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Ritorno al futuro

Il cielo è di un azzurro sbiadito, carta da zucchero. L’acqua grigia ne riflette il colore. Gabbiani urlanti passano sul traghetto che incessantemente unisce le due sponde del porto canale. L’odore salmastro del mare si fonde con quello dell’autunno. Il naso è rosso, le mani fredde. I miei amici hanno le cuffie calcate sulle orecchie e le mani in tasca. Passano velocemente da una chiazza di sole all’altra perché l’ombra è fitta d’umidità. Seduti a tavola, però, il calore umano è sufficiente a far star bene. Nei piatti la Romagna doc: spiedini di gamberi impanati e fritto misto. Lungo la strada la fragranza irresistibile della piada.

Sensazioni, luoghi e persone fissati così saldamente nella memoria e così familiari che, a ricordarci che l’anno in corso finisce per 9 e non per 4, è solo una firma e gli ultimi passi nel pozzetto di Cautha, dove passiamo il testimone a Luca, a cui apparterrà  d’ora in avanti. Il nostro storico consulente, Michele, è stato di parola e, in poco più di un mese di ormeggio a Marina di Ravenna, ha trovato l’acquirente giusto.

Giusto davvero, perché Luca e la sua compagna sono persone perbene e simpatiche e questo rende più dolce il commiato. La nostra barca, in fondo, è tornata “a casa”, nella cornice che è stata testimone del suo varo e noi, per un attimo, siamo tornati indietro nel tempo.

Quando i ricordi non sono né rimpianti né rimorsi, abbandonarsi alla memoria è una sensazione piacevolmente malinconica e, così, lasciato con un sorriso il passato, sul ponte del traghetto che ci riporta in Sicilia, ci prepariamo  all’emozione (con i dovuti omaggi a Zemeckis) di… un ritorno al futuro.

Lustri

La mia amica Michela dice che, in psicologia, il lustro è un’unità di misura. Non ho bisogno di approfondire perché, per quanto ci riguarda, la “cinquina d’anni” ha sempre avuto un grande, anche se inconsapevole, peso nella nostra vita. Casualmente le scelte importanti sono sempre ruotate intorno al numero cinque, così come ora che, dopo 5 anni di vita in barca, ci apprestiamo a tornare sulla terra. Già! Siamo arrivati al giro di boa e Cautha da un paio di settimane è in vendita. Stanchi dei piccoli spazi, delle scomodità, nostalgia del rassicurante mattone? Macché! Niente di tutto ciò. Come sempre ci accade il cambiamento non è frutto di una fuga da qualcosa ma desiderio d’altro.

Questi cinque anni sono stati pieni di esperienze fantastiche e privi di rimpianti. Tornassi indietro rifarei esattamente la stessa scelta ma, come dice il consorte, “ non siamo marinai”( ed io senza dubbio meno di lui). Quello che la vita in mare ci poteva dare ce l’ha dato, il molto che resta non fa per noi. Non siamo marinai che anelano l’oceano, né viaggiatori che sognano il giro del mondo. Non siamo vagabondi del mare che amano spostarsi di anno in anno, di porto in porto e, pur sforzandoci in ogni modo, non riusciremmo a non mettere radici. Così per avere le risorse di costruire qualcosa sulla terra dobbiamo abbandonare ciò che ci lega all’acqua.

Resteremo qui, perché al mare non possiamo rinunciare, cominciando una nuova avventura, senza dimenticare nulla di ciò che abbiamo imparato. Grati a Cautha per averci accudito e protetto, per averci portato lontano, per averci fatto divertire, per averci insegnato il rispetto per il mare e la stima per gli uomini che lo solcano. Grati per averci aiutato a scoprire ciò che è essenziale e ciò che non lo è, per gli incontri che ci ha procurato e per la terra che ci ha indotto ad amare. Ora aspettiamo insieme a lei qualcuno con più sale nelle vene che la faccia volare sulle onde ma che le voglia bene almeno quanto noi. E quando sarà il momento le augureremo senza rimpianti ma con immutato e sempiterno affetto: buona fortuna e buon vento! 

A B C

Foto tratta da Internet

La vocina incespica sulle sillabe, le ripete lontane ed estranee, finchè, finalmente, con un unico soffio di fiato riesce a metterle una accanto all’altra e, quasi incredula, pronuncia “albero”. A quel punto lo sguardo si sposta dalla pagina e cerca conferma da chi ascolta, conferma della vittoria, della conquista, del sogno raggiunto, della promessa mantenuta. “So leggere!” dicono quegli occhi e chiunque abbia avuto il privilegio di guardarli sa che contengono tanta meraviglia quanta gioia. 

Insegnare a leggere e a scrivere è un viaggio meraviglioso, la cosa che ricordo con più gratitudine e orgoglio dei miei anni d’insegnamento. È come traghettare qualcuno da una sponda all’altra di un fiume, da un mondo fatto di segni senza senso ad un mondo dove quei segni diventano forme, suoni, oggetti, sentimenti e molto altro: tutto ciò a cui si può pensare. Da quel momento in poi nessuno sarà più lo stesso perché avrà le chiavi di un mondo nuovo.

