile privilegio.

Resistenza e rassegnazione

Riconosci?

Riconosci le nuvole nere all’orizzonte, il sibilo del vento che sembra niente e poi, subdolo, all’improvviso, fa gridare le sartie ed inclinare gli scafi?

Riconosci le foglie tenere del cardo che, notte dopo notte, diventano spine acuminate?

Riconosci l’opportunismo che si traveste da accudimento e bontà d’animo?

La vita è un’altalena e, a volte, nel suo saliscendi, sembra fermarsi nell’ombra, nella menzogna, nel sonno, nella paura.

Ma nell’orto c’è il basilico. Piccolo e malmesso nella calura estiva. I rami contorti, le foglie strette che non pareva neanche più lui, una patetica speranza per difendersi dal sole d’agosto. 

E poi, 

qualche grado in meno, uno scroscio di pioggia e le foglie si son fatte tonde e verdi ed è di nuovo in piedi a diffondere profumo. 

E il campo? 

Quel campo davanti casa per mesi secco e giallo, terra e sassi.

Guardalo ora col verde che sgomita prepotente a riprendersi il suo posto. È ancora una piccola striscia ma presto sarà ovunque.

Sicchè, non importa se l’altalena ti porta verso il cielo o ti trascina a terra e non importa quanto è grande il temporale che arriva, non importa se stai resistendo al dolore o ad una ingiustizia, 

continua a resistere 

perchè l’istinto che si cela nel basilico e nel campo davanti a casa non è altro che vita e la vita non lascia spazio alla rassegnazione. 

Il ragazzo delle rondini

L’ombra sul muro è molto grande, attorniata di scintille. Gli occhi del ragazzo sono coperti dalla maschera perchè la luce è troppo intensa. Io lo so anche se guardo solo il muro e aspetto che il rumore cessi.

Sono in un’officina di un saldatore e il consorte si è raccomandato: – Girati quando salda, non guardare direttamente la luce. Il ragazzo, invece, guarda bene quello che sta facendo, è preciso, attento, si muove con maestria unendo ciò che fino ad un attimo prima non aveva nessuna intenzione di stare assieme. Quando tutto finisce abbiamo in mano un oggetto nuovo; soddisfatti del lavoro, gli facciamo i complimenti e ci perdiamo, come di consueto, in chiacchiere.

Lui non ha sempre fatto questo mestiere, non è “figlio d’arte”, ha passato lunghi anni all’estero, lavorando sulle navi da crociera. Aveva il portafoglio gonfio, soddisfazioni, ha visto tanti bei posti, dice… e nella pausa tra una parola e l’altra c’è, inevitabile, lo spazio per la domanda di rito: – Perchè? Come mai? Cosa ti ha riportato qui?

Allora il ragazzo comincia a raccontare. E racconta di quel giorno, quel particolare giorno, fermo al porto. Quel giorno di primavera, con l’aria tiepida e un sole nordico un po’ pallido. Un giorno molto simile al giorno prima ma, quel pomeriggio, nel cielo sopra la grande nave hanno deciso di passare le rondini. Non tante, giusto un paio ma abbastanza per ricordargli la piazza del paese invasa dal loro garrire quando erano a stormi attorno al campanile e alle case. E allora, ci dice, è stato come essere improvvisamente non più lì non più in quel momento: era un ragazzino, era nella sua città, qualche mamma chiamava dalla finestra i figli a pranzo,  lui, sul suo motorino scendeva per la strada, passava accanto, ad una ad una, a tutte le botteghe…le ricordava tutte… e ricordava il suono del motore, persino l’odore della miscela…

Così ha lasciato le navi, il sole pallido, il portafoglio gonfio. Ha un’ officina, molto lavoro, anche troppo, che a volte non riesce neppure ad andare a mare per pescare, ma è contento. Ed è anche un bravo narratore. La sua storia ha il sapore delle cose semplici e vere e allora penso che il cuore trova sempre un modo per parlarci e, citando liberamente  “Apollo 13”

Non si può mai dire cosa, alla fine, ci riporterà a casa.

Nutrimento

Occhi chiusi, la concentrazione di chi cerca, chissà… nell’ aria sottile forse o forse da qualche parte profonda dentro di sè, quel respiro ineffabile, quel momento, quella nota. Poi la voce e la musica, un’anima vibrante che ci regala pura emozione.

