Umane vicende

Ci sono periodi, nella vita, in cui le umane vicende assumono un peso ed una forza che non hanno mai avuto prima. Periodi in cui una come me, col naso sempre all’aria e lo sguardo preso più dalla Via Lattea che non dalla strada che ha sotto i piedi, per molto tempo, invece, ha finito con lo scrivere e il pensare in termini di attualità.

Eppure, anche in momenti così, c’è, sempre e inevitabilmente, un istante, un incontro, un luogo che ci costringe a cambiare prospettiva.

Succede quando da un ramo, diventato un bastone secco, ruvido…morto sotto il cielo d’inverno, spuntano improvvisamente, inspiegabilmente, miracolosamente dei piccoli rigonfiamenti verde tenero e poi delle gemme e poi delle foglie e dei fiori. E non importa se è successo ogni anno, perchè ogni volta sembra impossibile che il miracolo si replichi, lasciandoci sempre muti e stupiti.

Campagna ragusana (Grazie a Sergio per lo scatto)

Succede quando si cammina tra querce secolari nodose e inquiete e tormentate. Querce da sughero che hanno visto anni, uomini, generazioni sorgere e tramontare e che ora accolgono anche noi, il nostro rispetto, la nostra meraviglia con paziente indulgenza.

Sughereta di Niscemi

Succede ogni volta che siamo di fronte al mare, alla sua sconfinata potenza, al suo respiro, al suo andare e venire che scolpisce e modella le coste con un quasi ineffabile ma inesorabile lavorio.

Scala de Turchi

Succede ad ogni primavera, ad ogni arcobaleno, ad ogni tramonto.

Siculiana

Succede perché, per quanto grandi, importanti, drammatiche o entusiasmanti siano le umane vicende, 

…siamo soltanto un battito di ali delle stelle che muoiono partorendo gli atomi che ci compongono, ma sono del tutto ignare delle vicende umane, indifferenti ai nostri barlumi di grandezza e agli abissi del nostro ego. Forse guardando le cose da una scala cosmica saremmo più disposti a perdonarci a vicenda la nostra piccolezza, ad aiutarci l’un l’altro, a vivere con serenità il nostro breve tempo sulla Terra. 

(Samantha Cristoforetti)

Pescatori di perle

I pescatori di perle sono cercatori di bellezza in un mondo liquido e blu . Hanno muscoli potenti, corpi abituati a sopportare alte pressioni. Trattengono il fiato e cercano tra conchiglie incrostate e sgraziate quelle che contengono il granello di sabbia, prescelto dal fato, per diventare una sfera di perfezione. Non devono lasciarsi  ingannare dai gusci ma li devono aprire ad uno ad uno. Qualunque sia l’aspetto della conchiglia, grande o piccola, bella o brutta, rotta o integra, che sia cresciuta da un lato o dall’altro della scogliera,  quello che importa ai pescatori di perle è quello che ha fatto con il suo granello di sabbia. 

Si dice che quando il mare si gonfia in onde scure e il vento ne increspa la superficie in vertiginosi frangenti, sotto, nel profondo blu, ci sia calma e silenzio. Allora forse è più facile cercare perle, gettarsi nel profondo per sfuggire ai marosi.

Così, quando gli eventi scompigliano le carte della nostra vita,  quando i tempi pretendono scelte, cambiamenti, coraggio dovremmo forse trasformarci in pescatori di perle, trattenere il fiato, stringere i denti e cercare nel profondo, tra i gusci di ciò che ci circonda quelli che contengono una sfera perfetta e lucente. Se la piccola sfera riflette la luce della libertà, del rispetto, della gioia di vivere, dell’empatia, dell’entusiasmo allora il guscio si può gettare tra le cose inutili.

In questi ultimi anni, in cui la bonaccia è stata un miraggio, ho rivisto persone che mai avrei pensato di rivedere, ho conosciuto persone che mai avrei pensato di conoscere, ho frequentato luoghi e percorso strade a volte immaginate, a volte sconosciute, ho aperto molte conchiglie profondamente diverse tra loro, scoprendo che racchiudevano perle di rara bellezza. Le conservo con cura e le ringrazio ad una ad una. Penso che, forse, le tempeste arrivino anche per costringerci a gettarci nelle profondità, alla ricerca di ciò che è meno evidente. Se così fosse, allora, anche nei giorni di sole e cielo terso la spiaggia non ci sembrerà più quella di prima e quando lasceremo scorrere tra le dita quei lucenti granelli di sabbia dorata lo faremo con la consapevolezza che, racchiusi nel silenzioso blu di una conchiglia, laggiù nel profondo, ci aspettano altri granelli e stanno già diventando perle. 

Quella piccola “zuccona”

Avevo poco più di sei anni ed era probabilmente un pomeriggio qualunque quando la mia mamma mi chiese un favore. Forse si trattava di vuotare la spazzatura o di aiutarla a piegare i lenzuoli…fatto sta che la richiesta fu accompagnata da un ingenuo ricatto: Se lo fai…allora io… Di solito funziona, avrà pensato la mia mamma, ma non fu così e la mia risposta divenne uno dei suoi aneddoti preferiti quando voleva sottolineare che sua figlia era testarda ed ostinata, una vera “zuccona” come si dice a Bologna.

Quel pomeriggio, dunque, la guardai e le dissi semplicemente: -Puoi dirmi quello che ti pare ma lo faccio solo se è giusto. Ora, è evidente che a sei anni disquisire di giustizia in relazione ad un aiuto domestico è un tantinello esagerato, ma il senso profondo di quella risposta era dentro di me già da allora e non mi ha mai abbandonato. Io non volevo obbedire né per paura, né per lusinga. In qualche modo, forse istintivo, infantile ma  sicuramente sincero sapevo già che quando si fa qualcosa, qualunque cosa, la si deve fare perchè si crede sia la cosa giusta, non per meritare doni o per evitare castighi ma semplicemente perchè è giusta.