Ecco, qualcosa del genere succede tutte le volte che si ha la possibilità di insegnare qualcosa di davvero diverso a qualcuno che non lo conosce. A noi accade tutte le volte che facciamo su Cautha un “battesimo” della vela perché chi porta una barca per la prima volta varca la soglia di un mondo sconosciuto. Dovrà dimenticare destra e sinistra, avanti e indietro perché è il vento che comanda e gli consentirà soltanto d’ avvicinarsi o di allontanarsi da lui. Dovrà imparare ad ascoltarlo, ad assecondarlo o a sfidarlo, solo quel tanto che gli sarà permesso. Dovrà accordare il ritmo del suo corpo al lento sussulto delle onde, dovrà abituare gli occhi a distinguere linee e colori della costa e le mani a trattare con dolcezza il timone, aspettando l’effetto che i lievi movimenti faranno sullo scafo, dovrà imparare a fidarsi del suo “equipaggio” e ad essere affidabile e dovrà cazzare e lascare cime guidando le vele nel loro sbattere, gonfiarsi, vibrare portando la barca sdraiata e agguerrita o placida e serena sul mare. E quando tutto sarà finito non sarà più lo stesso. Non sarà diventato un velista, certo, ma avrà le chiavi di un mondo nuovo e noi il privilegio di avergliele offerte. 

Alta stagione

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La percezione del tempo è una cosa squisitamente personale. Ci sono periodi spessi e intensi che restano addosso come indumenti bagnati, pregni a volte di gioia, a volte di dolore e periodi che volano leggeri, scivolosi, sfuggenti  e scorrono rapidi come l’acqua di un fiume. 

Seduta nel pozzetto della barca, davanti al monitor del computer, guardo incredula la data che appare nel mio ultimo post. Non può essere passato così tanto tempo…

La mezzanotte è suonata già da un po’. I grilli cercano disperatamente di contrastare la cacofonia assordante che proviene dai bar del porto, che sono tutte luci, via vai di passanti e musica, se così si può chiamare, sparata sempre più forte in una gara di decibel dove ognuno cerca d’averla vinta. La stagione è decisamente nel suo pieno ma io quasi non me ne sono accorta. Distratta da altro, quando ho alzato gli occhi l’ho trovata già qui. La spiaggia e la scogliera piene di ombrelloni sono già diventate  affollati luoghi da evitare, tutti i ragazzi che cercavano un lavoro stagionale l’hanno trovato e lavano piatti, portano caffè, distribuiscono arancini con il sorriso stampigliato sul volto, sull’ autobus che collega Marina con Ragusa, quando le ore si fanno piccole, si ammassano i ragazzini diretti alle discoteche e mentre il porto si  svuota, le lavanderie lavorano alla grande e le macchine automatiche piegano e “incartano” lenzuoli, asciugamani e tovaglioli spandendo intorno un intenso profumo di bucato. È luglio e  a luglio questo succede. Un luglio caldo e soleggiato per la gioia di chi ne gode e  di chi di questo vive. 

Intanto, da uno dei bar del porto si alza un coro di buon compleanno, mentre la musica si zittisce come per miracolo. Adesso è tutto un cri-cri di grilli e un vociare lontano. Nel pozzetto sono rimasta sola, il consorte è già sceso sotto coperta. Alzo gli occhi nell’angolo destro del monitor…sono le due passate…!  

La percezione del tempo è una cosa squisitamente personale…

Questione di sogni

L’altro giorno, per puro caso, mentre ero intenta a faccende che, se la barca fosse una casa si direbbero domestiche, ho sentito, senza vederne le immagini, la pubblicità di un’auto. C’era una voce fuori campo che ricordava ad una persona presumibilmente adulta che delusione sarebbe stata per il suo “io adolescente”  vedere come sarebbe diventato da grande…delusione per tutto, tranne, ovviamente, per l’auto, l’unico sogno, a quanto pare, che il fortunato guidatore era riuscito a raggiungere nella sua vita.

Un pensiero agghiacciante!

Eppure, per vendere un prodotto, gente che di mestiere convince altra gente, dà per scontato che la vita porti ognuno di noi lontano anni luce da ciò che era, da ciò che amava fare, persino da ciò che amava mangiare…e forse è così. Forse è la verità della statistica, dei  grandi numeri, della maggioranza.

Ma per fortuna la realtà, a volte, va in direzione ostinata e contraria (cit. De Andrè) e non tutti dimenticano se stessi nelle pieghe del tempo.

La coppia di sconosciuti che qualche sera fa ballava tra i tavoli di una drogheria non ha dimenticato ciò che era e non l’hanno fatto i commensali, seduti ai tavoli, che tenevano il ritmo al suono di vecchi vinili suonando bicchieri e coperchi e nessuno dei presenti che cantava e si divertiva come faceva da ragazzino.

Festa in valigia a Delicatessen

Non hanno dimenticato se stessi quelli che sanno emozionarsi e ridere e parlare con gli sconosciuti, quelli che amano il loro lavoro, anche se non è quello che pensavano di fare a dieci anni, quelli che cercano sempre qualcosa da imparare anche se sono “arrivati”, quelli che con gli amici di un tempo ci stanno bene come un tempo anche se non si vedono quasi mai. 

Marco e Natalia in visita.

Non hanno dimenticato se stessi quelli che sono rimasti curiosi come bambini, quelli che non si accontentano della prima risposta, quelli che vogliono capire, quelli che fanno progetti soffiando sulla torta di compleanno. E poco importa se le candeline sono venti, sessanta o ottantanove perché, in fondo, è molto semplice. 