Un ospite, un incontro, uno tra molti ma non uno dei tanti.

Quando una cara amica, tempo fa, mi salutò ringraziandomi per “averla nutrita”     ( e voi che ormai mi conoscete saprete senz’altro che non poteva riferirsi ad una cena luculliana…) ho pensato che era il saluto perfetto che avrei voluto fare alla fine di molti incontri.

Durante i cinque anni di vita barcaiola le occasioni di nutrimento per l’anima sono state tante, da parte di uomini e, altrettanto se non più importanti, da parte del mare. Quando Cautha è diventata CasaCautha, la natura è stata forzatamente addomesticata: il vento non è più così forte, il freddo così freddo e il caldo così caldo ma le occasioni d’incontro non sono diminuite: non più un equipaggio che va di porto in porto ma un porto che passa da equipaggio ad equipaggio. In questi mesi di piena stagione turistica tanti ospiti si sono avvicendati nelle stanze della nostra casetta di legno. Amici che non vedevamo da tempo immemorabile, colleghi, infanzia e adolescenza che rivivono con la compagna di banco che posso chiamare ancora col soprannome che aveva a sei anni, perchè certe cose, per fortuna, non cambiano mai. E se, con chi conosco la mia anima sa cosa aspettarsi, con gli sconosciuti è sempre una sorpresa.

C’è stata tenerezza e simpatia per le giovani coppie, disappunto per gli incuranti (rari fortunatamente) che “a saperlo prima avrei detto di avere tutte le stanze occupate”, soddisfazione per i turisti entusiasti, empatia per i curiosi della vita e c’è stato brivido e commozione per chi ha deciso di regalarci la sua voce, la sua musica, la sua sincera passione. Chi ha la chiave per entrare laggiù, nel profondo, nel luogo chiaro e scuro dove riposano le emozioni e ne fa dono non può che ricevere sincera gratitudine. Sicchè, il saluto che mi è stato generosamente regalato e che avrei potuto usare tante volte nel passato, lo uso adesso.

Grazie di cuore a lei e a molti altri di passaggio tra le nostre mura, grazie davvero per averci…nutrito.

Lasagne terra e paglia

Permacultura…orto sinergico…agricoltura biodinamica…

Cosa può saperne di tutto ciò una ex cittadina, ex maestra, ex barcaiola?

Eppure quando una cosa è vera, capita che prima o poi la incontri e la riconosci. Così è bastato dare uno sguardo fuori casa per vedere che le foglie argentate della salvia nonostante stiano collassando sotto il sole,  attendono con fiducia l’umidità della notte che le farà risorgere. Accanto a lei le altre aromatiche, recenti regali beneauguranti, uscite da poco dal vivaio, si stanno abituando alla vita vera e dopo il trauma iniziale, quando già le davo per prossime al decesso, stanno invece adattandosi e riprendendo vigore e forza. Il basilico, costretto in casa, triste e malinconico è ritornato in piena forma chiacchierando con la mimosa, nell’angolo del giardino. Intanto le colombe stanno raccogliendo i rametti secchi, che proteggono le radici dell’alloro dall’esuberanza del sole, per il loro nido, mentre l’upupa setaccia il terreno, in cerca forse di lombrichi, che scavando le loro gallerie rendono soffice la terra.

Soltanto in questo minuscolo pezzetto di terra, soltanto in questo breve attimo, è tutto un  brulicare di vita, di incontri, di trasformazioni, di collaborazione. Per me, spettatrice assolutamente ininfluente, è facile capire che tutto ha un senso e che nulla di ciò che avviene è inutile. Chiunque osservi muto e attento la Natura non può che ammirarne l’equilibrio irraggiungibile e desiderare di poterne far parte, recando meno disturbo possibile.

Ecco allora che i “paroloni” sconosciuti diventano comprensibili, uniti da una filosofia di fondo che vede l’uomo come uno dei tanti ospiti di questo mondo di per sé perfetto.

