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Armonie

La finestra è socchiusa. Al di là, il verde dei pini e le montagne. Una vecchia chitarra appesa al chiodo riempie il vuoto tra i vetri e il muro. Ed ecco che, per un attimo, il vento si intrufola all’interno e solletica le corde del vecchio strumento. Un morbido e vibrante suono si diffonde tra i liuti e gli antichi strumenti ammonticchiati nel laboratorio.

“Fortuna che siete riusciti a sentirlo” ci dice il Maestro, accompagnandoci alla porta…

Così, col fascino di un incipit, si conclude la nostra visita alla “Casa della musica e della liuteria medievale” di Randazzo. Un nome che sa di museo e che così poco a che fare con ciò che la piccola porta di legno nasconde. La casa del Maestro Severini è come la tana del coniglio della curiosa Alice. Chi entra lascia il proprio tempo per immergersi nelle parole e nei suoni di un passato che parte dai flauti ossei e i papaveri vibranti per finire tra le corde di liuti e ghironde. Un patrimonio di strumenti e conoscenze incredibili. Una storia raccontata col tono suadente delle favole e le conoscenze di una vita al servizio della propria passione.

Ascoltare il Maestro è una continua sorpresa e un piacere profondo per chiunque. Ma, oltre a tutto ciò, al di là degli incredibili strumenti, delle note antiche del canto, dell’ammirazione sconfinata per l’arte liutaria, presente e forte è la certezza che l’uomo da sempre abbia avuto bisogno di un riparo, di cibo, di acqua e…di musica. Dalle prime percussioni, alla moderna musica liquida, dall’oriente all’occidente, sempre e da sempre il bisogno di suonare è stato prepotente e indiscutibile. I nostri lontanissimi antenati, impegnati con tutte le loro forze a sopravvivere hanno sentito il bisogno di soffiare in un corno d’ariete diventando vibrazioni ed onde, in sintonia coi suoni del loro mondo.

La cosa sfugge alla mia logica ma in questa piccola e magica casa finisce con l’apparire ovvia. Così, quando la porta si chiude alle nostre spalle, ciò che più mi resta è una timida e speranzosa sensazione che sia l’armonia, a dispetto di tutto, a governare il mondo…

Se vuoi scovare i segreti dell’ Universo pensa in termini di energie, frequenze e vibrazioni (N.Tesla)

Il giro del mondo in 8o minuti

Il cartello è ufficialmente un cartello stradale ma sotto alla dicitura “strada panoramica” spunta un inedito “non usare la strada come circuito”. In effetti la strada Mareneve che collega, come il nome lascia intuire, il mare dello stretto di Messina con le vette innevate dell’Etna è un vero e proprio circuito che farebbe la gioia di ogni motociclista. Curvoni, tornanti, asfalto “buono” e, di contorno, paesaggi atti a deliziare l’eventuale passeggero…

La moto non l’abbiamo più da tempo e le nostre quattro ruote ci impediscono sprazzi sportivi ma “niente ci fa”, come dicono qui, perché possiamo concentrarci meglio sul panorama. Ed è qui che si cela il miracolo.

Un miracolo che è un po’ la sintesi dell’isola, capace di spaziare nell’arco di pochi chilometri tra ambienti completamente diversi. Così, memori di Verne e degli sbalzi spazio-temporali della più moderna fantascienza, in un’ottantina di minuti passiamo dalle vette ferite dai crateri e ingombre di lava,

alle pinete fitte e ombrose, dove svettano pini, segnati dalle cicatrici dei raccoglitori di resina di un tempo.

Scendiamo giù fino ai boschi di querce e, ancora più in basso tra le verdeggianti colline dove abbondano aranceti e vigneti

fino a raggiungere la distesa blu del mare.

Una specie di viaggio che, in qualche modo, coniuga la serenità delle verdi colline toscane con l’austera bellezza delle Alpi perché dietro ad ogni curva, ad ogni cambio d’altitudine appare un mondo diverso, per colore, per calore, per linee e luci. Uno spettacolo! E uno dei motivi per cui abbiamo deciso di mettere radici in quest’isola: un luogo che non è mai uno ma ne nasconde altri mille.

…È in Sicilia che si trova la chiave di tutto […] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita“ (Goethe)

 

Floristella

“Non sono un essere silvestre!”. 

Sto percorrendo un sentiero deserto ed è questo che penso mentre un gregge solitario viene annunciato da un flebile scampanellio facendomi trasalire. Anche un trio di cornacchie è colto di sorpresa e si alza in volo, gracchiando tra gli alberi; un’alta raffica di vento ne muove le cime, come a comando, per un breve ed intenso istante.

La mia appartenenza al genere umano è evidente quando passeggio nei boschi. Sono luoghi che adoro ma nei quali non posso esimermi dal sentirmi straniera e quindi guardinga. E dire che questo parco è intriso di testimonianze umane. Siamo nel parco minerario Floristella, uno dei più importanti esempi di archeologia industriale del mezzogiorno.

Qua, nascoste e in disuso, si insinuano nel terreno vecchie miniere di zolfo, attive dalla fine del settecento fino al 1986. Nei giorni feriali una guida accompagna i visitatori ma è domenica, non c’è nessuno e per ricostruire quei tempi possiamo far affidamento solo su vecchie foto e sui resti delle strutture mangiate dalla ruggine e dal tempo.