Sono passati molti anni ma voglio molto bene a quella bambinetta impertinente  e devo dire che mi è stata accanto e mi ha guidato in tante scelte. Mi ha ricordato che l’obbedienza non è una virtù quando gli ordini sono ingiusti, che chi sceglie il male minore, sceglie comunque il male, che la libertà e la dignità non dovrebbero mai essere in vendita, che il ricatto è l’arma dei vili, l’ultima spiaggia di chi non ha abbastanza motivazioni a sostegno delle sue pretese. Ora come allora, di fronte ai: Se tu…allora io… quella piccola zuccona che è dentro di me risponde ancora:

Puoi dirmi quello che ti pare ma lo farò solo se è giusto.

La corriera Pasqualina

La corriera Pasqualina
al lavoro o al caffè
porta seco ogni mattina
tanta gente, credi a me.
Lei che vede dentro i cuori
li conosce ad uno ad uno
mai nessuno resta fuori
bianco, giallo, biondo o bruno.
Sale arcigno ed impettito
Sigismondo ed è un bandito.
E che dire di Ugo Lini?
Prende a schiaffi i suoi bambini.

Segue a ruota Pippo Raga
che le tasse mai non paga.
C'è poi un tizio magro magro
farabutto e grande ladro.

Pasqualina dentro i cuori
li conosce ad uno ad uno
ma nessuno resta fuori
bianco, giallo, biondo o bruno.

Solamente Serafino
resta fermo sul gradino,
è sincero e non imbroglia
non fa male ad una foglia.

Onesto, perbene
si fa voler bene
eppure è sbagliato, da tutti additato
gli manca un foglietto...non è colorato...

La corriera Pasqualina fatica a capire:
Tra il male ed il bene, chi deve salire?
Davanti al lavoro, di fronte ai caffè
si chiede sgomenta ogni giorno
             PERCHÈ??  

Nessuno escluso

Ci sono gesti e luoghi e situazioni che nascono con il seme della generosità,  a volte quasi senza saperlo.

Qualche anno fa, nel negozio di una parrucchiera, rimasi sorpresa dal suo allegro canticchiare mentre svolgeva il suo lavoro. Non era cosa consueta dalle mie nordiche parti ma era piacevole ed era un dono. Stava regalando un soffio d’allegria a chiunque le era accanto, senza distinzioni e senza motivo. Allo stesso modo il padrone di casa che circonda il suo giardino di siepi basse basse e di cancelli a larghe maglie che lasciano vedere il prato e i fiori e gli alberi, senza nascondersi in gelosie egoiste protette da recinti inviolabili, regala al passante sconosciuto un angolo di meraviglia e di bellezza. Così le mani che posano vasi di fiori sui davanzali spargono colori e profumi  per i vicini  e per chiunque alzi gli occhi al cielo.

E poi c’è l’arte, sui muri, nelle piazze, l’arte per chiunque e per tutti. Facciate, case, statue, musica regalate senza bisogno di un biglietto, di un lasciapassare, di una qualunque caratteristica che distingua gli uni dagli altri. Sono lì per chi ha voglia di guardare o di ascoltare.

Così sono le case colorate di borgo Parrini, destinato all’abbandono finché un lungimirante imprenditore ed alcuni residenti decisero di valorizzarlo con dipinti murali e decorazioni stile Gaudì .

Così è il castello di Aci Castello sospeso su uno sperone di nera lava in mezzo al mare.

Così è la  Nike che ricorda la prima colonia greca in Sicilia e con le ali spiegate inneggia alla vittoria. 

Così è il Santuario di Madonna della Roccia di Belpasso, un apparizione bianca in mezzo ad un deserto nero.

Così, oltre le nuvole, svetta  la meraviglia bianca dell’Etna e, dai muri di Bagheria, il maestro Morricone ci chiede silenzio per lasciar parlare solo la musica.

Per chi ha solcato, anche se solo un poco, i mari e nell’acqua che non cambia colore ha compreso la vacuità dei confini, è facile trovare anche sulla terra i doni destinati a tutti, nessuno escluso, perché ci sono e ci saranno sempre  gesti, luoghi e situazioni che nascono con il seme immortale della generosità… a volte quasi senza saperlo.

Il privilegio d’invecchiare

Un po’ di giorni fa leggevo, assolutamente per caso, che la Regina Elisabetta ha rifiutato il premio “anziana dell’anno” perchè, per dirla con le sue parole “vecchio è, chi vecchio si sente” e lei… non si sentiva. 

Ora, ci sono parole che nel tempo e per scopi diversi hanno cambiato, per così dire, colore. I temporali sono diventati cicloni, il maltempo nubifragi, i bambini molto vivaci sono alunni affetti da ADHD, i sintomi di qualunque malattia un presagio mortale. Ebbene, in questo contesto dedito all’amplificazione della realtà e alla negazione delle ombre, la Regina Elisabetta sembrerebbe aver ragione. Perchè un vecchio è, per definizione corrente, un malato, stanco, incapace, inutile personaggio.