Non c’è un’età dei sogni, ma solo sognatori. 

E i sognatori sognano da sempre e non riusciranno a smettere mai,  perché i sogni non hanno fine

e i sognatori non hanno età. 

Metronomi

tic tac 

tic toc tac

toc toc tic

I metronomi, colorati e in fila, oscillano implacabili. Segnano tutti lo stesso tempo, ma sono partiti in momenti diversi sicché, coerenti con se stessi ma dissonanti gli uni dagli altri creano un ritmo che ritmo non è. Carlo Ventura (il papà teorico del nostro approccio alla salute) parla di musica, di cellule, di vibrazioni, di consapevolezza, di società e, naturalmente dell’esperimento coi metronomi .https://youtu.be/UMqDkqisK-Q

Così, mentre questi  continuano imperterriti a tenere ognuno il proprio tempo, io penso che questa confusa e disordinata cacofonia non è ciò per cui sono stati creati.

È questione di un attimo e poi un’ assonanza di pensieri giunge inaspettata.

Mozart, che alla precisione dei metronomi aggiungeva un genio fuori dal comune, ci sembra nato per essere ciò che stato, ma quanto hanno pesato l’autorità e la “tirannia” di suo padre per il talento che ha regalato al mondo? Senza di esse  il giovane Amedeo avrebbe trovato ugualmente la sua strada? E sarebbe stata quella? E se avesse fatto altro, il mondo sarebbe stato privato del suo incanto ma lui sarebbe stato più o meno felice? 

E il dirigente d’azienda che sognava di fare l’allenatore di calcio ha trovato la sua strada o l’ha persa?

E, più semplicemente, noi riconosciamo davvero ciò che sappiamo fare meglio? Ascoltiamo i nostri talenti o li temiamo? Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la strada o dobbiamo incamminarci  in direzioni sempre nuove per trovarla? E quante strade abbiamo? Una, quella con la s maiuscola, o tante?

Beh, forse non sono dilemmi così comuni ma certo sono domande che qualunque educatore si è fatto ed io, anche se ora sono lontana dai banchi, continuo a farmi domande e ancora a non trovare risposte certe.

Ma i metronomi non hanno dubbi sul quale sia il loro scopo.La piattaforma elastica su cui sono posati li ha in qualche misterioso e meraviglioso modo portati ad oscillare ad un ritmo che non avevano prima, così qualcuno ha rallentato, qualcun altro accelerato e adesso “guardano” all’unisono a destra e a sinistra, suonando come uno strumento perfettamente accordato… sviluppando delle armoniche che da soli non avrebbero mai avuto…

tic tac

tic tac

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Sogni

Come di consueto sono i piccoli gesti che introducono grandi eventi. Sicchè è dal divieto di parcheggiare auto e moto all’interno del porto e dalle panchine spostate ai lati della strada che si è annunciata la regata di Laser a Marina di Ragusa. Per i non addetti ai lavori il Laser è una piccola barca a vela, utilizzata dalle regate amatoriali fino alle competizioni olimpiche e a Marina si è svolta la seconda tappa dell’Italia Cup Laser.

Tutte le manifestazioni sportive mi hanno sempre affascinato ma quelle che hanno la natura come scenario e primo avversario ancora di più. In questi giorni di gare il porto è rinato a nuova vita, tutto un brulicare di giovani atleti, un vociare allegro, file infinite di barchini sui carrelli, la strada piacevolmente intasata dai Laser che aspettavano di scendere in mare.

Con l’acqua a mezza gamba lo staff di supporto, tutto africano, brillava d’orgoglio mal celato, mentre aiutava la discesa in acqua e riponeva i carrelli in matematico ordine. 

Dalla piazza sopra il porto scendeva il brusio  dei commenti dei crocchi di passanti, tutti fermi col telefonino in mano a scattare foto da postare agli amici. E poi, dopo il via, lo spettacolo si è spostato in mezzo al mare, calmo e amichevole per l’occasione, regalando agli occhi dei passanti un piccolo turbine di vele bianche. Un’atmosfera davvero di festa!

E in mezzo a tutto ciò, mi si è insinuato un pensiero estraneo, un articolo letto da poco su Internazionale sul cosiddetto “dream gap” il divario che separa le bambine, a partire dai 5 anni, dal loro pieno potenziale. Un po’ come dire, secondo gli studi citati, che ,fin da piccolissima, una bambina pensa di non poter ottenere grandi traguardi nella vita. È una ben triste affermazione ma ciò che ho visto qui  è stato spirito di collaborazione, una mano che aiuta l’altra nello spostare le cose, nell’infilarsi la muta…e poi la grinta e la determinazione prima della partenza e sana e rispettosa competitività che sfuma in amicizia quando è tutto finito. E l’ho visto sui volti dei giovani atleti, tanti ragazzi e, ebbene sì, tante ragazze, uniti nello spirito, nella passione e nelle aspirazioni.

E questa volta, più del solito, mi è sembrato bellissimo.

Volta la carta

Prima di essere una bellissima canzone di De Andrè “Volta la carta” è una filastrocca popolare che accosta verso dopo verso concetti molto distanti, uniti tra loro dalla rima e dal lento adagio…volta la carta.

