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Bitume

C’è qualcosa che collega Rue de Berger a Parigi con la piccola cittadina barocca di Ragusa. È un nastro. Non il romantico nastro d’argento della luna sul mare ma un nastro nero, un nastro d’asfalto.

Siamo nella prima metà dell’Ottocento e la pietra pece, la roccia calcarea nera, tenera ed impregnata d’asfalto su cui è costruita la città sta conquistando non solo Parigi ma le strade di tutta Europa. Ragusa diventa presto un luogo di picconatori e cavatori (picialuori) e nel secolo successivo l’asfalto ragusano farà il giro del mondo.

foto tratta da terraiblea.it

Dai tempi di picconi, carri, ferrovie, miniere e minatori (increduli che a qualcuno potessero servire quei sassi neri…) fino agli escavatori, esplosivi, altiforni e autocarri della grande e sicilianissima azienda di Antonio Ancione, il bitume segna un’ epoca. Ma nulla è per sempre e così, inevitabilmente, cambiano i tempi, i materiali, le esigenze… il progresso miete le sue vittime e le relega nell’oblio.

Fortunatamente le memorie non sempre svaniscono nel nulla. Questa volta a scrollarsi di dosso la polvere del tempo è proprio l’ex fabbrica Ancione, rinata come “Bitume”, una mostra d’arte, un museo di archeologia industriale, una narrazione di luoghi e di emozioni.

Dal passato riemergono gli edifici colonizzati dalla ruggine, le strade condivise con le erbe spontanee, i macchinari polverosi e sonnolenti e in mezzo a tutto questo linee, forme, colori, vuoti, sguardi… le emozioni di trenta artisti fissate sui muri.

Una splendida idea per gestire un luogo altrimenti abbandonato, un modo inusuale e romantico per ricordare il passato, per unire arte, industria, storia e per rendere onore alla “petra pici” e agli uomini che ne hanno fatto strade, lavoro e infine sogni.

Volta la carta

Prima di essere una bellissima canzone di De Andrè “Volta la carta” è una filastrocca popolare che accosta verso dopo verso concetti molto distanti, uniti tra loro dalla rima e dal lento adagio…volta la carta.

Anche nella vita a volte accade che cose completamente distanti siano unite da gesti, da suoni o da luoghi.

Per esempio tutti accosterebbero un nastro trasportatore al lavoro o tutt’al più ad una visita guidata in qualche azienda del territorio

e invece,

quando il principale dell’azienda è un appassionato musicista può succedere che tra bancali e macchinari si improvvisi un concerto con tanto di maestro di violino, ristorazione (leggi grigliata) e pubblico di ogni età. È un uomo che “volta la carta” ma non solo.

E ancora, tutti accosterebbero ad una semplice bottega o “putia”, come si chiama da queste parti, una spesa salutare  o la cucina del territorio

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foto di Delicatessen da Instagram

e invece

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Roxi dei Born It in abiti tradizionali malesi

può diventare il palcoscenico di una festa, una “Festa in Valigia” che dalla Sicilia sbarca in Malesia , con tanto di musica e cibo tradizionale

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I Born It in concerto

mentre i muri per l’occasione vengono nobilitati a supporti per un’inedita mostra fotografica. 

È una squadra che “volta la carta” ma non solo.

Quello che unisce queste ed altre situazioni simili è l’entusiasmo, la voglia di fare, di condividere, di coinvolgere, una voglia che ho trovato qui, in questa terra, più che altrove ma che, comunque, per sua natura non ha né patria né età.

Quindi, non importa quanti anni avete né dove siete, perché se volete giocare con me non avete altro da fare che continuare…

C’era una fabbrica col cancello aperto,

volta la carta e si vede un concerto

un concerto in una bottega onesta

volta la carta e si vede una festa

una festa…. 

