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Notte in rada

L’immagine che appare all’orizzonte è più simile ad uno spettro che non a un’ isola, sfuocata com’è dalla foschia. La barca ha ammainato le vele e procede accompagnata dal brusio del motore. Manca meno d’un miglio e neppure nelle lenti del binocolo appare qualcos’altro che non sia indistinto grigio. Ma, man a mano che il tempo scorre, i contorni cominciano a delinearsi. Lo sguardo segue le linee della costa, gli alberi delle barche si stagliano sullo sfondo: la rada è più affollata di quel che speravamo.

Ci avviciniamo cercando di mantenere le dovute distanze.
Dalla prua il fondo marino appare chiaro, attraverso un’acqua cristallina: rocce, praterie di alghe e macchie di sabbia bianca. Lì e non altrove si deve calare l’ancora, nella sabbia, lontano dalle rocce, lontano dagli intrichi d’alghe, lontano dalle altre ancore già dormienti sul fondo. Il rumore della catena che cade non ha niente di musicale, è sgraziato e spigoloso ma centra l’obiettivo.
Per un attimo.
Poi, un colpo di vento contrario trascina tutti con sé.
La barca è ferma ma tocca andare a controllare. Un compito nient’affatto ingrato perché l’acqua è perfetta e attraverso il vetro della maschera m’incanto a seguire i pesci che mettono in scena il loro lento show tra le rocce.

Dalle altre imbarcazioni altri tuffi di verifica.
Se il vento cala, come spesso accade al calar del sole, se non ci saranno raffiche dispettose, se nessuno dei vicini subirà la vendetta del proprio ancoraggio fatto, forse, con superficiale noncuranza, sarà una notte tranquilla.
Intanto cala il buio. Sulla costa le luci del paesino, in rada le luci di fonda impigliate sugli alberi maestri, in cielo le stelle vivide e brillanti finché la luna che sorge non le fa impallidire fino a scomparire. Il silenzio è rotto solo dallo sciabordio dell’acqua. È ora di dormire ma con un occhio solo e l’orecchio teso a percepire l’umore del vento, l’allarme che monitora i movimenti dell’ancora…

Il dormiveglia è di casa anche in paradiso.

 

In fila per tre

Entrata nel canale di Lefkada

Beh, non proprio in fila per tre…e nessun direttore…e nessuno che batte le mani…perchè Bennato, è ovvio, pensava a ben altro, ma quando suona la sirena, le barche che giravano come squali in tondo su se stesse, si mettono in ordinata fila indiana e procedono lentamente nel canale. Siamo a Lefkada, la porta delle mitiche isole ioniche, meta prediletta del turismo nautico.
Lefkada è un’ isola, ma un po’ per finta, separata com’è dalla terraferma solo da un ponte, quello appunto che si apre obbediente per lasciar passare le imbarcazioni.
L’avvicinamento ha del fantascientifico perché fino all’ultimo istante la prospettiva inganna e, a dispetto delle carte nautiche, sembra di essere diretti ad un insano spiaggiamento.

Poi, però, si scorge il canale con le boe rosse e verdi a delimitare la rotta.  All’interno una specie di mare chiuso, accanto al quale sonnecchia placida una laguna, straboccante gabbiani e altri volatili dal nome sconosciuto.

Quando il canale finisce, cominciano miglia di mare blu con isole e isolette, baie ampie o strette come fiordi, colline dalla lussureggiante vegetazione che rendono l’acqua color delle foglie.

La relativa calma di queste acque, circoscritte dalla terra, richiama, per sua natura, una quantità di imbarcazioni che ha dell’incredibile e le rade più gettonate sono piene come i parcheggi degli ipermercati. Così non stupiscono gli incontri: barche che hanno svernato in Sicilia e ora sostano qui ma, molto più inaspettato, anche un salto nel passato.  Nostri vicini di…pontile nell’epoca “pre Cautha” a Marina di Ravenna, Vittorio e Graziella sono qui con la loro Danae da diversi anni e col loro accento familiare ci ricordano la Romagna e siglano una nuova entrata nel registro degli ospiti. 