Anche nella vita a volte accade che cose completamente distanti siano unite da gesti, da suoni o da luoghi.

Per esempio tutti accosterebbero un nastro trasportatore al lavoro o tutt’al più ad una visita guidata in qualche azienda del territorio

e invece,

quando il principale dell’azienda è un appassionato musicista può succedere che tra bancali e macchinari si improvvisi un concerto con tanto di maestro di violino, ristorazione (leggi grigliata) e pubblico di ogni età. È un uomo che “volta la carta” ma non solo.

E ancora, tutti accosterebbero ad una semplice bottega o “putia”, come si chiama da queste parti, una spesa salutare  o la cucina del territorio

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foto di Delicatessen da Instagram

e invece

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Roxi dei Born It in abiti tradizionali malesi

può diventare il palcoscenico di una festa, una “Festa in Valigia” che dalla Sicilia sbarca in Malesia , con tanto di musica e cibo tradizionale

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I Born It in concerto

mentre i muri per l’occasione vengono nobilitati a supporti per un’inedita mostra fotografica. 

È una squadra che “volta la carta” ma non solo.

Quello che unisce queste ed altre situazioni simili è l’entusiasmo, la voglia di fare, di condividere, di coinvolgere, una voglia che ho trovato qui, in questa terra, più che altrove ma che, comunque, per sua natura non ha né patria né età.

Quindi, non importa quanti anni avete né dove siete, perché se volete giocare con me non avete altro da fare che continuare…

C’era una fabbrica col cancello aperto,

volta la carta e si vede un concerto

un concerto in una bottega onesta

volta la carta e si vede una festa

una festa…. 

 

 



Nella vecchia fattoria…

Sorpresa mattutina

Icarìa è nata. Dopo un paio di falsi allarmi, qualche mattina fa, accoccolato sulla paglia abbiamo trovato un fagottino di pelo bianco e nero. Un lieto evento per noi di…famiglia perché, benché il papà Icaro (da cui il nome) non ci sia più,  conosciamo molto bene il papà adottivo per averlo trasportato per 70 km sul sedile posteriore di un’ utilitaria dall’allevamento fino a casa…

Passeggero bizzarro…

Sto parlando di capre, tibetane per l’esattezza, il che però non spiega cosa abbiano a che fare questi simpatici animali  con una barca a vela. È difatti opinione comune che l’amore per il mare fugga da tutto ciò che è terrestre e stabile. E invece, sebbene i contesti siano completamente diversi, il respiro della natura ha lo stesso ritmo in acqua e in terra e  vivere rispettandolo,  in una malga, in una fattoria o in una barca non è poi così diverso. Lo testimoniano diversi amici che da navigatori si sono trasformati con ottimi risultati e grande soddisfazione in gente di terra a tutto tondo. E anche noi, sulla nostra rotta abbiamo incrociato una piccola e folcloristica fattoria di un amico, di cui seguiamo le vicende, l’ultima delle quali è appunto la nuova nascita.

inutile specificare che da buona cittadina non avevo mai visto un capretto di poche ore, nè del resto avevo mai raccolto le uova nel pollaio, nè arance, olive o limoni direttamente dall’albero. Insomma il mio contatto con la terra si limitava al mio piccolo giardino e a qualche vasetto di peperoncino e basilico. Sicchè, a ben vedere, questa scelta di vita rischia di portare a galla più che la mia anima da marinaia, quella da contadina…

Decisamente un aspetto imprevisto, lontano anni luce da qualsiasi pronostico precedente alla partenza di 4 anni fa. Ma se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che, per quanta fantasia si possa mettere nell’immaginare il futuro, la vita ne ha sempre di più. Così, non metto limiti al destino e… se arriverò a mungere latte di capra ne sarete prontamente informati…!

Icarìa con la mamma

 

Numeri

88

primavere disegnate come ricami sulla pelle. Nel silenzio che la contraddistingue la Nonna (che così tutti la chiamano) impasta e tira la sfoglia. La memoria, con gli anni, può scivolare, beffarda, in luoghi sconosciuti ma le mani non dimenticano mai e si muovono guidate da una musica interiore che il tempo non osa spegnere. Ravioli e cavati si accumulano sul tagliere e mi cimento anch’io sotto il suo vigile controllo, cercando di imitarla, mentre dispensa istruzioni con la precisione e l’essenzialità di chi da sempre, sa fare…

30

anni con un filo in mano e il naso all’aria, inseguendo (questa volta è letterale) aquiloni. Di solito in trasferta con la moglie, a Marina è venuto solo e ci racconta un po’ di sé, mentre passa indaffarato da un aquilone all’altro. Non gli abbiamo chiesto il nome ma la “traduzione” di quello del suo gruppo di aquilonisti e prima ancora di averlo svelato, dal suo accento è chiaro che si tratta di dialetto romagnolo.
Si chiamano “Chi Met Di Bacalà” (quei matti del “baccalà”) perchè in dialetto il baccalà è l’aquilone e come il baccalà è un pesce semplice e senza pretese, così senza pretese sembravano ai vecchi del paese quei ragazzetti che correvano dietro a un rombo di carta e di spago…

