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Confini

Chi va per mare ha il privilegio di attraversare i confini con ritmi così lenti da accorgersi in modo inequivocabile della loro esistenza fittizia: mentre il gps disegna la prua della barca a cavallo di una linea immaginaria il cielo resta lo stesso, uguali le condizioni meteo, il vento, il colore dell’acqua , il moto delle onde. Tutto è immutato e continua a dipanare il suo tempo secondo il suo personale ritmo. La verità è che la natura è completamente ignara dell’esistenza del nostro planisfero, colorato come il vestito d’Arlecchino e, nel bene e nel male, non ha confini.

Nel nostro terreno non è cambiato nulla da una settimana a questa parte. Immagino che il vento soffi sempre nello stesso modo e che i lombrichi, gli uccelli e i semi di piante selvatiche continuino la loro vita come sempre. Ma attorno ai suoi quattro lati è cresciuto un muretto di cinta, un confine artificiale. Gli operai hanno sistemato assi, travi e chiodi per dare un contenitore al cemento liquido che sarebbe sgorgato da un ennesimo dinosauro meccanico, come quando si rovescia l’impasto della ciambella nello stampo.

Poi il tempo ha fatto il resto. La grigia fanghiglia è diventata un solido muro sopra il quale, a breve, si appoggerà una rete in attesa di essere coperta da rampicanti.

La recinzione è fatta. E se, come è vero, recingere vuol dire circondare, allora preferisco pensare a questi muri non come ad un confine formale ma come ad un abbraccio attorno a quel che verrà e di cui avrò il piacere e il dovere di occuparmi.