Così, quando il nostro amico Giancarlo (Il filo di paglia-Comiso) che della permacultura ha fatto la sua vita e il suo lavoro si offre di aiutarci a fare un orto a lasagna, anche il consorte, molto più avvezzo ai motori che non alla zappa, cede alla suggestione. Così comincia la costruzione di questo bancale riempito di strati di diverso materiale di recupero, da cui il riferimento al primo piatto emiliano. Strati di legno, cartone, letame, paglia… si succedono in un ordine che imita la natura e permette di creare un “suolo” fertile e attivo, un piccolo ecosistema che mi regalerà verdure “acqua e sole”. L’esperienza di Giancarlo nella costruzione del bancale, nella distribuzione degli strati, nella messa a dimora delle piantine è indispensabile ma alla fine l’orto è pronto, non resta che occuparsene con cura e con umiltà entrando in punta di piedi nel mondo perfetto di Madre Natura.

“Sedendo sugli scalini dietro casa, abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere una vita. Siamo circondati da sole, vento, altre persone, edifici, pietre, mare, uccelli e piante. Cooperare con tutte queste cose porta armonia, competere contro di loro porta disastri e caos.”

(Bill Mollison, fondatore della permacultura)

Con gli occhi al cielo

La luna piena e luminosa è ancora alta in cielo e ancora non si intravede il lieve colore dell’alba. Eppure l’evento deve essere imminente perchè nel silenzio assoluto della notte mi ha svegliato un trillo squillante e ritmico. Il cinguettio proviene dai boschi qui accanto e poco dopo un altro se ne aggiunge e, dopo un breve duetto, prende il posto del primo, per cedere, infine, ad un altro cantore il ruolo di solista. La sinfonia è meravigliosa e vale il risveglio antelucano. Siamo in camper, in sosta libera nell’ampio piazzale del Santuario del Monte Dinnamare, un luogo dalle vaste prospettive, affacciato com’è da un lato sullo stretto di Messina e dall’altro sulle isole Eolie.

Lo strepitoso paesaggio, i folti boschi e i prati punteggiati di ciclamini e margherite varrebbero da soli il viaggio ma, in questi giorni, c’è un motivo in più per essere qui. Siamo sulla rotta migratoria dei rapaci che dall’Africa vanno a nidificare in Europa. Da qui passano fino a migliaia di uccelli al giorno, sfruttando le correnti ascensionali per attraversare lo stretto.

Uno spettacolo per noi tanto inusuale quanto affascinante ma pane quotidiano, invece, per gli appassionati che muniti di binocoli, macchine fotografiche e taccuini monitorano il passaggio. Il gruppo eterogeneo unisce in un’unica grande passione ragazzi e pensionati, tutti con gli occhi al cielo a scrutare, distinguere, ricordare e a spiegare a noi profani che li ascoltiamo con stupore e riconoscenza come distinguere un falco pecchiaiolo da quello di palude, un’ aquila giovane da una vecchia, un’albanella femmina da un maschio.

Con generosità ed entusiasmo Ivano, Alessandro, Davide e gli altri tutti ci introducono nel loro mondo. È un mondo fatto dai colori delle piume, dal profilo delle ali, dall’incedere del volo, un mondo di creature ancora misteriose che percorrono migliaia di chilometri semplicemente per creare nuova vita, che riconoscono il vibrare dell’aria più calda che li trasporterà senza fatica, che prevedono l’arrivo dei venti ostili prima di qualunque meteorologo. Figli della natura e dell’istinto si librano nel cielo eleganti e maestosi, si riuniscono in gruppo e salgono come danzatori provetti nel cuore delle “termiche” e talvolta improvvisano un girotondo sopra i nostri sguardi rivolti al cielo.

Da quaggiù a noi sembrano piccoli piccoli ma se potessimo vedere con i loro occhi, sentire dentro di noi il loro istinto, connetterci come loro con la natura e con la forza vitale che fa girare il mondo, allora capiremmo che sono loro i giganti e noi i piccoli puntini neri all’orizzonte.

Nb. Un grazie di cuore ad Alessandro (Alessandro Micalizzi Photography) per il suo tempo e gli scatti che ci ha regalato.

Ricordi?

Grazie a Silvia per lo scatto.

Ricordi quando gli anni pesanti sulle spalle dei tuoi  vecchi erano troppi da sopportare, come allora lo star loro vicino fino alla fine era di conforto a entrambi?

Ricordi quando ammalato nel letto di casa le visite degli amici ti triplicavano le forze e dimezzavano la convalescenza?

Ricordi quando i bambini giocavano e si sporcavano e si spingevano e si toccavano e ridevano, vicini di niente?