142

gradini che uniscono la parte antica di Caltagirone alla nuova città. Una scalinata a cui le foto non rendono giustizia, ripida e imponente, da salire lentamente perchè in ogni alzata del gradino c’è una distesa di piccole piastrelle di maiolica da guardare. Tutte diverse, colorate, multietniche nel loro rifarsi allo stile arabo e normanno e spagnolo e barocco…
Fermarsi ad osservarle è un’ottima scusa per riprendere fiato, girarsi e godersi dall’alto il panorama di una Sicilia che profuma ancora d’estate…

1267

chilometri che separano la mia attuale residenza dal luogo in cui sono nata,
che separano le mani che trasformano farina e acqua in tortellini e in cavati,
argilla e fuoco in piastrelle colorate a Faenza e a Caltagirone,
spago e vento in sogni volanti nel cielo di Ragusa e di Ravenna.
1267 chilometri che le mani ignorano perchè le mani hanno memoria ma non hanno distanza.
Le mani non conoscono numeri e non hanno nazionalità.
Le mani creano e assemblano da sempre.
Le mani inventano e riparano dovunque .
E se gli aquiloni ricordano agli uomini, scrivendo sulle colorate ali, che c’è

un solo cielo…in un solo mondo

le mani l’hanno sempre saputo.

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Disturbo?

 

Compleanno di un amico.
Casa di campagna.
Sotto il portico le tovaglie si stendono su tavoli di diversa altezza e fattura e attorno si assiepano le seggiole, le poltroncine, gli sgabelli improvvisati perché il numero degli “amici-conoscenti-persone di passaggio” non è mai certo e men che meno definito. Ma questo non è così ovvio per chi viene dal continente e Michela, fresca fresca da Bologna, con i modi garbati che la contraddistinguono si scusa timidamente:
-Siete sicuri che non disturbiamo?
Due le reazioni: sincero sconcerto e spontanee risate. Perché l’associazione tra il cucinare, mangiare, bere insieme e il disturbo, da queste parti è davvero un’associazione indebita.
Michela e Marco l’hanno capito in un istante e noi abbiamo trascorso in loro compagnia una piacevolissima settimana.

Chi, invece, avrebbe avuto ben diversa risposta al quesito in questione è il maltempo di questi giorni, che è giunto proprio a sproposito all’apertura del primo festival degli aquiloni qui a Marina.

L’aquilone è sicuramente ciò che, sulla terraferma, ricorda di più l’andare a vela.
Tenere tra le mani i suoi fili è come toccare con le dita il vento e le picchiate, le risalite, le virate sono sfide lanciate nel cielo.
Il vento, amico e nemico, è, come in mare, ciò che permette di muoversi e anche ciò che lo impedisce.
Volare diventa un gioco sottile e affascinante tra l’uomo e il vento, fatto di compromessi, di relazioni, di strategie e di sorprese.
E, a sorpresa, fortunatamente, oggi il maltempo si è dissolto sotto i raggi del sole.
Così il cielo ha potuto riempirsi di colori, di movimenti leggeri, di suoni fruscianti per il piacere di tutti: di chi guarda e di chi

“…può salire su
dove tutto è blu
…dello spazio padron
col suo bell’aquilon”
(Colonna sonora di Mary Poppins)

Benvenuto autunno!

Le mete turistiche hanno un loro personale calendario, un avvicendarsi stagionale che nulla ha da spartire con equinozi o solstizi. Se per chi è di passaggio è l’estate astronomica la stagione conviviale per eccellenza con serate che si allungano a sfiorare l’alba, musica e locali aperti ad oltranza, per chi vive a Marina l’estate comincia ad ottobre.

Qui, dopo il consueto pirotecnico “Addio all’estate” di fine settembre si apre una stagione del tutto nuova.
I fortunati turisti che si possono permettere il fuori stagione e i mazzariddari autoctoni si godono la spiaggia libera e pulita e il mare caldo come mai prima.
Le giornate si accorciano ma con pudore e i tramonti hanno tinte di fuoco.
Sul lungomare il passeggio è modesto: c’è tutto il tempo di lasciarsi inebriare dal profumo dei gelsomini e abbagliare dalle fiammate rosse dell’ibisco.
I ristoratori, i commercianti, gli albergatori abbandonano la fretta e ritrovano il tempo delle coccole a chi non più cliente, torna amico.
Il parcheggio è sempre libero, un tavolino di fronte al mare sempre disponibile e all’imbrunire i passeri non devono più competere con gli altoparlanti e riempiono l’aria di canti.
L’epoca del troppo (troppa gente, troppo caldo, troppa confusione…) è finita e le occasioni “mondane” che rifuggono la frenesia si moltiplicano: arrustute in compagnia,

chiacchiere con i vecchi amici tornati in porto per trascorrervi l’inverno, musica dal vivo, canti più o meno intonati e la raccolta delle olive pronte per essere preparate per l’inverno…
Così, mentre, pur con tutta la calma dovuta alla latitudine, la natura si appresta a prender fiato e a riposare, gli uomini festeggiano il tempo ritrovato nel migliore dei modi: insieme.

Addio estate…benvenuto autunno! 

     

 

Andata e ritorno

Le anime nomadi non conoscono ritorni. Le loro sono eterne partenze, continuo divenire, viaggio e scoperta.
È l’eccitazione del primo passo che le guida, il bisogno di andare… dietro la curva, al di là della collina, oltre il capo…
E se capita di ripassare in qualche luogo   (che  la terra è pur sempre tonda) rivedere volti amici è un piacere che ha una data di scadenza.
Altrove, volti sconosciuti attendono d’avere un nome e il loro mondo ancora ignoto ha il brivido dell’imprevisto e il fuoco dell’avventura e nulla può esserne all’altezza.