Il caso vuole, però, che la sottoscritta abbia appena compiuto 60 anni, data a partire dalla quale sembrerebbe cominciare, secondo le comuni classificazioni, la famigerata vecchiaia. Non nego che la cifra tonda faccia un certo effetto, aggravato dall’opinione comune che mi vorrebbe preoccupata delle rughe e dei controlli mensili del colesterolo ma con i capelli neri da adolescente, in lotta strenua e vana per far girare le lancette del tempo al contrario, o perlomeno per fermarle. Ma, fortunatamente, il tempo e il suo trascorrere sono una splendida realtà soggettiva che, lungi dall’essere una maledizione, sono per me una sfida e un privilegio.

Se non sono più una ragazzetta impaurita che non osa esprimere la propria opinione, lo devo al tempo. Se sono orgogliosa delle mie figlie e non mi chiedo più che donne saranno, perchè già lo so, lo devo agli anni che mi separano dal primo giorno in cui sono nate. Se so di poter sopravvivere al dolore e alle difficoltà, lo devo ai giorni bui che ho dovuto affrontare. Se ho milioni di paesaggi e di volti nei miei ricordi, se so cosa ho già raggiunto e cosa cerco ancora di raggiungere, se sono quella che sono ora, lo devo a ciò che sono stata in questi 60 anni. Non cambierei mai la mia valigia di vita con quella che avevo 10 o 20 anni fa, perchè ora contiene molto più di quel che conteneva.

Perchè il problema vero, se ci pensiamo bene,  non è il tempo che passa ma il tempo che trascorre inutilmente. Se restassimo uguali a noi stessi, senza costruire nulla, senza imparare, senza sbagliare, senza perdonare, senza mettersi alla prova, se sopravvivessimo e basta, senza cambiare, se restassimo “giovani” per sempre, allora sì, saremmo inutili personaggi. Ma io credo che se viviamo al meglio delle nostre possibilità ogni giorno della nostra vita, allora, “vecchio” non sarà un’offesa ed invecchiare una dannazione ma, al contrario, un invidiabile privilegio.

Resistenza e rassegnazione

Riconosci?

Riconosci le nuvole nere all’orizzonte, il sibilo del vento che sembra niente e poi, subdolo, all’improvviso, fa gridare le sartie ed inclinare gli scafi?

Riconosci le foglie tenere del cardo che, notte dopo notte, diventano spine acuminate?

Riconosci l’opportunismo che si traveste da accudimento e bontà d’animo?

La vita è un’altalena e, a volte, nel suo saliscendi, sembra fermarsi nell’ombra, nella menzogna, nel sonno, nella paura.

Ma nell’orto c’è il basilico. Piccolo e malmesso nella calura estiva. I rami contorti, le foglie strette che non pareva neanche più lui, una patetica speranza per difendersi dal sole d’agosto. 

E poi, 

qualche grado in meno, uno scroscio di pioggia e le foglie si son fatte tonde e verdi ed è di nuovo in piedi a diffondere profumo. 

E il campo? 

Quel campo davanti casa per mesi secco e giallo, terra e sassi.

Guardalo ora col verde che sgomita prepotente a riprendersi il suo posto. È ancora una piccola striscia ma presto sarà ovunque.

Sicchè, non importa se l’altalena ti porta verso il cielo o ti trascina a terra e non importa quanto è grande il temporale che arriva, non importa se stai resistendo al dolore o ad una ingiustizia, 

continua a resistere 

perchè l’istinto che si cela nel basilico e nel campo davanti a casa non è altro che vita e la vita non lascia spazio alla rassegnazione. 

Il ragazzo delle rondini

L’ombra sul muro è molto grande, attorniata di scintille. Gli occhi del ragazzo sono coperti dalla maschera perchè la luce è troppo intensa. Io lo so anche se guardo solo il muro e aspetto che il rumore cessi.

Sono in un’officina di un saldatore e il consorte si è raccomandato: – Girati quando salda, non guardare direttamente la luce. Il ragazzo, invece, guarda bene quello che sta facendo, è preciso, attento, si muove con maestria unendo ciò che fino ad un attimo prima non aveva nessuna intenzione di stare assieme. Quando tutto finisce abbiamo in mano un oggetto nuovo; soddisfatti del lavoro, gli facciamo i complimenti e ci perdiamo, come di consueto, in chiacchiere.

Lui non ha sempre fatto questo mestiere, non è “figlio d’arte”, ha passato lunghi anni all’estero, lavorando sulle navi da crociera. Aveva il portafoglio gonfio, soddisfazioni, ha visto tanti bei posti, dice… e nella pausa tra una parola e l’altra c’è, inevitabile, lo spazio per la domanda di rito: – Perchè? Come mai? Cosa ti ha riportato qui?

Allora il ragazzo comincia a raccontare. E racconta di quel giorno, quel particolare giorno, fermo al porto. Quel giorno di primavera, con l’aria tiepida e un sole nordico un po’ pallido. Un giorno molto simile al giorno prima ma, quel pomeriggio, nel cielo sopra la grande nave hanno deciso di passare le rondini. Non tante, giusto un paio ma abbastanza per ricordargli la piazza del paese invasa dal loro garrire quando erano a stormi attorno al campanile e alle case. E allora, ci dice, è stato come essere improvvisamente non più lì non più in quel momento: era un ragazzino, era nella sua città, qualche mamma chiamava dalla finestra i figli a pranzo,  lui, sul suo motorino scendeva per la strada, passava accanto, ad una ad una, a tutte le botteghe…le ricordava tutte… e ricordava il suono del motore, persino l’odore della miscela…

Così ha lasciato le navi, il sole pallido, il portafoglio gonfio. Ha un’ officina, molto lavoro, anche troppo, che a volte non riesce neppure ad andare a mare per pescare, ma è contento. Ed è anche un bravo narratore. La sua storia ha il sapore delle cose semplici e vere e allora penso che il cuore trova sempre un modo per parlarci e, citando liberamente  “Apollo 13”

Non si può mai dire cosa, alla fine, ci riporterà a casa.