Sulla collina, fuori dal bosco, si staglia palazzo Pennisi, la residenza dei padroni, monumento alle enormi disparità sociali del tempo.

Costruito in posizione dominante per tenere sotto controllo i minatori in caso di rivolta, aveva feritoie per le armi e passaggi segreti per fuggire a valle. Proprio lì accanto ciò che resta di un pozzo d’estrazione: la torre che si erge come un faro sulla valle, binari che muoiono nell’erba, carrelli arruginiti.

Non è difficile immaginarsi la vita, la fatica, i rumori che riempivano questi luoghi; la presenza dell’uomo è dietro ogni angolo e li circonda di un fascino inusuale.

Quando lasciamo il palazzo ai suoi ricordi solitari e torniamo sui nostri passi, verso i tavoli da picnic e il moderno edificio del museo non lasciamo solo alberi, sentieri, rovine, ma anche un mondo sotterraneo, invisibile agli occhi ma vistosamente presente nell’anima di chiunque si trovi a varcarne i confini.

 

È una vita meravigliosa

Ci sono paesaggi che trafiggono lo sguardo e altri che trafiggono l’anima. Quello che si gode risalendo le pendici dell’Etna appartiene a questi ultimi. Ma non è la bellezza, pur intensissima, a lasciare senza fiato. Salendo lentamente tra i tornanti il respiro è lento, la mente quieta, cullata dal pantone verde delle foreste, dal mare all’orizzonte, dagli occhi languidi disegnati sul tronco delle betulle,

Ma poi, improvviso e repentino, appare l’ammasso aggrovigliato, nero ed appuntito delle colate, uno scorcio più d’inferno che di paradiso, magnifico, potente e oscuro. Ed è in questo confine naturale mutevole e incostante, in questo scenario che cambia inaspettatamente, come le quinte di un teatro, che il respiro si arresta e l’emozione vira dalla quiete ad una sottile inquietudine.

 Il rifugio Citelli è immerso in tutto questo. Ora purtroppo è chiuso per cause a tutti noi fin troppo note ma resta un ottimo punto di partenza per i tanti sentieri che si dipanano sul versante Nord Est dell’Etna.

Quello che, domenica mattina, dopo una notte tranquilla e silenziosa, decidiamo di affrontare ricalca le orme di un vecchio sentiero pastorale, attraversa boschi di betulle e larici e costeggia radure piene di ginestre, camomilla e cuscini di astragalo.

Su di esso troneggiano i monti Sartorios, creati da un’eruzione di metà ottocento, durata la bellezza di sei mesi, da gennaio a giugno. La deviazione per raggiungere la vetta, (figlia non di volontà ma di errore di orientamento…) vale la fatica perché la vista sulle pendici e sullo stretto è fantastica. E, al nostro arrivo, quasi a voler sottolineare il nostro sforzo, dalle profondità del vulcano risalgono tre sordi boati di soddisfazione.

Ritornati in carreggiata e concluso il percorso torniamo sui nostri passi e, giunti alla “base”troviamo davanti al rifugio il gestore che, con meticolosa calma, passa l’impregnante sullo steccato di legno. Naturalmente non posso esimermi dallo scambiare quattro chiacchiere. Così vengo messa al corrente della sua speranza di riaprire a luglio, degli otto anni trascorsi qui e del giusto orgoglio di aver dato nuova vita a questo luogo, vecchio rifugio CAI prima dimenticato. Alla fine, provocato dal mio “ …certo vivi in un gran bel posto…” mi offre una chiusa perfetta. Senza interrompere il suo ritmico lavoro semplicemente risponde: “ È una vita meravigliosa!”.

Vita da presepe

Immaginate, mentre osservate un presepe allestito come tradizione vuole, di sentirvi improvvisamente strani e, come da copione di un vecchio film di fantascienza, di cominciare a rimpicciolire sempre più fino a ritrovarvi a guardare negli occhi le statuine di terracotta.

Ora, sopra di voi c’è un cielo blu intenso, cosparso di stelle e una piccola falce di luna. Sotto ai vostri piedi un sentiero di ghiaia e terra. Intorno grotte, scavate nella roccia di bianco calcare, coperte di muschio e gocciolanti acqua. Faló lungo le strade e, in lontananza, la cometa. Ad attendervi, per darvi il benvenuto, una voce d’angelo che racconta, cantando, la storia di un bambinello nato in una stalla.

Attorno a voi, via vai di gente, ognuno intento al suo lavoro. Una piccola folla di artigiani che popola le grotte, mestieri antichi e dimenticati: il cordaio

il canestraio

il frantoiano

il pittore

il muratore

il vignaiolo

il fabbro

l’arrotino

il seggiolaio

il mugnaio e tanti altri ancora…

A tratti, come fossero azionati da un remoto pulsante, interrompono il loro lavoro per presentarsi a voi che li osservate e, in versi, declamano la loro storia…

Bene, per vostra e mia fortuna, non importa rimpicciolire, perché questo è esattamente quello che aspetta i visitatori al presepe vivente di Ispica. Le grotte, fino a sessant’anni fa ancora utilizzate, sono una cornice ineguagliabile e i figuranti di una bravura unica. La suggestione è tale da chiedersi veramente se non sia accaduto una specie di miracolo e il tempo impiegato a scrutare ogni angolo è intriso di emozioni. Quando, alla fine del percorso, al canto della lavandaia si sovrappongono le timide voci dei visitatori che ricordano l’antica melodia, l’emozione sfiora la commozione.