Le anime stanziali non conoscono partenze. I loro sono solo allontanamenti, brevi parentesi, un battito di ciglia su qualcosa d’altro.
È la nostalgia che le guida, il piacevole languore di staccarsi un breve istante per godere ancor di più di ciò che appartiene loro da sempre.
E il ritorno è di gran lunga il momento più bello.
La serenità del mondo a cui appartengono e che hanno contribuito a costruire, colmo di memorie calde e rassicuranti non teme rivali.

Io non sono né l’una né l’altra o, forse, un po’ dell’una e un po’ dell’altra e amo l’eccitazione delle partenze quanto il conforto del ritorno.
Le cime che legano la mia “casa” e che mi rendono libera di spostare la mia vita sciogliendo un nodo mi tengono anche stretta, come radici idroponiche, alla terra che ha volti amici e profumi, colori, luoghi conosciuti.
Così, dopo solo (direbbe un’anima nomade) poco più di mille interminabili (direbbe un’anima stanziale) miglia, la familiare sagoma del faro di Punta Secca all’orizzonte mi accoglie a braccia aperte come un amico fedele.

Siamo tornati a casa .

Arance

IMG_4549Quando insegnavo circolava tra noi docenti un aneddoto, uno dei tanti, che riguardava i bambini di città. Si trattava di un piccolino che, interrogato sulla fonte da cui proveniva il latte, aveva risposto senza indugio:
-Dalla Coop.
Nessun sospetto sfiorava la creatura, che aveva visto l’alimento sempre e solo in un cartone colorato e certo niente legava la bianca bevanda mattutina con un animale ingombrante e straniero come la mucca.
Tra noi si sorrideva della cosa, (anche se con una certa preoccupazione) ma soprattutto ci si chiedeva come fosse possibile una simile mancanza.
Eppure, quattro anni fa, io, al pari del ragazzino in questione, se avessi dovuto rispondere solo per esperienza diretta, avrei dovuto dire che le arance crescevano nelle cassette del fruttivendolo. La prima volta che ho visto un’ arancia su un arancio, infatti, è stato a Trapani, al mio primo anno mediterraneo. Da buona emiliana ero abituata a vedere sugli alberi solo mele e ciliegie e, anche se può suonare ridicolo, quella prima volta fu una vera emozione.
L’arancio è un albero amichevole, aggraziato, paffuto. Come gli agrumi in genere, non mette soggezione, non incombe, è un albero pacifico, familiare. Il verde delle sue foglie è intenso e profondo, il profumo delle zagare inebriante e sensuale ed i suoi frutti rotondi sembrano decorazioni di natale, vivide tra i rami. È bello da solo, anche in un cortile abbandonato, figurarsi quando gli aranci sono centinaia. Di recente siamo andati proprio in un aranceto, lasciato in ostaggio alle erbacce dai proprietari, che purtroppo non se ne possono occupare più. Accompagnati da un amico abbiamo avuto il permesso di entrare e di raccogliere…

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Così, dopo il cancello, si è aperto una sorta di Eden.
Gli alberi erano così carichi che già parecchi frutti erano caduti a terra e per riempire una borsa è bastato ruotare la punta dei piedi ed allungare la mano, senza neppure spostarsi da un albero all’altro.
Tutt’intorno profumo e silenzio e il succo dolcissimo delle arance, mangiate al momento.
Difficile non sentirsi appagati. Difficile non restare ammirati. Difficile (e deplorevole) non essere grati.

La natura non fa nulla invano.(Aristotele)

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Il raccolto

Passione

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Silvia, Daniela, Emilio e Orlando a Ognina

Siamo esseri d’acqua
e come acqua abbiamo la forza paziente e lenta del fiume che scava il suo letto, della pioggia che scolpisce la roccia, della sorgente che trova la via tra le zolle.
Siamo esseri d’acqua
e come acqua abbiamo la forza dirompente ed esplosiva dei frangenti gonfiati dal vento, del fiume che cade in un fragore assordante dall’alto, della corrente che, controllata e imbrigliata muove le pale del mulino.
Alcuni di noi custodiscono dentro di loro la pazienza e la perseveranza del fiume.
Altri l’impeto e la potenza del mare.
Certuni l’uno e l’altro.
Molti non sanno ancora cosa, e qualcuno non lo scoprirà mai.
Ma talvolta si incontra chi ha scelto la propria strada, lasciando scorrere la forza che gli appartiene.
E se questa ha il fragore di una cascata, non sarà certo in silenzio che si manifesterà .
Potrà essere il suono di una nota che esce dall’anima e vibra nell’aria

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Roxy dei “Born It” fotografata da Daniela.

o il rombo di un motore che vola in cielo

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Internazionali di cross a Noto.

o molto altro ancora

ma sempre una passione che esce libera e potente esploderà tutt’intorno con la generosità di un inaspettato dono.