Nutrimento

Occhi chiusi, la concentrazione di chi cerca, chissà… nell’ aria sottile forse o forse da qualche parte profonda dentro di sè, quel respiro ineffabile, quel momento, quella nota. Poi la voce e la musica, un’anima vibrante che ci regala pura emozione.

Un ospite, un incontro, uno tra molti ma non uno dei tanti.

Quando una cara amica, tempo fa, mi salutò ringraziandomi per “averla nutrita”     ( e voi che ormai mi conoscete saprete senz’altro che non poteva riferirsi ad una cena luculliana…) ho pensato che era il saluto perfetto che avrei voluto fare alla fine di molti incontri.

Durante i cinque anni di vita barcaiola le occasioni di nutrimento per l’anima sono state tante, da parte di uomini e, altrettanto se non più importanti, da parte del mare. Quando Cautha è diventata CasaCautha, la natura è stata forzatamente addomesticata: il vento non è più così forte, il freddo così freddo e il caldo così caldo ma le occasioni d’incontro non sono diminuite: non più un equipaggio che va di porto in porto ma un porto che passa da equipaggio ad equipaggio. In questi mesi di piena stagione turistica tanti ospiti si sono avvicendati nelle stanze della nostra casetta di legno. Amici che non vedevamo da tempo immemorabile, colleghi, infanzia e adolescenza che rivivono con la compagna di banco che posso chiamare ancora col soprannome che aveva a sei anni, perchè certe cose, per fortuna, non cambiano mai. E se, con chi conosco la mia anima sa cosa aspettarsi, con gli sconosciuti è sempre una sorpresa.

C’è stata tenerezza e simpatia per le giovani coppie, disappunto per gli incuranti (rari fortunatamente) che “a saperlo prima avrei detto di avere tutte le stanze occupate”, soddisfazione per i turisti entusiasti, empatia per i curiosi della vita e c’è stato brivido e commozione per chi ha deciso di regalarci la sua voce, la sua musica, la sua sincera passione. Chi ha la chiave per entrare laggiù, nel profondo, nel luogo chiaro e scuro dove riposano le emozioni e ne fa dono non può che ricevere sincera gratitudine. Sicchè, il saluto che mi è stato generosamente regalato e che avrei potuto usare tante volte nel passato, lo uso adesso.

Grazie di cuore a lei e a molti altri di passaggio tra le nostre mura, grazie davvero per averci…nutrito.

Lasagne terra e paglia

Permacultura…orto sinergico…agricoltura biodinamica…

Cosa può saperne di tutto ciò una ex cittadina, ex maestra, ex barcaiola?

Eppure quando una cosa è vera, capita che prima o poi la incontri e la riconosci. Così è bastato dare uno sguardo fuori casa per vedere che le foglie argentate della salvia nonostante stiano collassando sotto il sole,  attendono con fiducia l’umidità della notte che le farà risorgere. Accanto a lei le altre aromatiche, recenti regali beneauguranti, uscite da poco dal vivaio, si stanno abituando alla vita vera e dopo il trauma iniziale, quando già le davo per prossime al decesso, stanno invece adattandosi e riprendendo vigore e forza. Il basilico, costretto in casa, triste e malinconico è ritornato in piena forma chiacchierando con la mimosa, nell’angolo del giardino. Intanto le colombe stanno raccogliendo i rametti secchi, che proteggono le radici dell’alloro dall’esuberanza del sole, per il loro nido, mentre l’upupa setaccia il terreno, in cerca forse di lombrichi, che scavando le loro gallerie rendono soffice la terra.

Soltanto in questo minuscolo pezzetto di terra, soltanto in questo breve attimo, è tutto un  brulicare di vita, di incontri, di trasformazioni, di collaborazione. Per me, spettatrice assolutamente ininfluente, è facile capire che tutto ha un senso e che nulla di ciò che avviene è inutile. Chiunque osservi muto e attento la Natura non può che ammirarne l’equilibrio irraggiungibile e desiderare di poterne far parte, recando meno disturbo possibile.

Ecco allora che i “paroloni” sconosciuti diventano comprensibili, uniti da una filosofia di fondo che vede l’uomo come uno dei tanti ospiti di questo mondo di per sé perfetto.

Così, quando il nostro amico Giancarlo (Il filo di paglia-Comiso) che della permacultura ha fatto la sua vita e il suo lavoro si offre di aiutarci a fare un orto a lasagna, anche il consorte, molto più avvezzo ai motori che non alla zappa, cede alla suggestione. Così comincia la costruzione di questo bancale riempito di strati di diverso materiale di recupero, da cui il riferimento al primo piatto emiliano. Strati di legno, cartone, letame, paglia… si succedono in un ordine che imita la natura e permette di creare un “suolo” fertile e attivo, un piccolo ecosistema che mi regalerà verdure “acqua e sole”. L’esperienza di Giancarlo nella costruzione del bancale, nella distribuzione degli strati, nella messa a dimora delle piantine è indispensabile ma alla fine l’orto è pronto, non resta che occuparsene con cura e con umiltà entrando in punta di piedi nel mondo perfetto di Madre Natura.

“Sedendo sugli scalini dietro casa, abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere una vita. Siamo circondati da sole, vento, altre persone, edifici, pietre, mare, uccelli e piante. Cooperare con tutte queste cose porta armonia, competere contro di loro porta disastri e caos.”