Ma è l’ultima, toccante scena, prima di tornare al mondo reale. Sul muro che separa la realtà dal sogno un ultimo scritto e una certezza: l’auspicio delle parole di commiato non sarà disatteso.

…Nella nuova fattoria…

La prima entra dalla porta con qualche esitazione, poi arrivano tutte le altre, in fila ordinata, finché non si tratta di andare al proprio posto (come direi se fossi ancora in un’ aula scolastica). A quel punto un piccolo ingorgo è inevitabile ma è di breve durata e decisamente poco caotico.

È proprio vero! Queste capre, di razza svizzera, oltre che bellissime, sono anche molto mansuete.

Ci troviamo tra le province di Ragusa e Siracusa, immersi in un paesaggio verde e collinare, disseminato di ulivi. È il momento della mungitura e tutto procede in modo perfettamente ordinato.

A fine operazione il latte appena munto finirà immediatamente nei locali destinati alla sua trasformazione in squisiti formaggi caprini. Flavia, che gestisce col fratello questo scampolo di paradiso, ci fa da cicerone e ci accompagna in questa grande fattoria biologica che prende il nome dalla contrada in cui si trova: Albacara. Ci racconta e ci spiega con esuberanza i luoghi, il loro passato e il loro presente; ci illustra ogni fase della lavorazione del formaggio, della molitura delle olive, della semina del grano; condivide le iniziative che sostiene e i progetti che stanno bollendo in pentola. È competente e sincera come i prodotti che abbiamo il piacere di assaggiare a visita conclusa.

Intanto, mentre il sole cala facendo luccicare  centinaia di pannelli fotovoltaici, nella stalla le 300 caprette mangiano quiete, fuori, in un recinto a parte, ci sono i becchi, le  galline siciliane dalla cresta a forma di corona, i tacchini, i maialini neri dei Nebrodi e il coniglietto Mercoledì che ha “edificato” nel suo recinto un dedalo di grotte e buchi e cunicoli.

Ed è proprio questa atmosfera piacevolmente dissonante la forza di questo luogo e l’origine del piacere che si prova visitandolo: un’azienda straordinariamente moderna, efficiente e tecnologica ma disegnata nella pagina di un libro di fiabe.

Nettare antico

…Mastica e sputa, da una parte il miele, mastica e sputa, dall’altra la cera…

Così cantava De Andrè in una delle mie canzoni preferite. Lui narrava con le note e la sua meravigliosa poesia di alcune anziane contadine nel materano, io, invece, sono davanti alla versione moderna ma altrettanto affascinante di questa magica separazione.

In questo periodo di vita terricola approfittiamo del tempo più che clemente per fare visite rimandate da tempo: Emanuele Agosta è un uomo cordiale, un piccolo vulcano d’idee e un appassionato apicultore. Lo andiamo a trovare nella sua azienda, praticamente introvabile senza indicazioni accurate, immersa in un nulla affollato di verde, fronte mare, che benché  lontano è sempre  presente. In questa piccola oasi, dove l’intervento dell’uomo è ridotto al minimo, si compie il miracolo.

Come per l’olio, per il vino e per chissà quant’altro, da buona cittadina, nata e cresciuta tra le case, mi incanto nell’ammirare la passione e l’ingegno dell’uomo quando collabora con la natura.

In ordine sparso le arnie circondano il capannone dove avviene la lavorazione. Sono mansuete e affaccendate. Vicino alle loro casette è tutto un brusio. L’uomo che le conosce meglio di chiunque altro me ne posa una in mano, solo per un attimo prima che l’infaticabile insettino riprenda il suo andirivieni.

All’interno, una macchina prende il posto delle anziane donne e raschia via la cera dai favi.

Provo ad assaggiarla, ricavandone un minimo residuo di miele e una gomma da masticare, bizzarra ma buonissima. Lì accanto  la centrifuga è pronta ad estrarre l’ambrato zucchero dai telai disopercolati

e il miele, ancora intriso di natura, nel secchio, aspetta di essere filtrato per finire nei vasetti pronti per la vendita.

Sull’etichetta un cielo blu, fiori gialli, un bagolaro dalla chioma frondosa, tipico  e antico, che Emanuele descrive come un gigante buono e, dietro gli immancabili muretti a secco, una masseria. Sul tetto, quasi invisibili, due uomini che mettono tegole, perché, ai primi del 900, Fornace Penna di Punta Pisciotto sfornava mattoni e tegole al ritmo di diecimila pezzi al giorno. Una scelta grafica fatta di cuore e di memorie.

Emanuele spiega, racconta, mostra, invita all’assaggio con una passione difficilmente contenibile. Quando ce ne andiamo siamo più ricchi e sazi di conoscenze. Ci portiamo a casa dei dolci piaceri ma non solo: nella borsa della spesa c’è anche un romanzo sulla Sicilia e sulle sue tradizioni, scritto in un piccolo rettangolo di carta blu incollato su un vasetto di vetro.