Fascino incolto

Visi senza rughe, fianchi senza peso, sguardi senza dubbi, cieli senza nuvole, luoghi senza malinconia. A sfogliare  il mondo da uno schermo  sembrerebbe di vivere in un luna-park perenne, persino faticoso col suo imperativo categorico che non ammette ombre: foto patinate e sorrisi smaglianti. Ovvio che la realtà è ben altro (e ben di più… )  ma l’idea che la perfezione, o meglio, l’assenza di difetti sia l’unico passaporto per piacere, mi pare idea comune. Ed è proprio a questo che penso, ancora costretta a terra dai lunghi tempi di manutenzione di Cautha.
E ci penso perché il luogo che gentilmente ci ospita trabocca di difetti, sbavature e imperfezioni.
Meravigliose imperfezioni!
Il limone che con i suoi rami sfiora le vetrate della veranda ha foglie dai margini imprecisi ma accoglie stuoli di colorati cardellini al tramonto;  ha frutti più o meno ovali, più o meno gialli, più o meno maturi ma profumano in modo inebriante e hanno un succo delizioso, dolce ed aspro allo stesso tempo.  Accanto a lui un prato incolto è perfettamente infestato di trifoglio. Sarà anche erbaccia ma ha un fascino raro. Con gli steli alti fino al polpaccio diventa un tappeto giallo ai primi raggi del sole. Invade con un miracoloso equilibrio di colori e sfumature la terra su cui cresce. Si mescola con borragine, radicchio, menta, erba burro, come la chiamano qui, senza ordine, in un affascinante e spontaneo equilibrio.
E tutt’intorno i sassi irregolari dei muretti a secco, la linea curva della costa, i colori imprecisi e mutevoli del mare, il confine confuso e sfumato tra cielo e mare.
Non c’è nulla di perfetto.
Per fortuna!
Quando ero bambina,  nel gioco che si faceva: se fossi…cosa vorresti essere?, alla voce “piante e fiori” scrivevo sempre, senza alcun dubbio “rosa” ma dovessi farlo ora, sceglierei un giallo, imperfetto, infestante, spontaneo e… affascinante prato di trifoglio.

 

 

 

Epidemia musicale

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Come in tutte le epidemie l’inizio è stato un incolpevole ed innocuo dettaglio. Nello specifico il mio ricorrente e finora inutile tentativo d’imparare a suonare la chitarra. Un’idea un po’ bizzarra forse, ma certo non pericolosa se non per le orecchie degli ignari che hanno dovuto sopportare le mie prime lamentose note.
Purtroppo, però, anche l’idea più innocente può avere conseguenze inattese così, ispirato dal mio tentativo, Francesco, in arte Ciccio, ha ben pensato di lanciare una sfida alla primogenita creatura.
Ora,  se c’è una cosa alla quale Silvia non resiste sono le scommesse.
Incurante del fatto che tra le sue mille virtù la perseveranza non è ai primi posti, ha accettato di dimostrare, a distanza di un anno, di saper suonare la chitarra in una band amatoriale scelta dallo sfidante.
Mosso a compassione, per evitare all’incauta figliola il pagamento di una costosa cena di pesce (prezzo dell’eventuale sconfitta) il consorte è intervenuto ed hanno avuto inizio le lezioni per Silvia.
E proprio qui la trama si complica.
L’aula musicale è a cielo aperto, nel campeggio di Marina  e, forse per questo, forse per qualche bizzarro scherzo del destino, ogni volta che il consorte si accinge al prestigioso incarico d’insegnante qualcuno si avvicina alla coppia musicale.
Si potrebbe credere siano amanti della musica, principianti che si riconoscono negli esercizi e nelle difficoltà, semplici curiosi…e invece…
Insegnanti di professione, virtuosi  per passione, musicisti professionisti!
In breve la chitarra passa di mano e si resta tutti in adorante ammirazione. Così anche con Kevin, l’ultimo “calamitato” chitarrista inglese. Professionista da una vita, ha suonato, tra gli altri, con De Andrè, con il Mistero delle Voci Bulgare e ha girato il mondo con la sua musica.
In vacanza con la moglie, è modesto e alla mano come solo chi davvero sa riesce ad essere. Ci invita a pranzo, suona con noi, si unisce alle serate musicali del venerdì sera, ci regala il suo cd.


Sentirlo suonare induce a desiderare il rogo per il proprio indegno strumento ma suonare con lui è un onore e un piacere e non posso che augurarmi che la musica continui a chiamare musica, che questa inattesa calamita continui a farci conoscere persone straordinarie e che  questo benefico contagio continui a diffondersi.

Il bello della musica è che quando ti colpisce non senti dolore

(Bob Marley)

Terrestri?!?