Incontri marini

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Un vento particolarmente benevolo sospingeva la barca sulla giusta rotta. Le coste italiane non erano più in vista, quelle greche non ancora. Certo la meta non distava giorni e giorni ma comunque, intorno, c’era acqua soltanto. L’uomo e il mare possono essere uniti da sentimenti diversi e opposti: inquietudine, timore, solitudine ma anche orgoglio, sfida, eccitazione, aspettativa. Un mix di tutto ciò credo sia presente in tutti quando intorno c’è solo blu. Le proporzioni possono variare a seconda del meteo, dell’equipaggio, della barca, della meta, del motivo che induce ad attraversare il mare e, in larga misura, dal proprio carattere. Tuttavia sono sicura che la compagnia di un branco di delfini, delle vele all’orizzonte o il saluto di una barca che procede in senso opposto non possano che far piacere. A maggior ragione il gracchiare disturbato della radio di bordo che rispondeva al mio “Blu, Blu, Blu per Cautha” è stato una gioia.

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Erano Michela e Gabriele sulla loro “Blu”. Partiti da Brindisi stavano facendo rotta su Ereikoussa dove, qualche giorno fa, ci siamo incontrati.  Dopo una trasferta a Corfù, che, come ricordavo, nonostante il turismo d’alta stagione resta una città affascinante con il suo piccolo porto all’ombra delle mura della fortezza e il cielo ingombro di rondini e di frinir di cicale, ora le nostre barche affiancate si stanno godendo una baia finalmente deserta. Dopo aver sopportato tre discoteche galleggianti che ci hanno trasportato per un paio d’ore in un  inferno di decibel, condividere il rumore del vento con un paio di buoni amici è davvero  una benedizione.

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Arcobaleno

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Foto di Patrizia

Se l’arcobaleno è il bicchiere mezzo pieno di un cielo ingombro di nuvole, di perturbazioni che si inseguono come perle di una collana, di giorni di pioggia, la pentola d’oro che si trova ai suoi piedi sono gli incontri straordinari che abbiamo fatto in quest’ultimo mese.
Per ultimi a… cader nel pentolone, Giancarlo e la sua “ciurma”.

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Quattro simpatici amici, Giancarlo, Patrizia , Lita e Marco, incontrati a Preveza, graziosa cittadina continentale.

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Molo di Preveza

Con loro abbiamo condiviso ormeggio, temporali, cene ed, infine, il trasferimento a Corfù. Se navigare è un piacere, farlo in compagnia, scambiandosi gracchianti saluti in radio, unisce il piacere al conforto. Ora, però, le nostre rotte si sono divise. Li abbiamo lasciati al delizioso porticciolo di Mandraki, dove le barche si dondolano in acqua, sotto le mura della fortezza, cullate dalla musica che scende fino al mare, dalle finestre del conservatorio.

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Corfù

Giancarlo rientrerà a Trieste, noi, invece, prua ad ovest, abbiamo lasciato la verde Corfù, ancora piú rigogliosa a paragone delle coste brulle dell’Albania che le stanno di fronte, e siamo approdati a S. Maria di Leuca, sul “suolo natio”. E da bravi esuli, di ritorno al bel paese, stasera una pizza non ce la leva nessuno…

Dismissione di bandiera...
Dismissione di bandiera…

 

Argostoli

 

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Ormai è innegabile. Le proporzioni di verde e azzurro nella mia anima, sono nettamente a favore delle prime. È sicuramente per questo che, quando approdiamo nella baia di Argostoli (Cefalonia) mi sento a casa; tra boschi di eucalipti, cipressi e ulivi si estende l’ampio golfo e una laguna dove le tartarughe (caretta-caretta) riposano per parecchi giorni, prima di nuotare verso le spiagge di nidificazione.

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Se ne vedono ovunque, nuotare placide e sicure. Vengono a mangiare le cozze sui pontili, gironzolano, non senza un doppio fine, accanto alle barche appena rientrate dei pescatori, si lasciano fotografare con pazienza dalle orde di turisti catapultati a terra dalle navi da crociera.

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Un ponte pedonale, come un nastro galleggiante sull’acqua, collega il marina abbandonato (dove ormeggiamo la barca) con la città e qui incontriamo Mauro e Giuliana, in vacanza, approdati in Grecia seguendo un arcobaleno

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e Roberto e Michela che con Chino, adottato proprio qui, vivono in barca da qualche anno.