Il paese col cappello da mago

Leonforte è un piccolo paesino al centro dei Monti Erei, molto vicino ad Enna, uno dei tanti gioielli seminati all’interno della Sicilia. Queste le coordinate reali, ma quelle non meno vere che solleticano l’immaginario ci portano direttamente nel regno di Oz. Dall’alto del belvedere di Villa Branciforti si può vedere la valle accucciata lì sotto e le colline intorno ad abbracciarla, le case vicine le une alle altre che si tengono per mano per non scivolare di sotto e il cielo a portata di mano.

Se, affacciati al muretto del belvedere, vi guardate ben bene intorno, vedrete, tra i tetti, spuntare sulla cima di un campanile un colorato cappello da mago. È ben mimetizzato, ma ad uno sguardo attento non sfugge la sua inconfondibile forma.

Poco lontano, in fondo alla valle, sorge un edificio bizzarro, che altro non è che una fontana monumentale.

La Gran Fonte (o Granfonte), voluta da Placido Branciforti, ovviamente principe (che in una fiaba, insieme al mago non può mancare…) ha 24 cannelle come le ore del giorno. Si narra, inoltre, che il regale, capriccioso come narrazione comanda, si fosse fatto costruire il palazzo che porta il suo nome con 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno.

Utilizzata da sempre dalla popolazione,

la fonte, adesso, è un’attrazione turistica e lo scenario ideale per foto di gruppo, sempre che si trovi qualche volontario disposto a scattarla.

All’ appello manca ancora, però, la protagonista di ogni fiaba che si rispetti: la bella principessa. In questo caso non ha trecce bionde e occhi azzurri ma una polpa zuccherina e succosa.

Si tratta della pesca di Leonforte, che, ignara del suo destino, da metà giugno in poi viene nascosta e protetta da un sacchetto di carta, pesca per pesca, ramo per ramo, fino al giorno del suo risveglio.

Ed è ad ottobre, appunto, il suo momento di gloria.

Durante la sagra della pesca è la regina incontrastata: cassette di frutti appena colti, pesche sciroppate, marmellate e, intorno a lei, a festeggiarla, il paese intero e tanti pellegrini venuti da lontano.

Tra questi anche noi, invitati da un gruppo di fantastici e giovanissimi ragazzi, conosciuti quest’estate a Marina. Fieri scudieri del loro regno, preparati e disponibili, ci hanno incuriosito prima e accompagnato poi per le strade del loro paese e nelle sale del suggestivo museo multimediale, dedicato al pittore leonfortese Liardo. All’entrata del museo, nato e gestito dalle loro giovani ed entusiastiche menti, si legge: ” Un popolo che non ha memoria dei propri artisti, è un popolo che non ha memoria di sé”

Di certo noi ci ricorderemo di questo artista girovago ed eclettico ma soprattutto ci ricorderemo di loro, dell’amore per la terra in cui vivono, del loro impegno, della loro passione e del loro magico paese dove i campanili calzano cappelli da mago.

Ferie in famiglia

Nel mazzo delle famiglie tradizionali, a volte, le ferie d’agosto sono tutte uno scompigliar di carte: la nonna in montagna, al fresco, i genitori in viaggio e i figlioli, che non ne vogliono sapere, con gli amici al mare, che altrimenti a settembre non c’è nulla di speciale da ricordare.

Per noi, le cui carte sono invece normalmente scompigliate, l’estate è un’ occasione per riunire il mazzo e quest’anno è riuscito particolarmente bene, con la banda bolo-sicula riunita praticamene al completo.

Così, in quelle che sono diventate  due classiche settimane di ferie abbiamo fatto quello che di solito si fa in ferie: una piccola crociera in flottiglia con l’ormeggio in rada, silenzioso e stellato,

un asporto azzardato dal ristorante alle barche col gommoncino carico di pesce, un battesimo sub per la piccola del gruppo che per la prima volta guarda le onde da sotto in su.

Poi, cene in compagnia, trasporti improbabili,

granite a colazione, che quelli del nord poi non le trovano più, serate “mondane” per i più giovani ed escursioni nei dintorni.

Dintorni che, come ormai ho già da tempo capito, continuano a riservare sorprese. Questa volta la nuova “scoperta” riguarda punta Cirica (o Ciriga). Poco distante da Pozzallo, decantata come una delle più belle spiagge della Sicilia è a circa un’ora di strada  da Marina. Ci si accede da un villaggetto di case abbandonate all’ombra di un grande albero, tra agavi e canneti. Da lì, un breve sentiero porta in cima alla scogliera. La vista spazia sul mare aperto ma sotto ai piedi rocce di tufo bianco vegliano su una serie di piccole calette con  l’acqua cristallina.

Scogli frangiflutti le isolano dal mare aperto, grotte scavate nella roccia da attraversare  carponi le uniscono le une alle altre come un labirinto di piscine naturali in cui abbandonarsi. L’acqua è calda e calma, riparata delle onde del mare a cui appartiene.

Gli ombrelloni ed i turisti non ne intaccano la bellezza selvatica e sincera. È un piccolo angolo di  paradiso.

E benché i paradisi in agosto siano meno paradisi che in tutto il resto dell’anno, questo, invece, sfugge alla norma. E non a causa del suo essere ma di un valore aggiunto che non lo riguarda: perché questa volta ne abbiamo varcato la soglia con la migliore compagnia possibile.