(Bill Mollison, fondatore della permacultura)

Con gli occhi al cielo

La luna piena e luminosa è ancora alta in cielo e ancora non si intravede il lieve colore dell’alba. Eppure l’evento deve essere imminente perchè nel silenzio assoluto della notte mi ha svegliato un trillo squillante e ritmico. Il cinguettio proviene dai boschi qui accanto e poco dopo un altro se ne aggiunge e, dopo un breve duetto, prende il posto del primo, per cedere, infine, ad un altro cantore il ruolo di solista. La sinfonia è meravigliosa e vale il risveglio antelucano. Siamo in camper, in sosta libera nell’ampio piazzale del Santuario del Monte Dinnamare, un luogo dalle vaste prospettive, affacciato com’è da un lato sullo stretto di Messina e dall’altro sulle isole Eolie.

Lo strepitoso paesaggio, i folti boschi e i prati punteggiati di ciclamini e margherite varrebbero da soli il viaggio ma, in questi giorni, c’è un motivo in più per essere qui. Siamo sulla rotta migratoria dei rapaci che dall’Africa vanno a nidificare in Europa. Da qui passano fino a migliaia di uccelli al giorno, sfruttando le correnti ascensionali per attraversare lo stretto.

Uno spettacolo per noi tanto inusuale quanto affascinante ma pane quotidiano, invece, per gli appassionati che muniti di binocoli, macchine fotografiche e taccuini monitorano il passaggio. Il gruppo eterogeneo unisce in un’unica grande passione ragazzi e pensionati, tutti con gli occhi al cielo a scrutare, distinguere, ricordare e a spiegare a noi profani che li ascoltiamo con stupore e riconoscenza come distinguere un falco pecchiaiolo da quello di palude, un’ aquila giovane da una vecchia, un’albanella femmina da un maschio.

Con generosità ed entusiasmo Ivano, Alessandro, Davide e gli altri tutti ci introducono nel loro mondo. È un mondo fatto dai colori delle piume, dal profilo delle ali, dall’incedere del volo, un mondo di creature ancora misteriose che percorrono migliaia di chilometri semplicemente per creare nuova vita, che riconoscono il vibrare dell’aria più calda che li trasporterà senza fatica, che prevedono l’arrivo dei venti ostili prima di qualunque meteorologo. Figli della natura e dell’istinto si librano nel cielo eleganti e maestosi, si riuniscono in gruppo e salgono come danzatori provetti nel cuore delle “termiche” e talvolta improvvisano un girotondo sopra i nostri sguardi rivolti al cielo.

Da quaggiù a noi sembrano piccoli piccoli ma se potessimo vedere con i loro occhi, sentire dentro di noi il loro istinto, connetterci come loro con la natura e con la forza vitale che fa girare il mondo, allora capiremmo che sono loro i giganti e noi i piccoli puntini neri all’orizzonte.

Nb. Un grazie di cuore ad Alessandro (Alessandro Micalizzi Photography) per il suo tempo e gli scatti che ci ha regalato.

Ricordi?

Grazie a Silvia per lo scatto.

Ricordi quando gli anni pesanti sulle spalle dei tuoi  vecchi erano troppi da sopportare, come allora lo star loro vicino fino alla fine era di conforto a entrambi?

Ricordi quando ammalato nel letto di casa le visite degli amici ti triplicavano le forze e dimezzavano la convalescenza?

Ricordi quando i bambini giocavano e si sporcavano e si spingevano e si toccavano e ridevano, vicini di niente?

Ricordi quando i ragazzi si baciavano per strada e camminavano tenendosi per mano sussurrandosi, occhi negli occhi, parole dolci?

Ricordi quando gli incontri tra amici erano baci sulle guance e pacche sulle spalle e strette di mano?

Ricordi quando le labbra delle donne brillavano di rosso, come coralli in mare e il sorriso nasceva dalla bocca e cresceva sul volto, per finire, solo all’ultimo col raggiungere gli occhi?

Ricordi quando la scuola era un’aula piena di cartelloni colorati e ragazzi che lavoravano  in gruppo, insieme, chini sullo stesso banco?

Ricordi l’emozione del sipario che si apre, le voci degli attori e il teatro pieno dell’emozione di chi ascolta?

Ricordi i concerti d’estate, i cori con sconosciuti ma amici del momento, le mani che battono il ritmo, figli tutti delle stesse note?

Ricordi il cinema e i pop-corn condivisi?

Ricordi i pranzi improvvisati dove aggiungere un posto a tavola era una regola non scritta ma imprescindibile?

Ricordi le gite nei giorni di festa, in giro, per vedere e scoprire e gustare ed imparare angoli nuovi di mondo?

Ricordi quando andavi dove volevi, con chi volevi e il mondo sembrava così meravigliosamente piccolo e vicino? 

Ricordi quando avevi paura? Di un incidente stradale, del terremoto, delle cattive compagnie, dei ladri, dell’infarto…

Ricordi?

Ora hai solo una grande unica paura, la paura di ogni uomo, la paura che non sconfiggeremo mai

hai paura di morire 

ma forse, 

chissà, 

non ti sei accorto che hai già smesso di vivere.

Il mare con la maiuscola

La prima volta che sentii dire ad un trapanese :- Quest’anno non sono ancora andato al mare… rischiai di ridere di cuore. Per me, cittadina di pianura, andare al mare voleva dire fare cento chilometri di autostrada ma chi viveva già in una città di mare dove mai poteva andare? Poi, col tempo, imparai che il mare era molte e diverse cose: era la superficie su cui navigare, la quiete speranzosa dove attendere un pesce all’amo, il profondo blu in cui immergersi, la vertigine delle scogliere, i castelli di sabbia e la stuoia distesa al sole. Ognuno aveva il suo personale mare da raggiungere. Così, quando, qualche giorno fa, abbiamo deciso di trascorrere un paio di giorni nei dintorni di Siracusa mi è venuto naturale pensare che… stavamo andando al mare…

Il mare in questione è un mare con la lettera maiuscola. Ricco di storia, di vita sottomarina, di relitti e di leggende, circonda la città di Siracusa che giace sicura nel golfo naturale delimitato a sud dalla penisola della Maddalena, l’antico plemmyrion cantato da Virgilio nell’Eneide.