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Approfittiamo della loro compagnia con il piacere e la gratitudine che si riservano alle “belle” persone pensando che, come nelle storie d’avventura, è in luoghi come questi, deserti, dismessi e perduti che si nascondono i tesori…

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Priorità

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Qualche metro separa il grande piazzale dal molo d’ormeggio. Nel piazzale una manciata di camper parcheggiati. Lungo il molo altrettante barche a vela. Tutt’intorno cielo nero, pioggia a secchiate e groppi di vento improvvisi e violenti. L’acqua rabbiosa spazza il cemento e solleva nuvole di catrame. Due panchine di legno tentennano un po’ e poi vengono spazzate via. I tuoni esplodono nelle orecchie dei barcaioli che con la cerata e il motore in moto, sotto l’acqua, resistono al vento che spinge le barche sulla banchina. I camper oscillano, ma non troppo. Appena fuori dal porto tre neri imbuti fatti di nuvole. Dal loro interno un vortice gira e gira come un cavatappi di vento, tocca il mare e risucchia l’acqua nelle sue fauci. Il piú grande sfiora una barca a vela, per ripiegare poi su una gigantesca barca da crociera. Qualche eterno minuto e poi le trombe marine si esauriscono. Se aver sangue freddo significa mantenersi lucidi e tranquilli io sono prossima… all’ebollizione… Poi, quando la natura pietosamente concede tregua, la porta di un camper si apre e ne esce un omino tarchiato con un’anguria. Si appoggia al muretto e la taglia. Ha aspettato per non sporcare la cucina…

Lo guardo con occhi colmi d’invidia. Avrei pagato per essere stata al suo posto, ma a lui, non sarà certo venuto in mente…
E, del resto, anch’io devo sforzarmi per ricordare quei tanti che, purtroppo, farebbero volentieri cambio con me, anche se sono stanca, bagnata e spaventata.
L’uomo è un animale strano, non ha il senso delle proporzioni, sa bene quel che gli manca e molto meno ciò che ha, s’infuria per nulla e poi, a volte, la Natura ricorda a tutti le vere priorità…

Pilos

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Nel terzo “capitolo” (libro, per i pignoli…) dell’Odissea di Omero, Telemaco approda proprio qui, su queste spiagge, per cercare notizie del padre Ulisse. E, in modo figurato, da qui é partita, due mesi fa, anche la nostra piccola e personale odissea… Ora siamo di ritorno e, come l’epico navigatore, abbiamo la prua diretta alla mitica Itaca, in acque ioniche.
Pilos è un verdeggiante paese, dominato da una fortezza imponente che si specchia in un golfo così chiuso e protetto da sembrar piuttosto un lago.
Il porto è, come spesso accade da queste parti, cominciato e mai finito. Sembra un cimitero di navi e materiali abbandonati.

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Ma anche in un porto fantasma si possono fare incontri che hanno invece una grande consistenza. Conosciamo Giovanni mentre è indaffarato nelle modifiche della barca che si è costruito, la “Baronessa volante”. Nome curioso, che nasconde una storia di famiglia affascinante, quella di una delle più grandi donne pilota di auto da corsa, nonché aviatrice e scrittrice (e parliamo degli anni venti…!). Del resto, di storie curiose e affascinanti la vita di Giovanni ne è colma. Storie di terra e di mare, come quando, novello Ulisse, è partito da Venezia per giungere a Corfù con una barca di legno di 9 metri e mezzo, con vele al terzo…
É un piacere ascoltarlo e il tempo passa veloce.
I porti, per alcuni semplice rifugio, per altri obbligata sosta in vista di più ameni ormeggi, sono anche, invece e spesso, meravigliosi luoghi di vite incrociate.

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Per chi vuole approfondire le fantastiche avventure di Giovanni:

http://www.museoauto.it/website/images/stories/articoli/biografie/avanzo_antonietta.pdf

http://www.venturieri.it/ProgrammiDiNavigazione/PROGRAMMA_BARONESSA_VOLANTE%2008.pdf

Fuori sincrono


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“Taste and view” recita un cartello appeso alla porta di un ristorantino di Tripiti. E sulla vista non ci piove.
Il paesino, fuori dalle rotte turistiche più battute è delizioso e domina dall’alto il gigantesco porto naturale di Milos.
Ai suoi piedi un’altra chicca: le casette colorate dei pescatori di Klima si specchiano nell’acqua che ne lambisce le fondamenta in un contesto quieto e più vero del consueto.