Pietre e fiori

Scatoloni pieni di petali, caraffe di corteccia colorata, fiori, sassi, gesso e colla. Uomini  donne e bambini sono chinati a disegnar per terra come si faceva con la “luna” di infantile memoria.

C’è un piacevole vento che spazza via il caldo torrido di quest’estate scoppiata tutt’a un tratto: apprezzato dai più, è decisamente malvisto da chi, carponi, cerca di tenere al suolo il materiale leggero con cui lavora.

Siamo a Taormina, in quel magico dedalo di stradine e scale aggrovigliate ai piedi del vulcano, sospese sopra al mare e siamo circondati da uno scenario fiorito.

La mia ignoranza su questioni religiose mi porta a chiedere lumi e scopro che il motivo di tanta festa è la celebrazione del Corpus Domini. Una tradizione antica che il passante interpellato, di un’età facile ai rimpianti, trova peggiorata nel tempo. Mi racconta che, una volta, i muri delle case non si vedevano tante erano le coperte bianche, ricamate a mano, stese dalle finestre e dai balconi.

Non stento a crederlo ma a me, quelle che sventolano ora, sembrano già molte e bellissime, come splendide sono le infiorate per le strade e gli altari che spuntano dietro ogni angolo.

Tra poco ci sarebbe la processione ma non possiamo aspettare perché il vero motivo per cui siamo qui è molto meno spirituale. Oggi a Taormina suonano i Jethro Tull e si esibiscono al teatro antico, un luogo di una bellezza commovente. Vedere il palcoscenico attrezzato incorniciato da quelle stesse colonne che hanno visto recitare attori con la toga è un pensiero che scava in un tempo così lontano da risultare quasi inconcepibile. Pareti e archi e pietre che da più di 2000 anni, sotto lo sguardo vigile dell’Etna, accolgono uomini che emozionano altri uomini…suonare qui deve essere un’esperienza unica.

E lo è. Non so per gli artisti ma per noi senz’altro perché la musica e lo spettacolo sono all’altezza del luogo e delle suggestioni.

Quando le note dell’ultimo “bis” svaniscono, la fiumana umana si riversa ordinatamente nella cittadina, ripopolandola un poco, prima della notte. Presto scenderà il silenzio sui fiori posati per strada, sulle coperte appese, sugli altari improvvisati.

Anche il teatro, tra poco, tornerà buio e quieto, ma tra le sue pietre nasconderà un altro prezioso ricordo da custodire.

Strade

“How many roads” cantava Bob Dylan, “On the road” scriveva Jack Kerouac. E poi…andare per la propria strada, essere sulla buona strada, essere in mezzo ad una strada, farsi strada, incontrarsi a metà strada…e ancora…cibo da strada, arte di strada…

Insomma, i modi di dire, i riferimenti culturali, i richiami alla strada non mancano e tante sono le strade e i modi di percorrerle.

Ci sono strade costiere che separano l’audacia del mare dalla rassegnazione della terra

Riserva del fiume Irminio

e strade che inseguono fiumi,

li attraversano,

si perdono, riappaiono.

Pantalica

Ci sono strade nate dalla disattenzione degli alberi che lasciano loro il posto, tra un dispiegarsi di sassi e terra,

Pineta di Chiaramonte

e strade che l’uomo ha creato per unire o dividere,

segnare o cancellare confini,

Donna Lucata

Ci sono strade ritrovate che si fanno beffe del tempo e portano dirette in un lontano passato

Noto Antica

e poi ci sono loro…

strade dove ancora strade non ci sono,

strade che sono sentieri da tracciare,

cammini da inventare…

Strade che si vedono col cuore prima che con gli occhi, nuove e libere sulle quali non si può fare fare a meno di lasciare semplicemente


un’impalpabile e leggera traccia

Dune di Sampieri

Pantalica

L’impressione è quella di trovarsi in una specie di far west nostrano, circondati da canyon e da vegetazione selvaggia.

Il millenario scorrere del fiume Anapo ha creato queste gole, gli inaccessibili altopiani che le sovrastano e le rive appena accennate del fiume che scorre sotto le ripide pareti.

Luoghi strani e certo non comodi per far nascere insediamenti eppure, molto prima della venuta dei Greci, popolazioni locali sono fuggite dalle coste e dal mare e si sono rifugiate qui, alla ricerca di un’ estrema difesa. Da cosa o da chi non ci è dato sapere per certo ma poco o nulla è rimasto dei loro villaggi.

Invece, per qualche bizzarro disegno più geologico che divino, le loro necropoli sono rimaste intatte attraverso i secoli. Le pareti scoscese sono bucherellate come groviera da una moltitudine di piccole grotte scavate a beneficio dei defunti.

Circa 5000 tombe si aprono nella roccia creando una scenografia che non ha più nulla in comune con cowboy e indiani ma che è di una suggestione unica.

Dichiarato sito Unesco, la necropoli di Pantalica si lascia corteggiare dai visitatori . In queste giornate invernali però il sito è deserto e percorriamo sentieri, affrontiamo guadi

e ci intrufoliamo nelle grotte

in completa sintonia con l’ambiente.

E se i più avventurosi ( e giovani…) tra noi progettano di tornare  con tende e sacchi a pelo per una notte “primitiva” a me è bastato questo breve e diurno tuffo tra  boschi e rocce per immaginare e rivivere quell’emozione profonda e selvaggia che più di duemila anni fa deve aver accompagnato le anime degli antichi scultori di questi luoghi.

