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Sogni

Come di consueto sono i piccoli gesti che introducono grandi eventi. Sicchè è dal divieto di parcheggiare auto e moto all’interno del porto e dalle panchine spostate ai lati della strada che si è annunciata la regata di Laser a Marina di Ragusa. Per i non addetti ai lavori il Laser è una piccola barca a vela, utilizzata dalle regate amatoriali fino alle competizioni olimpiche e a Marina si è svolta la seconda tappa dell’Italia Cup Laser.

Tutte le manifestazioni sportive mi hanno sempre affascinato ma quelle che hanno la natura come scenario e primo avversario ancora di più. In questi giorni di gare il porto è rinato a nuova vita, tutto un brulicare di giovani atleti, un vociare allegro, file infinite di barchini sui carrelli, la strada piacevolmente intasata dai Laser che aspettavano di scendere in mare.

Con l’acqua a mezza gamba lo staff di supporto, tutto africano, brillava d’orgoglio mal celato, mentre aiutava la discesa in acqua e riponeva i carrelli in matematico ordine. 

Dalla piazza sopra il porto scendeva il brusio  dei commenti dei crocchi di passanti, tutti fermi col telefonino in mano a scattare foto da postare agli amici. E poi, dopo il via, lo spettacolo si è spostato in mezzo al mare, calmo e amichevole per l’occasione, regalando agli occhi dei passanti un piccolo turbine di vele bianche. Un’atmosfera davvero di festa!

E in mezzo a tutto ciò, mi si è insinuato un pensiero estraneo, un articolo letto da poco su Internazionale sul cosiddetto “dream gap” il divario che separa le bambine, a partire dai 5 anni, dal loro pieno potenziale. Un po’ come dire, secondo gli studi citati, che ,fin da piccolissima, una bambina pensa di non poter ottenere grandi traguardi nella vita. È una ben triste affermazione ma ciò che ho visto qui  è stato spirito di collaborazione, una mano che aiuta l’altra nello spostare le cose, nell’infilarsi la muta…e poi la grinta e la determinazione prima della partenza e sana e rispettosa competitività che sfuma in amicizia quando è tutto finito. E l’ho visto sui volti dei giovani atleti, tanti ragazzi e, ebbene sì, tante ragazze, uniti nello spirito, nella passione e nelle aspirazioni.

E questa volta, più del solito, mi è sembrato bellissimo.

I colori del mare

 

Il mare, sempre blu nei disegni dei bambini, è invece un costante mutare di colori, di umori e mai simile a se stesso.
C’è il mare allegro che conosciamo tutti, quello delle cartoline, delle ferie spensierate, attese e rimpiante;
c’è il mare schiumante adrenalina delle competizioni: l’uomo contro l’uomo e l’uomo contro la natura, sfida e avventura;
c’è il mare  autorevole, scuro e profondo che chiede umiltà a chi l’attraversa e quello romantico, tinto del rosso del  tramonto.
E  poi, sconosciuto ai più, c’è anche il mare del lavoro, della fatica, delle reti troppo leggere, delle notti troppo fredde e il mare del buio e della paura che non riesco e non posso immaginare.
Una paura che resta negli occhi, annidata, arrotolata tra i ricordi come un’infida serpe. E non bastano un lavoro e lo scorrere sereno del tempo per dimenticare e vincere. C’è bisogno d’altro.
C’è bisogno di tempo, di forza e di coraggio e c’è bisogno di persone, di persone sincere, di persone vere, di rispetto e di affetto.
Se si trovano, se si ha la fortuna d’incontrarli, allora può darsi che il vento sia uno zefiro delicato, le onde un lieve ondulare e il cielo un benefico calore; allora può darsi che i sorrisi si allarghino, i ricordi svaporino un poco e il mare risplenda dei colori dell’amicizia.

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Ciccio, Silvia, Sulay, Andrea e Luca

Andata e ritorno

Le anime nomadi non conoscono ritorni. Le loro sono eterne partenze, continuo divenire, viaggio e scoperta.
È l’eccitazione del primo passo che le guida, il bisogno di andare… dietro la curva, al di là della collina, oltre il capo…
E se capita di ripassare in qualche luogo   (che  la terra è pur sempre tonda) rivedere volti amici è un piacere che ha una data di scadenza.
Altrove, volti sconosciuti attendono d’avere un nome e il loro mondo ancora ignoto ha il brivido dell’imprevisto e il fuoco dell’avventura e nulla può esserne all’altezza.