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Qui, nelle isole, tra Cicladi e Dodeccaneso, i locali, come il succitato ristorante, sono uno più bello dell’altro. Vista mare o all’interno, sotto pergole di bouganville o ombreggiati da rustiche stuoie, arredati con semplicità ma non banali, sono una vera tentazione.

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Ma, (e qui il ma è d’obbligo), sul “taste” ci sarebbe da discutere. Trent’anni fa, quando insalata era sinonimo di una verde foglia di lattuga accanto alla bistecca cucinata dalla mamma, l’insalata greca era stata una scoperta esotica ed entusiasmante.  Ora, viziata da due anni di Sicilia, mi mancano il  gusto intenso delle sue materie prime a km zero e l’infinita varietà dei piatti. Cosí, come in un film fuori sincrono, gusto e vista non vanno di pari passo.  
A dissipare l’italica nostalgia, una provvidenziale presa elettrica e la capacità del consorte di  montarla ci consentono di fare amicizia con un simpatico equipaggio romano. In buona compagnia e tra piacevoli chiacchiere trascorriamo quindi questi giorni da “ostaggi”, pronti a partire appena  Monsieur Meltemi si distrarrà.

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20 anni

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Porto di Ios, Cicladi

Oggi su Twitter.

“Finchè io vivo voglio avere vent’anni per tre o quattro ore al giorno”.
Antonio Fogazzaro.

Difficile non essere d’accordo, soprattutto per gli over 50.
Ma, almeno per quanto mi riguarda, il motivo, forse, non è così scontato.
Non penso tanto ai capelli senza tracce di bianco né alla rughe allora sconosciute. Piuttosto a quando mio padre mi disse: “La mamma è in ospedale” e io risposi senza il minimo indugio: “A trovare chi?” (e, tra l’altro…avevo visto giusto…);
penso a come mi sembrava normale e divertente (!) essere in bicicletta, in mezzo al fango, sotto l’acqua battente, aggrappata coi denti (letteralmente) ad un ramo sporgente;
penso a quando in moto, in tenda, all’estero, a qualche migliaio di chilometri da casa non mi capacitavo di dover trovare un telefono per dare notizie…ero in vacanza, cosa poteva mai succedere??

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La Chora, isola di Ios

Se è vero, come qualcuno ha detto, che la preoccupazione è un uso improprio della fantasia, a vent’anni la fantasia la usavo alla perfezione.
Avessi avuto una barca allora, sicuramente avrei avuto la stessa espressione di questi ragazzi che si incastrano con l’ancora, rischiano di rovesciarsi, partono con un meteo improbabile e ignorano meravigliosamente il significato della parola ansia.
Caro Fogazzaro, a ben pensarci, a me basterebbe anche solo aver vent’anni al momento dell’ormeggio…! E a voi?

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Il gallo di Astipalaia

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Baia di Maltezana

Alcuni nomi attirano la fantasia come una calamita e la imbrigliano nel suono delle loro lettere. Così, quando leggo sulla cartina il nome di quest’isola non posso proprio evitare di pensare ad una favola.
Converrete con me, che come nome proprio di una fata un po’ distratta sarebbe davvero perfetto. E piú di un indizio conferma la mia teoria.

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La forma dell’isola, innanzitutto: una farfalla riconoscibile ma irregolare, modellata da mani maldestre, le stesse alle quali deve essere sfuggita una manciata di candide zollette di zucchero, trasformate, poi, in bianche casette. Non parliamo poi dello scenario notturno. Solo un fondale dipinto a bella posta puó mettere in scena un presepe di lucine tremolanti sui fianchi della collina e appendervi sopra una falce di luna perfetta. Ma quello che non lascia dubbi è il gallo.
Come voi tutti sapete, il gallo canta all’alba, al sorgere del sole (ragion per cui me ne è precluso l’ascolto…). Ma Astipalaia doveva essere particolarmente distratta, quella volta. Così, per qualche incantesimo non proprio riuscito, il povero pennuto ha l’orologio biologico sballato e lo sentiamo cantare, orgoglioso e stridulo in tarda mattinata ( e passi…), al pomeriggio e, con effetto vagamente inquietante, a notte fonda! Povera bestia, senza un attimo di riposo! Speriamo che Astipalaia se ne avveda e rimedi presto con un contro incantesimo…!