Pantalica muore e rivive nella sua culla.
Un alveare di case e tombe sulla montagna.
Dorme nel sogno il trofeo della vita…

(Santi Martorino – Le Muse di Pantalica)

 

 

Caccia all’intruso: finale

Ci siamo.Domani è Natale. Le “finestrelle” sono quasi tutte aperte; siamo arrivati, per così dire, alla resa dei conti.

Sono rimasti in lizza un verde pascolo e una torre.

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Il primo è uno dei tanti prati che si snodano lungo le colline, a poca distanza dal mare. Qui le mucche pascolano tutti i giorni, placide ed incuranti del meteo e del passaggio dell’uomo.

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La seconda è una torre, o meglio, ciò che ne rimane, appartenuta un tempo ad un grande castello. Tipico fortilizio medievale fu attivo ed abitato nel Medioevo e dall’alto dominava il paese che andava nascendo ai suoi piedi.

Una delle due immagini è stata scattata una ventina d’anni fa, quando le creature erano ancora piccole, in Cornovaglia; l’altra un mese fa, durante una gita fuori…porto con la zia Monica e Silvia (già grande).

E la foto che segue non lascia dubbi su quale appartenga alla Sicilia

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Silvia sulla torre di Buccheri

Ebbene sì, i resti sono quelli del castello di Buccheri, quella che fu definita “la più formidabile fortezza della Val di Noto”. Ora di formidabile sono rimaste solo poche pietre ma il luogo è comunque suggestivo e la vista spazia sul paese, sulla piana di Catania fino al mar Ionio, rendendo evidente il motivo che ne ha decretato la costruzione proprio qui.

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È dall’alto di un castello, quindi, che finisce questo inusuale calendario dell’avvento e, che abbiate indovinato o meno, resta il fatto che la Sicilia nasconde paesaggi davvero inaspettati.

Così, per finire in bellezza, vi lascio con un’ultima immagine “fuori gara”

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Vista per sbaglio, sollevando lo sguardo su un muro di una casa di Monterosso Almo mi ha catturato per le sue parole, sbiadite sulla pietra ma non nello spirito e ora mi sembra il modo migliore per augurare a voi tutti

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Caccia all’intruso: terza eliminazione

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Il lago appare dall’alto della strada e sembra niente più che un piccolo bacino artificiale dalla forma allungata e irregolare, come il braccio di un fiume, ma, passate poche curve, eccolo che riappare adagiato in una larga conca e ancora dopo e dopo ancora altre nuove forme contengono le acque del fiume.

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Il lago di Santa Rosalia è un lago artificiale formatosi dalla costruzione dell’omonima diga sul fiume Irminio ed è uno dei più ampi della Sicilia. Circondato da colline boscose ha sponde frastagliate e piccole numerose insenature. Il luogo è frequentato dai pescatori, (che vi trovano carpe di dimensioni imbarazzanti…) evidentemente solo nel fine settimana perché la stradina che ne costeggia le rive è deserta. La pace regna sovrana e mentre flora e fauna condividono la quiete con fioriture delicate, garrire d’uccelli e fruscii tra l’erba la presenza dell’uomo è ridotta ai resti delle abitazioni di un tempo, semi sommerse dall’acqua.

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La mia immaginazione emiliano romagnola lo immagina con canoe che si spostano leggere e biciclette a noleggio lungo il percorso ma il sole primaverile a dispetto del calendario, il silenzio, i profumi e le piccole increspature sulla superficie dell’acqua lo rendono un piccolo paradiso privato e, con una buona dose di egoismo, penso che la cosa migliore sia goderselo alla “siciliana”…

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Lasciandovi liberi di immaginarlo come lo preferite…resta comunque il fatto che siamo in Sicilia e l’intruso è ancora a…piede libero fino alla prossima settimana.

    

 

Caccia all’intruso: seconda eliminazione.

Ed eccomi qui ad aprire la seconda finestrella di questo “calendario dell’avvento settimanale”

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Questa volta le foto svelate sono due, accumunate dalla vicinanza chilometrica, entrambe ai lati della stessa strada, a qualche curva di distanza l’una dall’altra.

La strada in questione collega Monterosso Almo con Buccheri, due piccoli borghi non troppo distanti da Ragusa anche se appartenenti a due diverse province e si snoda in un paesaggio sorprendente, che poco o nulla ha di siculo.

 

IMG_4795Siamo sui Monti Iblei, e ci inoltriamo tra i boschi e i prati di Monte Lauro, vulcano ormai spento, spuntato dal mare in un passato lontanissimo. Della sua antica origine marina resta poco e niente, ora ci sono boschi di conifere e pascoli verdissimi, pinete e vento che fa suonare gigantesche pale eoliche riempiendo l’aria con vibrazioni potenti e profonde.

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Se abbiamo lasciato la spiaggia  in maniche di camicia qua dobbiamo correre ai ripari e chiudere la giacca a vento e calcare bene la cuffia sulle orecchie. Nulla ricorda il clima mediterraneo e quando all’improvviso appare il gigantesco complesso di antenne paraboliche il salto nel tempo e nello spazio sembra realtà. Si tratta non di una fantasiosa stazione extraterrestre ma della stazione RAI più a sud d’Italia, nata nel febbraio del 1957, e gestita, allora, da personale che  veniva rigorosamente dal “nodde”.

