Archivi categoria: CasaCautha

Confini

Chi va per mare ha il privilegio di attraversare i confini con ritmi così lenti da accorgersi in modo inequivocabile della loro esistenza fittizia: mentre il gps disegna la prua della barca a cavallo di una linea immaginaria il cielo resta lo stesso, uguali le condizioni meteo, il vento, il colore dell’acqua , il moto delle onde. Tutto è immutato e continua a dipanare il suo tempo secondo il suo personale ritmo. La verità è che la natura è completamente ignara dell’esistenza del nostro planisfero, colorato come il vestito d’Arlecchino e, nel bene e nel male, non ha confini.

Nel nostro terreno non è cambiato nulla da una settimana a questa parte. Immagino che il vento soffi sempre nello stesso modo e che i lombrichi, gli uccelli e i semi di piante selvatiche continuino la loro vita come sempre. Ma attorno ai suoi quattro lati è cresciuto un muretto di cinta, un confine artificiale. Gli operai hanno sistemato assi, travi e chiodi per dare un contenitore al cemento liquido che sarebbe sgorgato da un ennesimo dinosauro meccanico, come quando si rovescia l’impasto della ciambella nello stampo.

Poi il tempo ha fatto il resto. La grigia fanghiglia è diventata un solido muro sopra il quale, a breve, si appoggerà una rete in attesa di essere coperta da rampicanti.

La recinzione è fatta. E se, come è vero, recingere vuol dire circondare, allora preferisco pensare a questi muri non come ad un confine formale ma come ad un abbraccio attorno a quel che verrà e di cui avrò il piacere e il dovere di occuparmi.

Terra e macchine

..L’ escavatore sembrava starsene accovacciato in mezzo a tutte le altre macchine, con la sua grande massa che incombeva su di esse, il braccio abbassato e il suo mento di ferro al suolo, come un grande dinosauro stanco… (T.Sturgeon)

Le macchine sono arrivate al terreno prima di noi e quando siamo arrivati stavano già lavorando. Mastodonti di ferro obbedienti e sottomessi agli ordini dell’uomo. Nulla a che vedere col racconto citato, in cui le cose non vanno proprio così ma, fortunatamente, quella era solo splendida e fervida fantasia di un grande scrittore. Qui le cose erano diverse e tutti stavano facendo il loro dovere. L’ escavatore scavava il terreno togliendo erba, sassi e tutto ciò che incontrava nel suo cammino. Poi, con la sua mano potente, lo posava sui camion che avrebbero trasportato via l’eccesso. A mano a mano il mare d’erba lasciava spazio alla roccia calcarea e al terreno pulito e nuovo, come appena nato.

C’è una certa dose di tristezza e una certa dose di grandiosità e di potenza nel trasformare un terreno affollato e incolto in una distesa pianeggiante e solitaria. Era quasi il tramonto quando le macchine se ne sono andate, docili, con gli uomini che le comandano.

Ora il nostro scampolo di terra sembra molto più grande ed è pronto per accogliere ciò che verrà, ma gli uccelli, volando indispettiti ovunque, si lamentano del cibo che gli abbiamo tolto. Non hanno di che preoccuparsi: mi farò perdonare. Un piccolo mandorlo, cresciuto a ridosso del muro di confine, è il testimone fiorito e indenne di ciò che è stato e, mentre il sole si tuffa nel mare, io aspetto con ansia di cominciare ciò che sarà.

Mare d’erba

“…Sembra quasi un mare l’erba…” cantava la Premiata Forneria Marconi ma il prato che ho davanti poco gli somiglia. Ci sono cespugli di malva, ciuffi di bietole selvatiche, cardi spinosi, olivi e mandorli selvatici, arbusti di ferla, sotto i quali crescono guardinghi i funghi ononimi e persino un asparago selvatico spunta col suo esile capo. In angolo un muretto a secco, ormai irrecuperabile, con i sassi che si sgretolano al solo guardarli e dall’altro lato un’insegna stradale che porta proprio il nome di un mare .

Ma il mare, quello vero, è all’orizzonte dove finisce il digradare dei campi coltivati. La foschia confonde i confini tra acqua e cielo e il faro di Punta Secca si staglia bianco in equilibrio tra i due. Laggiù è stata la mia casa negli ultimi cinque anni. Quassù…lo diventerà. E se, prima, il libro di Silvia era ” La mia casa è partita in barca” ora il titolo per un improbabile sequel sarebbe “La mia barca è ormeggiata in giardino” in questo giardino che è ancora un prato incolto, ma che, da qualche giorno, è di nostra proprietà.

Così, anche se non sarà un’arca di Noè quella che costruiremo, gli insegnamenti del mare non andranno perduti. Abbiamo imparato ad apprezzare l’essenziale e ad evitare il superfluo, abbiamo chinato il capo davanti alla forza della natura e ci siamo ripromessi di rispettarla e di difenderla, abbiamo avuto innumerevoli occasioni ed incontri con persone diverse e ne siamo usciti arricchiti, una ricchezza alla quale non vogliamo rinunciare. Questo e molto altro è quello che ci ha lasciato il mare ed è con questo che cominceremo la nostra nuova avventura in… un mare d’erba.