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Il piccolissimo paesino di Maltezana

Cambio!

 

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Solo lo scalpiccio di venti paia di piedini rimbomba tra le pareti della palestra. È la quiete dell’attesa, quando le voci si trattengono. I piú furbetti mi guardano di sottecchi, con la testa un po’ girata mentre corrono dandomi le spalle. Poi, il momento tanto atteso: grido “CAMBIO!” e mimo la nuova andatura e la nuova direzione. Il silenzio è rotto e, ad ogni cambio, le risate si trattengono sempre meno…
Il gioco del cambio è uno di quelli che i bambini preferiscono e qui, nell’Egeo, a quanto pare, sembra essere assai gradito, ahimè, anche a vento e mare.
Tanto per rendere l’idea, fate finta di partire in una bella giornata di sole con 13 nodi ( che vuol dire circa 24 km orari), mare piatto e vele tutte aperte…
CAMBIO!
i nodi raddoppiano, il mare si alza, bisogna sbrigarsi a ridurre le vele…
CAMBIO!
il vento arriva dalla direzione contraria, tocca passare il genoa( che vuol dire la vela davanti) dall’altra parte…
CAMBIO!
il vento gira di nuovo, ora è sul naso, la barca sbatte sull’onda, si devono chiudere le vele e accendere il motore…
CAMBIO!
…….
La sequenza dura, piú o meno, per l’intero tragitto.
Sono sicura che un equipaggio di regatanti troverebbe tutto questo molto stimolante.
In confidenza, amici miei, per quanto mi riguarda, vi assicuro che, come in palestra, già al secondo cambio il silenzio è rotto… ma non esattamente da squillanti risate…😉

Panchina fronte porto

Foto di Daniela
Foto di Daniela

La panchina è deserta per gran parte del giorno. Una delle tante nella fila che delimita la banchina e si specchia nelle acque del piccolo golfo di Kalimnos.
Dietro, le colline da cui scendono col consueto vigore le raffiche del Meltemi.

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La lunga sfilza di ristoranti che segue i contorni del porto senza soluzione di continuità è impietosamente vuota. I passanti si perdono tra i vicoli e le casette colorate del “paese delle spugne”.

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Ma, al calar della sera, il lungomare si anima e la panchina diventa protagonista indiscussa.
Seduti in pozzetto, siamo in un salotto per metà acquatico e per metà terrestre dove, come in un talk show, gli ospiti vanno e vengono.
Guardiamo negli occhi, ricambiati, due ragazzi che conversano poco e sembrano aspettare chissà chi…
ignoriamo con più facilità il vecchietto che, pudico, si siede nello spigolo e ci gira quasi le spalle, come a chiedere scusa…
una mamma con figlioli chiassosi al seguito è troppo presa dai pargoli per occuparsi di dove sia seduta…
E via così, fino a notte fonda, quando al video si sostituisce solo il sonoro.
Daniela e Orlando (gradita new entry nel registro degli ospiti), nella cabina di poppa sono in prima fila, ma col sonno profondo dei 20 anni non ne risentono più di tanto e il sole che sorge ritrova la panchina nuovamente vuota e solitaria.

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La lasciamo alle sue storie e ai suoi silenzi e facciamo rotta col nostro giovane equipaggio verso baie inabitate.

Baia di Pserimos; Foto di Daniela.
Baia di Pserimos; Foto di Daniela.

