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Notte in rada

L’immagine che appare all’orizzonte è più simile ad uno spettro che non a un’ isola, sfuocata com’è dalla foschia. La barca ha ammainato le vele e procede accompagnata dal brusio del motore. Manca meno d’un miglio e neppure nelle lenti del binocolo appare qualcos’altro che non sia indistinto grigio. Ma, man a mano che il tempo scorre, i contorni cominciano a delinearsi. Lo sguardo segue le linee della costa, gli alberi delle barche si stagliano sullo sfondo: la rada è più affollata di quel che speravamo.

Ci avviciniamo cercando di mantenere le dovute distanze.
Dalla prua il fondo marino appare chiaro, attraverso un’acqua cristallina: rocce, praterie di alghe e macchie di sabbia bianca. Lì e non altrove si deve calare l’ancora, nella sabbia, lontano dalle rocce, lontano dagli intrichi d’alghe, lontano dalle altre ancore già dormienti sul fondo. Il rumore della catena che cade non ha niente di musicale, è sgraziato e spigoloso ma centra l’obiettivo.
Per un attimo.
Poi, un colpo di vento contrario trascina tutti con sé.
La barca è ferma ma tocca andare a controllare. Un compito nient’affatto ingrato perché l’acqua è perfetta e attraverso il vetro della maschera m’incanto a seguire i pesci che mettono in scena il loro lento show tra le rocce.

Dalle altre imbarcazioni altri tuffi di verifica.
Se il vento cala, come spesso accade al calar del sole, se non ci saranno raffiche dispettose, se nessuno dei vicini subirà la vendetta del proprio ancoraggio fatto, forse, con superficiale noncuranza, sarà una notte tranquilla.
Intanto cala il buio. Sulla costa le luci del paesino, in rada le luci di fonda impigliate sugli alberi maestri, in cielo le stelle vivide e brillanti finché la luna che sorge non le fa impallidire fino a scomparire. Il silenzio è rotto solo dallo sciabordio dell’acqua. È ora di dormire ma con un occhio solo e l’orecchio teso a percepire l’umore del vento, l’allarme che monitora i movimenti dell’ancora…

Il dormiveglia è di casa anche in paradiso.