 

 



Viaggio al centro della terra

Valle Santa Domenica

Ragusa, conosciuta anche come la città dei ponti, vanta, in effetti, ben tre ponti di epoche diverse che uniscono la parte superiore della città con quella inferiore. A separarle non un fiume impetuoso ma una valle profonda attraversata da un torrente, quasi invisibile tra la vegetazione rigogliosa. A guardarla dall’alto ha l’aspetto di una giungla tenuta faticosamente a bada dall’opera dell’uomo e difficilmente ci si può sporgere a scrutare i sentieri che  l’attraversano senza desiderare di percorrerli.  
L’accesso è un piccolo cancello in mezzo alle case e la discesa verso il fondovalle é un lento avvicinarsi ad una dimensione aliena.

I rumori della cittá si dileguano e le case che sovrastano il paesaggio sembrano una scenografia postbellica. Il sentiero è agevole e si fa strada tra una vegetazione che sembra dominare a stento la sua esuberanza. Improvviso frusciare di serpi e lucertole, cinguettio d’ uccelli nascosti, lo scorrere dell’ acqua sui massi, fresco e odore d’umido.

Non un anima viva, tranne noi. Eppure un tempo qua c’era brulicare di vita. Orti, mulini ad acqua e cave da cui estrarre la pietra per produrre la calce. Procediamo tra scheletri di case e antichi forni (carcare) che lo testimoniano.

Poi, all’improvviso, inaspettatamente, due rotaie tagliano il bosco  e appare una piccola strada ferrata che scompare dopo poco, inghiottita di nuovo dalla vegetazione.

È un cammino simile ad un sogno, finché il sentiero pian piano si allarga e diventa strada tra le case di un suggestivo borgo e, come per magia, ci ritroviamo ai piedi di Ragusa Ibla . A malincuore, quasi con disappunto, abbandoniamo i panni d’esploratori tra l’erba alta. Non ci vorrà che un attimo e la natura li inghiottirà lasciandoci tra gli scenari consueti,  nei luoghi che conosciamo…tra gli uomini…

 

Ragusa

L’autobus sfreccia a velocità impressionante sfiorando i muri delle case, costringendo le auto che incontra a riparare sul marciapiede, affronta i tornanti come un motociclista con il ginocchio a terra, mentre dai finestrini scorrono spettacolari scorci di panorama.

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Per fortuna Stefano è serio, anzi, forse un tantino preoccupato; a me, invece, sembra d’essere sulle giostre e mi viene da ridere.
Ma non vorrei mai essere fraintesa dall’autista a cui la vocazione di pilota di Formula Uno non impedisce d’essere d’una gentilezza imbarazzante. Sull’autobus, francesi, inglesi, turisti di passaggio, come noi, e a tutti lui dà indicazioni con una pazienza certosina. Accompagna con lo sguardo la signora americana che cerca il suo alloggio e riparte solo quando lei lo rassicura con un cenno della mano; si ferma, fuori da ogni obbligo stradale, per rispondere ad un passante che gli chiede quanto manca ai giardini, ci indica la fermata in cui dobbiamo scendere con tanto di orari per la successiva coincidenza…

Siamo sull’undici e stiamo tornando, dopo aver visitato Ragusa Ibla, la parte vecchia della città, verso Ragusa superiore.
Una città con due volti, Ragusa: l’uno estraneo all’altro, ma entrambi bellissimi.
Passeggiando per “il salotto” di Ragusa moderna,

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Ragusa superiore: piazza S. Giovanni

in strade pulite, ordinate, fiancheggiate da negozi, non ci si aspetterebbe da un momento all’altro di vedere, in fondo alla valle, assediata da una vegetazione lussureggiante, spuntare un’isola di tetti e muri e campanili;

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Ragusa Ibla

devastata da un terremoto nel 1693 e ricostruita mattone su mattone, la Ragusa barocca, Patrimonio dell’Umanità, fa onore alla sua fama.
Dall’alto sembra quasi irraggiungibile,

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ma, guardando meglio, si vedono le centinaia di gradini costruiti sulla collina che tengono unite le due anime di questa città: quella nuova, dinamica, europea (se mi passate il termine) e l’altra antica, emozionante, perduta nel tempo.
Un tempo che qui si sposta, come in un libro di fantascienza, ma in modo molto più semplice che in qualunque trama: semplicemente facendoci scendere le scale o salire su un autobus…

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