Kos

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Una mucca che “pascola” in spiaggia è un’ immagine piuttosto bizzarra ma si inquadra perfettamente in quella che è l’atmosfera di Kos. La cittadina e l’isola intera vivono di inconsueti contrasti. Resti romani e greci, moschee,

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chiese cattoliche e ortodosse, fortezze veneziane,

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alberghi californiani, basi militari, vicoli tappezzati di botteghe e souvenir, supermercati asettici, spiagge di ciottoli, foreste di pini, gatti, capre, farfalle. Tutto insieme appassionatamente. Una convivenza che è una sommatoria di tutto, come una lista della spesa. Così capita che a 20 minuti dal porto dove, guarda caso, le coste greche e quelle turche si bagnano, per così dire, guardandosi negli occhi, le palme cedano il posto ai pini e agli ulivi. Tra le alture, inaspettato, spunta un paesino quasi montano,

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con pergolati carichi d’uva, limonata fatta in casa, yogurt di capra e vista strepitosa sul golfo e sulle isole.

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Sarà un caso che proprio in questi giorni siano venuti a trovarci i nostri nipoti ma non ci sarebbe stato momento migliore per visitare…Zia!

Zia Antonella e zia monica a ...Zia
Zia Antonella e zia monica a …Zia

Sembra d’essere…

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Anch’io che non ci sono mai stata, davanti ad una spiaggia bianca e acque azzurre e cristalline non riesco ad evitare un
– Wow, sembra d’essere ai Caraibi!!
Eppure, mi viene da pensare che chi ha frequentato a lungo le coste elleniche, giunto per la prima volta oltreoceano, avrebbe potuto, al contrario, esclamare
– Wow, sembra d’essere in Grecia!!

Siamo nelle Piccole Cicladi, nel mezzo del mar Egeo, in compagnia degli equipaggi di “A Go Go” e di “Zoomax”, che si è unita da poco all’allegra brigata.
Il porticciolo in particolare è quello di Koufonisia, una piccola isola che incarna nei suoi pochi chilometri quadrati tutte le “immagini-cartolina” della Grecia.
Il paesino bianco e blu, lussureggiante di buganvillee, le piccole botteghe di artigianato, i localini vista mare con musica greca di sottofondo,

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le barche colorate dei pescatori,

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le reti al sole ad asciugare, le rade…caraibiche…con tutti i toni del blu e del verde in rapida sequenza

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e il vento costante, intenso e rafficato come il Meltemi è solito essere.
Tenuti in ostaggio dai suoi sbalzi d’umore, aspettiamo che si metta più tranquillo per spostarci ancora. Nel frattempo, come da copione di uno sceneggiato americano, entriamo in empatia con il sequestratore e non abbiamo poi questa gran fretta d’andarcene…

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Mezzo pieno e mezzo vuoto

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Alza gli occhi dalla tastiera del computer, poi continua a digitare con lentezza esasperante, un tasto alla volta. Ci guarda ancora, torvo e seccato. Decisamente non deve aver passato una buona mattinata. Muore dalla voglia di litigare, lo si intuisce dall’altalenare della voce che trova ogni pretesto per crescere di tono e tuonare autoritaria. Facciamo fatica ma resistiamo e non gli offriamo grandi occasioni, così non gli resta altro da fare che mettersi di traverso tra noi e le pratiche doganali che siamo venuti a fare. Come un bimbo che fa i dispetti, ci fa aspettare ore, si fa negare, ci manda da un ufficio all’altro…
Ma noi non abbiamo fretta, sulla scaletta bianca della dogana di Milos soffia un piacevole Zefiro e siamo con gli amici di A Go Go a far due chiacchiere. Capitolerà alla fine, perché noi non ce ne andiamo…
Ecco, questo è il bicchiere mezzo vuoto di questi primi giorni in Grecia.
Ma quello mezzo pieno è molto più ricco.

Fatto di bellissime baie

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Baia di Methoni

di acqua trasparente,

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Baia di Koufonisia

di fortezze veneziane

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Fortezza di Methoni

e casette come cubi, bianche e viola di bouganville e glicini, di profumi di terra e di fiori che il vento porta in barca mentre si naviga sotto costa…

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e, nonostante Lui, di gente cordiale e gentile.

La sua arroganza non ha speranze davanti a tutto questo, dovrà consumarla da solo come un pasto sterile e amaro.
Mentre noi, stasera, andremo tutti e quattro a cena insieme, in un tipico ristorantino greco, delizioso e fresco, sotto un verde pergolato di uva ancora acerba.