E Plemmirio è anche il nome dell’area marina protetta istituita nel 2004, meta della nostra gita fuori porta. Paradiso per i subacquei, è incantevole anche per chi, come noi, si accontenta di passeggiare sulla costa. Qui il mare raggiunge toni di blu di un’intensità difficilmente riscontrabili altrove.

Il faro di Capo di Murro di Porco, vedetta indispensabile e benedetta per chiunque si avvicini a queste coste, è l’unica pennellata di bianco tra i blu del cielo e del mare.

Attorno al faro qualche mucca al pascolo e un paio di cani randagi permettono ai colori e ai suoni del mare di essere protagonisti incontrastati. Soltanto l’Etna, nervoso e sbuffante, sullo sfondo, contende loro la scena.

È un paesaggio veramente fantastico e non stento a credere che sotto la superficie dell’acqua lo sia altrettanto. Enzo Maiorca era legato a questi luoghi in modo intenso e profondo. Venti metri sotto la superficie dell’acqua una sirena di bronzo ricorderá per sempre sua figlia Rossana, come una vedetta sugli abissi.

Camminando su queste scogliere, guardando le onde infrangersi sugli scogli, lasciando vagare lo sguardo sull’orizzonte… non si può non pensare a lui, alla sua vita e al suo amore per questo mare con la M maiuscola.

Il mare insegna all’uomo l’umiltà …

Il mare insegna ancora una cosa importantissima
per la sopravvivenza dell’uomo stesso …
Gli insegna che dietro ad un orizzonte ce n’è sempre un altro … (Enzo Maiorca)

Come sassi nello stagno

Foto di Daniela

Sarebbe stata la nostra prima estate a Marina. Non avevamo programmato navigazioni lunghe nel Mediterraneo e questo ci dava il privilegio di poter condividere con amici e parenti le loro ferie estive. Per l’appunto quel pomeriggio stavamo cercando un alloggio per zia e nipotini che ci avrebbero raggiunto dopo qualche mese. E non eravamo gli unici.

Erano tempi in cui ad aprile fiorivano cartelli “affittasi” e le persone si spostavano (senza colori e senza maschere) per visionare la loro futura residenza estiva. E così al primo appuntamento trovammo anche una coppia dal familiare accento emiliano.

Erano alla disperata ricerca di un alloggio che sembrava non esistere semplicemente per una questione di centimetri. Il ragazzo che li avrebbe accompagnati infatti era in carrozzella e disgraziatamente nessuna porta dei bagni finora visionati ne permetteva il passaggio. Ci scambiammo quattro chiacchiere e un paio di biglietti da visita. Un incontro fortuito e breve ma, mentre ci salutavamo, pensai che semmai avessi dovuto costruire una casa (e a quel tempo, vi assicuro, niente era più lontano dalla mia mente e dalle mie intenzioni) ebbene, se mai avessi avuto questa improbabile idea avrei costruito un luogo accessibile a tutti, perchè avevo appena scoperto che se 10 centimetri in più di certo non danneggiano nessuno possono però essere di vitale importanza per alcuni.

Il resto della storia la conoscete e così, quando il nostro progetto ha cominciato a prendere forma questo episodio, rimasto chissà come impigliato nei miei ricordi, ha guidato la costruzione di CasaCautha e uno dei primi requisiti richiesti al costruttore è stato: niente barriere architettoniche.

Ora, io sono certa che la coppia in questione non si ricorderà di me. Perché dovrebbe? Eppure due parole scambiate in un pomeriggio estivo, senza nessuna intenzione, un breve incontro, una cosa da niente fa sì che casa mia sia in un modo piuttosto che in un altro. A volte pensiamo che le nostre azioni, i nostri discorsi, le nostre scelte ci appartengano, siano “roba nostra” ma nulla è più lontano dal vero. Siamo tutti come sassi gettati in uno stagno. I piccoli cerchi che formiamo sulla superficie dell’acqua con il nostro modo d’essere, con le nostre parole, con i nostri gesti formano cerchi sempre più grandi che raggiungono la riva e continuano ad increspare l’acqua fin oltre il nostro sguardo.

Così, se in futuro CasaCautha ospiterà qualcuno che apprezzerà una porta larga ed uno scivolo al posto delle scale sarà per merito di un fugace incontro, di un sassolino caduto nell’acqua e dei cerchi leggeri ed infiniti che crea.

«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. 

(John Donne)

Lassù sulle montagne

Dalla cima solitaria dove si trova, all’improvviso, spicca il volo.

Ha ali possenti e vista acuta. Si libra in silenzio in un cielo puntellato di nuvole. Maestosa e guardinga sfiora le cime innevate e le colline verdi. L’odore della legna che arde nei camini profuma l’aria ma più lontano uno sbuffo di fumo ben più grande e potente esce dalla bocca innevata dell’Etna.

Una picchiata improvvisa l’avvicina al mondo degli uomini, alle loro case di pietra e alle stradine acciottolate,

ma poi, con un tuffo nel vuoto, dal belvedere si lascia cadere in eleganti volute giù verso il mare che, laggiù, si contende col cielo il colore dell’orizzonte…

Noi non abbiamo ali e possiamo volare solo con lo sguardo ma l’effetto è comunque sorprendente.