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Adesso di misterioso resta solo il suggestivo impatto visivo, il volo dei rapaci che vi girano intorno e la forte somiglianza con… altrove…che ha probabilmente indotto in errore molti di voi. 

Così non vi resta che provare di nuovo tra le tre rimaste e attendere la prossima località svelata.

 

Caccia all’intruso: prima eliminazione

Tra le tradizioni natalizie la mia preferita, da bambina,  era il calendario dell’avvento. Al tempo era un semplice cartoncino con disegni a tema, un po’ di lustrini e, cosa più importante di tutte, venticinque finestrelle rigorosamente chiuse: una per ogni giorno che mancava al Natale. Appeso in cucina non prometteva niente altro che la gioia di un gesto ogni mattina e l’apparizione di un disegno sconosciuto dietro gli scuri di cartone. Poca roba a dire il vero ma il gusto della sorpresa non aveva bisogno d’altro. 
È pensando a questo e cercando di ricreare un pochino di quella magica aspettativa che ho deciso di non svelarvi l’intruso tra le immagini dello scorso post ma di “aprire” una foto ogni settimana fino al verdetto finale…

E cominciamo con la più gettonata, quella che molti di voi hanno indicato come estranea.

La scultura, posta al centro della piazza esagonale di Granmichele è in realtà parte di un gigantesco orologio solare orizzontale, probabilmente uno dei più grandi al mondo. L’uomo inginocchiato rappresenta il tempo e regge un’asta gnomonica.
La storia sembra una favola, a cominciare dai nomi.
La vicenda comincia nel piccolo borgo di Occhiolà (di cui rimangono pochi resti) dove un giorno funesto la terra tremò e tremò e tremò lasciando, infine, solo rovine. Poco lontano dal devastato borgo si estendeva il feudo del principe Carafa.

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Statua dedicata al Principe Carafa

Era l’11 gennaio del 1693 e il nobil uomo, avuto notizia del terremoto, inviò viveri e quanto era in suo potere per aiutare i suoi amministrati, ma non solo, decise anche di donare loro il suo feudo, dove il 18 aprile dello stesso anno pose la prima pietra della nuova città. Nella piazza del nuovo insediamento fece costruire una grande meridiana, pensando all’appena nata Granmichele come alla “città del sole”.
Questa scultura, costruita proprio sopra l’antica meridiana (rimossa nell’ottocento), rende ancor oggi onore al sole e ricorda la nascita di questa cittadina, decisamente… sicula.

Il che riporta al nostro gioco: chi avesse scommesso su Granmichele dovrà cambiare idea e scegliere tra le rimanenti cinque immagini, una delle quali svelerà i suoi segreti, ma solo… “aprendo una finestrella”,  la prossima settimana.

 

 

Sorpresa

Amo i misteri. Adoro le sorprese.
Da bambina Nancy Drew era la mia eroina (le femminucce della mia età ricorderanno la protagonista dei “Gialli per Ragazzi”) e i cancelli chiusi hanno sempre fatto volare la mia fantasia.
Ebbene, una delle prime cose che ho apprezzato di questa terra è stata proprio la sua capacità di sorprendere, il suo nascondersi e svelarsi diversa e unica dietro ogni curva, oltre ogni collina.
Qui poche decine di chilometri nell’entroterra diventano un vero viaggio nel tempo e nello spazio, tanto da domandarsi se si è sul serio dove si sa d’essere.
Così, per giocare un po’ con voi vi lascio con queste immagini. Una sola non appartiene alla Sicilia, ma quale?
Provate ad indovinare, ma non abbiate fretta: come nei migliori gialli il mistero sarà svelato nella prossima “puntata”.

Numeri

88

primavere disegnate come ricami sulla pelle. Nel silenzio che la contraddistingue la Nonna (che così tutti la chiamano) impasta e tira la sfoglia. La memoria, con gli anni, può scivolare, beffarda, in luoghi sconosciuti ma le mani non dimenticano mai e si muovono guidate da una musica interiore che il tempo non osa spegnere. Ravioli e cavati si accumulano sul tagliere e mi cimento anch’io sotto il suo vigile controllo, cercando di imitarla, mentre dispensa istruzioni con la precisione e l’essenzialità di chi da sempre, sa fare…

30

anni con un filo in mano e il naso all’aria, inseguendo (questa volta è letterale) aquiloni. Di solito in trasferta con la moglie, a Marina è venuto solo e ci racconta un po’ di sé, mentre passa indaffarato da un aquilone all’altro. Non gli abbiamo chiesto il nome ma la “traduzione” di quello del suo gruppo di aquilonisti e prima ancora di averlo svelato, dal suo accento è chiaro che si tratta di dialetto romagnolo.
Si chiamano “Chi Met Di Bacalà” (quei matti del “baccalà”) perchè in dialetto il baccalà è l’aquilone e come il baccalà è un pesce semplice e senza pretese, così senza pretese sembravano ai vecchi del paese quei ragazzetti che correvano dietro a un rombo di carta e di spago…