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Cautha sul travel lift

Ed ecco, l’anno è appena iniziato e noi siamo a terra. Non in senso figurato (per fortuna) ma squisitamente letterale.
Cautha ha lasciato il suo specchio acqueo ed è in cantiere in attesa della solita manutenzione ordinaria. Si fa per dire, perché, come sa chiunque si occupi di manutenzione di mezzi meccanici, ordinaria e solita non è mai. C’é sempre qualche imprevisto dietro l’angolo, qualche lavoretto che…già che ci siamo…
Così abbiamo fatto le valigie da bravi turisti e ci siamo trasferiti sulla terraferma, tra pareti solide e immobili.
Ora, ogni volta che trascorro un po’ di tempo a “secco” mi sento come se fossi messa alla prova e resto in vigile attesa: vedi mai che dal profondo salga un po’ di languore malinconico, un certo accenno di nostalgia del mattone…
Credo sia un dubbio lecito.
In fondo, in questi anni, abbiamo conosciuto tantissimi equipaggi barcaioli, ma coloro che hanno abbandonato definitivamente l’”immobile” per il “mobile” non sono stati tanti.
Così mi guardo intorno e soppeso pregi e difetti della mia cornice attuale.
Apprezzo la noncuranza con cui reagisco al vento forte,  ai temporali e alle allerte meteo (che tanto i muri mica si muovono).
Mi godo il cinguettio degli uccelli sugli alberi e il profumo dei limoni e della terra.
Mi diletto a strappare erbacce con gesti di non così antica memoria.
Sto bene, sono a mio agio.
Ma nonostante tutto, la nostalgia non sale. Ancora no.
L’idea che il luogo dove vivo, la mia casa, possa spostarsi, anche di poco, anche per poco, anche no, se non mi va, ma che possa…é ancora un privilegio che mi appaga.
Verrà il giorno in cui i muri avranno la loro rivincita ma per adesso, seduta nella spettacolare terrazza della mia provvisoria dimora, guardo la terra delimitata dal mare e il mare correre e svanire all’orizzonte e penso che per questa volta, ha vinto ancora lui.

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La costa da Marina di Ragusa a Punta Secca

Feste

Questi capodanni a scadenza fissa (…) Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che cominci una novella istoria (…) É un torto in genere delle date.
(Gramsci)

D’accordo. Non costa un grosso sforzo pensare che tra ieri e oggi nulla finisce e nulla comincia sul serio. Tanto per fare un esempio: non ricomincia la scuola che aspetta l’ Epifania, né il lavoro che attende domani.
Se poi escludiamo gli “eventi sociali” ed entriamo nella sfera personale, i momenti importanti quelli che nella vita chiudono un capitolo e ne aprono un altro: un figlio, un viaggio, un trasloco, un lavoro, un incontro…beh, raramente coincidono col 31 dicembre.
E tutto ciò senza contare che in buona parte del mondo il calendario segue scadenze a noi ignote. Non è capodanno in Cina, né in Vietnam; non lo è in Tibet, in Iran, in Thailandia…e la lista è di gran lunga più nutrita.
Sicché, nessun rammarico per chi non ha trascorso un S. Silvestro spumeggiante come pubblicità comanda e buon per chi ha sfruttato un’occasione per stare tra amici e far festa.
In quanto a me, amo le occasioni conviviali in qualunque mese dell’anno cadano e, anche se oggi è come ieri, ogni scusa è buona per auguri sinceri perciò, con buona pace di tutto ciò che ho detto…

Grazie di cuore a voi tutti e

Buon Anno!

C.M.Schulz Cit.da Peanuts

Cercatori

Abbeveratoio ibleo

Beatamente adagiata tra le braccia di Morfeo, solitamente non mi rammarico di ciò che mi perdo tra le sette e le nove del mattino, ma quando mi capita di dare uno sguardo al mondo che c’è a quell’ora, non posso che apprezzarne la bellezza.
Il mare ha un fascino diverso in ogni istante del giorno e la luce antimeridiana è particolarmente vivida e pulita. Me la godo dall’alto, dalla piazza che guarda il porto e le barche, immobili sull’acqua liscia come l’olio.
Siamo in attesa di Gianfranco e di Corrado e il motivo dell’alzataccia è che stiamo per andare a funghi. Passatempo squisitamente appenninico…finora. Ma se c’è una cosa che questa terra ci ha insegnato è che qua non manca nulla. Spiagge, scogliere, vigne, vulcani, monti, torrenti, campagna e città, colline, boschi, prati e… funghi.

foto da discoversicilia

C’è tutto, o almeno dovrebbe esserci; già, perché i funghi non basta ci siano bisogna anche trovarli. Accompagnati dall’instancabile Jago, che mi ha preso in simpatia, ci inoltriamo tra gli altopiani dei monti Iblei, cercando attorno alle ferle, cespugli dai pennacchi morbidi che si contendono i prati con le mucche al pascolo.

Jago compagno di viaggio

Protetti dai loro rami e mimetizzati dal trifoglio spuntano i ricercati del giorno: i funghi della ferla, appunto. Mimetizzati in verità fin troppo bene perché, nonostante con i bastoni spostiamo, diligenti, ogni foglia per scorgerne traccia, il lungo cammino è infruttuoso.
Ma forse è colpa del paesaggio che distrae troppo spesso lo sguardo dal terreno. In questo autunno che ha tutti i colori della primavera le colline sono una tavolozza di toni di verde, i pascoli si succedono alle vigne, le vigne alle macchie di carrubi; i muretti a secco disegnano i fianchi delle colline e, qua e là spuntano vecchie masserie di pietra, talvolta rimesse a nuovo,  e talvolta morsicchiate dal tempo. Sembra un presepe a cui mancano solo fiocchi di bambagia per fingere una neve che non c’è.
Sono sincera quando dico che già solo questo sarebbe bastato come bottino ma Gianfranco non vuole farci tornare a mani vuote e parte del raccolto di un più fortunato cercatore finisce nel nostro cesto. Così, con la vista appagata non ci resta che appagare il gusto e vi assicuro che il risultato è all’altezza del paesaggio.