Siamo sulle Madonie. Queste montagne, con la “M” maiuscola, come “Alpi” in trasferta su un’isola, sfiorano i 2000 metri, vantando le cime più alte dopo l’Etna ma, all’interno del parco che prende il loro nome, trovano posto anche splendidi borghi marinari. Forme e natura sono come in un bizzarro gioco di società dove sul tabellone convivono nello stesso spazio schivi montanari, vin brûlé, vulcani attivi, spiagge e barche alla fonda.

È un paesaggio eclettico che sembra creato per mettere finalmente d’accordo montanari e marinai.

Io che sono poco dell’uno e poco dell’altro non posso che apprezzarlo doppiamente e, quando con uno solo sguardo abbraccio il Mar Tirreno e i monti bianchi di neve, le verdi colline e i piccoli borghi, penso all’aquila reale che qui vive e nidifica e non riesco ad immaginare luogo migliore per spiegare le ali…

Titoli di coda

Ci sono cose che cominciano e finiscono in modo inequivocabile e altre che hanno contorni sfumati e mutevoli. Sicchè, nel voler dare un’età a CasaCautha mi trovo smarrita e indecisa. Quando ciò che non c’era e ora c’è ha cominciato ad esistere? Mentre firmavo un atto dal notaio o quando esploravamo i dintorni  alla ricerca di un pezzo di terra ? Mentre tracciavamo con la matita i contorni del luogo in cui ci sarebbe piaciuto abitare o molto prima quando salutavamo Cautha dal pontile con un groppo allo stomaco ma già l’idea di un futuro diverso? L’inizio sarà stato il primo getto di cemento per il muretto di recinzione o la prima colonna di legno?

È faticoso mettere una bandierina sulla linea del tempo che dica << da qui in poi…>> ed è altrettanto difficile mettere una fine perchè il luogo in cui si vive non è mai cristallizzato nel tempo ma sempre in continua mutazione.

Così lascerò perdere date e anniversari e dirò solo che se da qualche giorno mi sveglio e vivo in un nido profumato di legno non è merito né mio né del tempo. Non ricordo chi si chiedeva perchè mai nei titoli di coda di un film ci fosse un elenco infinito di persone e non fosse dispensato altrettanto onore ad una pagnotta di pane, ma la cosa mi ha sempre fatto sorridere. E se la cosa vale per il pane che dire di una casa? Quindi con l’intento di rendere onore a chi lo merita, in ordine assolutamente casuale citerò nei miei “titoli di coda” con profonda riconoscenza tutte le persone che con il loro lavoro fatto di esperienza, di passione e di fatica hanno permesso ad un’idea di diventare realtà.

Grazie a chi ha guidato la ruspa, a chi ha spostato la terra, a chi ha interrato i tubi, a chi ha segato il legno, a chi ha spostato, unito e incastrato le travi, grazie a chi ci ha regalato idee, a chi ha plasmato il cemento, a chi ha lavorato l’alluminio, a chi ha fatto i calcoli, a chi ha seguito le pratiche, a chi ha fatto gli ordini e, ahimè, mandato le fatture, grazie a chi ha montato gli interruttori, a chi ha imbiancato i muri, a chi ha messo le piastrelle, a chi ha posato il parquet, grazie a chi ha trasportato il materiale, a chi ha organizzato il lavoro, grazie a chi ha costruito la strada e a chi ha montato le grondaie…manovali, artigiani, professionisti, imprenditori…

Avrei voluto avere una foto per ognuno di loro o riuscire a citarli per nome ad uno ad uno ma francamente si è rivelata un’impresa impossibile. Mi sono dovuta accontentare di una trave firmata in ordine casuale, come volutamente casuale è stato questo elenco, perchè il lavoro quando è onesto e sincero non ammette classifiche, ma vive e cresce con l’apporto di ognuno. È solo quando insieme si lavora per uno scopo e ognuno dà il meglio di sé che i sogni possono diventare realtà.

CasaCautha non avrebbe potuto fare a meno di nessuno di loro.

Grazie infinite a tutti! 

Bitume

C’è qualcosa che collega Rue de Berger a Parigi con la piccola cittadina barocca di Ragusa. È un nastro. Non il romantico nastro d’argento della luna sul mare ma un nastro nero, un nastro d’asfalto.

Siamo nella prima metà dell’Ottocento e la pietra pece, la roccia calcarea nera, tenera ed impregnata d’asfalto su cui è costruita la città sta conquistando non solo Parigi ma le strade di tutta Europa. Ragusa diventa presto un luogo di picconatori e cavatori (picialuori) e nel secolo successivo l’asfalto ragusano farà il giro del mondo.

foto tratta da terraiblea.it

Dai tempi di picconi, carri, ferrovie, miniere e minatori (increduli che a qualcuno potessero servire quei sassi neri…) fino agli escavatori, esplosivi, altiforni e autocarri della grande e sicilianissima azienda di Antonio Ancione, il bitume segna un’ epoca. Ma nulla è per sempre e così, inevitabilmente, cambiano i tempi, i materiali, le esigenze… il progresso miete le sue vittime e le relega nell’oblio.

Fortunatamente le memorie non sempre svaniscono nel nulla. Questa volta a scrollarsi di dosso la polvere del tempo è proprio l’ex fabbrica Ancione, rinata come “Bitume”, una mostra d’arte, un museo di archeologia industriale, una narrazione di luoghi e di emozioni.

Dal passato riemergono gli edifici colonizzati dalla ruggine, le strade condivise con le erbe spontanee, i macchinari polverosi e sonnolenti e in mezzo a tutto questo linee, forme, colori, vuoti, sguardi… le emozioni di trenta artisti fissate sui muri.