142

gradini che uniscono la parte antica di Caltagirone alla nuova città. Una scalinata a cui le foto non rendono giustizia, ripida e imponente, da salire lentamente perchè in ogni alzata del gradino c’è una distesa di piccole piastrelle di maiolica da guardare. Tutte diverse, colorate, multietniche nel loro rifarsi allo stile arabo e normanno e spagnolo e barocco…
Fermarsi ad osservarle è un’ottima scusa per riprendere fiato, girarsi e godersi dall’alto il panorama di una Sicilia che profuma ancora d’estate…

1267

chilometri che separano la mia attuale residenza dal luogo in cui sono nata,
che separano le mani che trasformano farina e acqua in tortellini e in cavati,
argilla e fuoco in piastrelle colorate a Faenza e a Caltagirone,
spago e vento in sogni volanti nel cielo di Ragusa e di Ravenna.
1267 chilometri che le mani ignorano perchè le mani hanno memoria ma non hanno distanza.
Le mani non conoscono numeri e non hanno nazionalità.
Le mani creano e assemblano da sempre.
Le mani inventano e riparano dovunque .
E se gli aquiloni ricordano agli uomini, scrivendo sulle colorate ali, che c’è

un solo cielo…in un solo mondo

le mani l’hanno sempre saputo.

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Disturbo?

 

Compleanno di un amico.
Casa di campagna.
Sotto il portico le tovaglie si stendono su tavoli di diversa altezza e fattura e attorno si assiepano le seggiole, le poltroncine, gli sgabelli improvvisati perché il numero degli “amici-conoscenti-persone di passaggio” non è mai certo e men che meno definito. Ma questo non è così ovvio per chi viene dal continente e Michela, fresca fresca da Bologna, con i modi garbati che la contraddistinguono si scusa timidamente:
-Siete sicuri che non disturbiamo?
Due le reazioni: sincero sconcerto e spontanee risate. Perché l’associazione tra il cucinare, mangiare, bere insieme e il disturbo, da queste parti è davvero un’associazione indebita.
Michela e Marco l’hanno capito in un istante e noi abbiamo trascorso in loro compagnia una piacevolissima settimana.

Chi, invece, avrebbe avuto ben diversa risposta al quesito in questione è il maltempo di questi giorni, che è giunto proprio a sproposito all’apertura del primo festival degli aquiloni qui a Marina.

L’aquilone è sicuramente ciò che, sulla terraferma, ricorda di più l’andare a vela.
Tenere tra le mani i suoi fili è come toccare con le dita il vento e le picchiate, le risalite, le virate sono sfide lanciate nel cielo.
Il vento, amico e nemico, è, come in mare, ciò che permette di muoversi e anche ciò che lo impedisce.
Volare diventa un gioco sottile e affascinante tra l’uomo e il vento, fatto di compromessi, di relazioni, di strategie e di sorprese.
E, a sorpresa, fortunatamente, oggi il maltempo si è dissolto sotto i raggi del sole.
Così il cielo ha potuto riempirsi di colori, di movimenti leggeri, di suoni fruscianti per il piacere di tutti: di chi guarda e di chi

“…può salire su
dove tutto è blu
…dello spazio padron
col suo bell’aquilon”
(Colonna sonora di Mary Poppins)

Dintorni

 

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L’Alcantara con l’accento sulla seconda a, diversamente da come tenderei a pronunciarlo, è un fiume che nasce dai monti Nebrodi e sfocia nel mar Ionio nei pressi di Giardini Naxos. Un fiume un po’  speciale che deve il suo percorso, non tanto alla forza dell’acqua, quanto alla forza del fuoco. Sotto forma di colate laviche la potenza del vulcano ne ha, per così dire, intercettato e guidato il cammino  durante i secoli, creando scenari suggestivi come nelle note Gole dell’Alcantara.

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La prima volta che le vidi non c’era altro che un sentierino che scendeva a valle, le pareti a strapiombo, l’acqua gelida e noi, una manciata di ragazzi che risalivano il letto del fiume controcorrente, scivolando e aggrappandoci alle rocce con la beata incoscienza dei vent’anni. A distanza di trent’anni il paesaggio mantiene lo stesso fascino ma, tutt’intorno,  è cresciuto un parco con tanto di visite guidate, escursioni, aree ristoro, ascensori…molto più frequentato di un tempo. Non resisto alla tentazione di unirmi ai bagnanti e camminare controcorrente ma mi inoltro molto meno nelle gole e l’acqua reale è decisamente meno fredda di quella della memoria.

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Lasciati dunque i ricordi e le rive del fiume, ne seguiamo il cammino a ritroso e ci inerpichiamo sui colli fino a Castiglione di Sicilia. La cittadina fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia.

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L’aria di mezza montagna che si respira si fa beffe della latitudine. Il silenzio, la valle distesa ai piedi dell’abitato, verde di castagni e noccioli, l’odore di legno e di camino, le tegole dei tetti visti dall’alto della torre, lo rendono emotivamente simile al “mio” Appennino. Un paesaggio  che calma e riposa cuore e mente, un luogo che invita alla quiete.

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Lo sguardo si perde lontano, oltre la pianura. Laggiù, ancora nascoste, ci sono le acque dello stretto, la riviera, il porto che ci aspetta. Il contrattempo è fortunatamente risolto, ancora qualche giorno e ci lasceremo tutto questo alle spalle per dirigerci verso il “continente”.  

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