Ricordi quando i ragazzi si baciavano per strada e camminavano tenendosi per mano sussurrandosi, occhi negli occhi, parole dolci?

Ricordi quando gli incontri tra amici erano baci sulle guance e pacche sulle spalle e strette di mano?

Ricordi quando le labbra delle donne brillavano di rosso, come coralli in mare e il sorriso nasceva dalla bocca e cresceva sul volto, per finire, solo all’ultimo col raggiungere gli occhi?

Ricordi quando la scuola era un’aula piena di cartelloni colorati e ragazzi che lavoravano  in gruppo, insieme, chini sullo stesso banco?

Ricordi l’emozione del sipario che si apre, le voci degli attori e il teatro pieno dell’emozione di chi ascolta?

Ricordi i concerti d’estate, i cori con sconosciuti ma amici del momento, le mani che battono il ritmo, figli tutti delle stesse note?

Ricordi il cinema e i pop-corn condivisi?

Ricordi i pranzi improvvisati dove aggiungere un posto a tavola era una regola non scritta ma imprescindibile?

Ricordi le gite nei giorni di festa, in giro, per vedere e scoprire e gustare ed imparare angoli nuovi di mondo?

Ricordi quando andavi dove volevi, con chi volevi e il mondo sembrava così meravigliosamente piccolo e vicino? 

Ricordi quando avevi paura? Di un incidente stradale, del terremoto, delle cattive compagnie, dei ladri, dell’infarto…

Ricordi?

Ora hai solo una grande unica paura, la paura di ogni uomo, la paura che non sconfiggeremo mai

hai paura di morire 

ma forse, 

chissà, 

non ti sei accorto che hai già smesso di vivere.

Il mare con la maiuscola

La prima volta che sentii dire ad un trapanese :- Quest’anno non sono ancora andato al mare… rischiai di ridere di cuore. Per me, cittadina di pianura, andare al mare voleva dire fare cento chilometri di autostrada ma chi viveva già in una città di mare dove mai poteva andare? Poi, col tempo, imparai che il mare era molte e diverse cose: era la superficie su cui navigare, la quiete speranzosa dove attendere un pesce all’amo, il profondo blu in cui immergersi, la vertigine delle scogliere, i castelli di sabbia e la stuoia distesa al sole. Ognuno aveva il suo personale mare da raggiungere. Così, quando, qualche giorno fa, abbiamo deciso di trascorrere un paio di giorni nei dintorni di Siracusa mi è venuto naturale pensare che… stavamo andando al mare…

Il mare in questione è un mare con la lettera maiuscola. Ricco di storia, di vita sottomarina, di relitti e di leggende, circonda la città di Siracusa che giace sicura nel golfo naturale delimitato a sud dalla penisola della Maddalena, l’antico plemmyrion cantato da Virgilio nell’Eneide.

E Plemmirio è anche il nome dell’area marina protetta istituita nel 2004, meta della nostra gita fuori porta. Paradiso per i subacquei, è incantevole anche per chi, come noi, si accontenta di passeggiare sulla costa. Qui il mare raggiunge toni di blu di un’intensità difficilmente riscontrabili altrove.

Il faro di Capo di Murro di Porco, vedetta indispensabile e benedetta per chiunque si avvicini a queste coste, è l’unica pennellata di bianco tra i blu del cielo e del mare.

Attorno al faro qualche mucca al pascolo e un paio di cani randagi permettono ai colori e ai suoni del mare di essere protagonisti incontrastati. Soltanto l’Etna, nervoso e sbuffante, sullo sfondo, contende loro la scena.

È un paesaggio veramente fantastico e non stento a credere che sotto la superficie dell’acqua lo sia altrettanto. Enzo Maiorca era legato a questi luoghi in modo intenso e profondo. Venti metri sotto la superficie dell’acqua una sirena di bronzo ricorderá per sempre sua figlia Rossana, come una vedetta sugli abissi.

Camminando su queste scogliere, guardando le onde infrangersi sugli scogli, lasciando vagare lo sguardo sull’orizzonte… non si può non pensare a lui, alla sua vita e al suo amore per questo mare con la M maiuscola.

Il mare insegna all’uomo l’umiltà …

Il mare insegna ancora una cosa importantissima
per la sopravvivenza dell’uomo stesso …
Gli insegna che dietro ad un orizzonte ce n’è sempre un altro … (Enzo Maiorca)

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