Una splendida idea per gestire un luogo altrimenti abbandonato, un modo inusuale e romantico per ricordare il passato, per unire arte, industria, storia e per rendere onore alla “petra pici” e agli uomini che ne hanno fatto strade, lavoro e infine sogni.

Lo strillone

Disegno tratto da Internet

Giangianni lo strillone lavora in un rione

di gente allegra e onesta che ogni dì lui desta

gridando con dovizia del giorno la notizia.

Ragazzi state attenti, ci sono delinquenti

che giran smascherati, correndo lungo i prati

Marisa al terzo piano si fa prender la mano:

non ha più altro in mente che fuggir dalla gente.

Pensa a una vita dura e muore di paura.

Continua lo strillone, usando il suo vocione

È questione di poco e avremo il coprifuoco”

-Oddio, ma siamo in guerra! grida la sora Lella

Si chiude dentro a chiave: la situazione è grave!

Pensa a una vita dura e muore di paura.

Continua lo strillone per le vie del rione

Questa è la nuova peste, previsioni funeste

Attilio sul terrazzo s’agita come un pazzo

Non sa che cosa fare, resta lì ad aspettare.

Pensa a una vita dura e muore di paura.

Ma Jo, del primo piano, sorride a tutto spiano

si veste allegramente ed esce tra la gente

gli riesce di sognare, sorridere e viaggiare.

Sarà un originale? Uno strano animale?

Niente di tutto ciò. Fortuna? Forse un po’…

Di vita è ancora ingordo

soltanto perché è… sordo.

PS. La storia è inventata, i personaggi casuali

ma, ahimè, così non è per i titoli dei giornali.

Anniversari

Da qualche parte il sole sta tramontando. Non qui. Ma sopra alle nostre teste il cielo ingombro di nuvole rosa ne è testimone. Lo Stretto è tranquillo come di rado accade. Scilla e Cariddi sono in pace e sulle rive cominciano ad accendersi le prime luci.

È passato un anno da quando Cautha ha lasciato gli ormeggi e da allora non abbiamo avuto più occasione di salire su una barca. Fino ad ora.

Il traghetto che ci porta sulle rive calabre è  meno suggestivo e decisamente più rumoroso ma è pur sempre un mezzo sulle onde del mare. È strano. Prima di vivere da “barcaiola” la terra vista dall’acqua era un’affascinante sorpresa da turisti. Adesso lasciare la riva è un po’ come per chi parla due lingue cambiare idioma. Il mare è un luogo conosciuto, denso di ricordi, un mondo di cui conosco le regole e rispetto i limiti. Sono ospite su un’ imbarcazione che non mi appartiene, estranea e sconosciuta ma in qualche modo sono comunque in un territorio noto, a casa. Posso godere del volo dei gabbiani, del moto delle onde, dell’ orizzonte senza confini con una sensibilità  che non avrei mai avuto senza i cinque anni sulla mia casa galleggiante.

Così, affacciata al parapetto in compagnia del vento, non ho rimpianti né struggente nostalgia ma invece una profonda ed emozionante riconoscenza per ciò che ho vissuto e imparato, per aver avuto il privilegio di sbirciare nell’anima del mare e per la certezza che tutto ciò mi apparterrà per sempre.

Armonie

La finestra è socchiusa. Al di là, il verde dei pini e le montagne. Una vecchia chitarra appesa al chiodo riempie il vuoto tra i vetri e il muro. Ed ecco che, per un attimo, il vento si intrufola all’interno e solletica le corde del vecchio strumento. Un morbido e vibrante suono si diffonde tra i liuti e gli antichi strumenti ammonticchiati nel laboratorio.

“Fortuna che siete riusciti a sentirlo” ci dice il Maestro, accompagnandoci alla porta…

Così, col fascino di un incipit, si conclude la nostra visita alla “Casa della musica e della liuteria medievale” di Randazzo. Un nome che sa di museo e che così poco a che fare con ciò che la piccola porta di legno nasconde. La casa del Maestro Severini è come la tana del coniglio della curiosa Alice. Chi entra lascia il proprio tempo per immergersi nelle parole e nei suoni di un passato che parte dai flauti ossei e i papaveri vibranti per finire tra le corde di liuti e ghironde. Un patrimonio di strumenti e conoscenze incredibili. Una storia raccontata col tono suadente delle favole e le conoscenze di una vita al servizio della propria passione.

Ascoltare il Maestro è una continua sorpresa e un piacere profondo per chiunque. Ma, oltre a tutto ciò, al di là degli incredibili strumenti, delle note antiche del canto, dell’ammirazione sconfinata per l’arte liutaria, presente e forte è la certezza che l’uomo da sempre abbia avuto bisogno di un riparo, di cibo, di acqua e…di musica. Dalle prime percussioni, alla moderna musica liquida, dall’oriente all’occidente, sempre e da sempre il bisogno di suonare è stato prepotente e indiscutibile. I nostri lontanissimi antenati, impegnati con tutte le loro forze a sopravvivere hanno sentito il bisogno di soffiare in un corno d’ariete diventando vibrazioni ed onde, in sintonia coi suoni del loro mondo.

La cosa sfugge alla mia logica ma in questa piccola e magica casa finisce con l’apparire ovvia. Così, quando la porta si chiude alle nostre spalle, ciò che più mi resta è una timida e speranzosa sensazione che sia l’armonia, a dispetto di tutto, a governare il mondo…

Se vuoi scovare i segreti dell’ Universo pensa in termini di energie, frequenze e vibrazioni (N.Tesla)

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