Le anime stanziali non conoscono partenze. I loro sono solo allontanamenti, brevi parentesi, un battito di ciglia su qualcosa d’altro.
È la nostalgia che le guida, il piacevole languore di staccarsi un breve istante per godere ancor di più di ciò che appartiene loro da sempre.
E il ritorno è di gran lunga il momento più bello.
La serenità del mondo a cui appartengono e che hanno contribuito a costruire, colmo di memorie calde e rassicuranti non teme rivali.

Io non sono né l’una né l’altra o, forse, un po’ dell’una e un po’ dell’altra e amo l’eccitazione delle partenze quanto il conforto del ritorno.
Le cime che legano la mia “casa” e che mi rendono libera di spostare la mia vita sciogliendo un nodo mi tengono anche stretta, come radici idroponiche, alla terra che ha volti amici e profumi, colori, luoghi conosciuti.
Così, dopo solo (direbbe un’anima nomade) poco più di mille interminabili (direbbe un’anima stanziale) miglia, la familiare sagoma del faro di Punta Secca all’orizzonte mi accoglie a braccia aperte come un amico fedele.

Siamo tornati a casa .

I doveri dell’estate.

immagine tratta da internet

Pomeriggio inoltrato. L’ora degli arrivi. Una delle tante barche s’avvicina. Un lui e una lei a bordo.
Anche ad un occhio distratto l’atmosfera a bordo non sembra delle migliori. C’è nell’aria una cappa di tensione che traspare da ogni movimento, da ogni esclamazione.
Lei armeggia coi parabordi, lui timona nervoso. Non sono il ritratto della felicità. E anche a motore spento e, come dire, a giochi finiti, seduti nel pozzetto sembrano due estranei, vagamente annoiati.
Ma ecco, il miracolo! Appare lui, l’incontrastato re dell’estate: lo smartphone, e tutto cambia.
Gli sguardi si fanno vigili, si guardano intorno alla ricerca dell’inquadratura migliore…che si veda il tramonto…mi raccomando. I volti si animano, spuntano sorrisi che chissà dov’erano sepolti fino a un attimo prima. I due si avvicinano, si abbracciano, sembrano sposini novelli in luna di miele. E l’epilogo è inevitabile: un selfie con tutti gli attributi.
Corretto giusto un po’ per rendere il blu più blu e accompagnato dalla didascalia di rito caratterizzata da almeno tre punti esclamativi, sarà presto pronto per essere postato. Testimonianza doverosa per amici, parenti, colleghi di quanto sono fortunati, di quanto si stanno divertendo. Peccato che, repentino come un fulmine, tutto torni in un attimo come prima.
Indecisa tra l’essere divertita o profondamente sconsolata, mi sento di dispensare un consiglio. Se siete non dove vorreste essere, se state lavorando, se soffrite il caldo lontano da luoghi di villeggiatura e rosicate davanti a istantanee blu a trentadue denti, beh, lasciate un po’ di spazio nella vostra mente al beneficio del dubbio.

Notte in rada

L’immagine che appare all’orizzonte è più simile ad uno spettro che non a un’ isola, sfuocata com’è dalla foschia. La barca ha ammainato le vele e procede accompagnata dal brusio del motore. Manca meno d’un miglio e neppure nelle lenti del binocolo appare qualcos’altro che non sia indistinto grigio. Ma, man a mano che il tempo scorre, i contorni cominciano a delinearsi. Lo sguardo segue le linee della costa, gli alberi delle barche si stagliano sullo sfondo: la rada è più affollata di quel che speravamo.

Ci avviciniamo cercando di mantenere le dovute distanze.
Dalla prua il fondo marino appare chiaro, attraverso un’acqua cristallina: rocce, praterie di alghe e macchie di sabbia bianca. Lì e non altrove si deve calare l’ancora, nella sabbia, lontano dalle rocce, lontano dagli intrichi d’alghe, lontano dalle altre ancore già dormienti sul fondo. Il rumore della catena che cade non ha niente di musicale, è sgraziato e spigoloso ma centra l’obiettivo.
Per un attimo.
Poi, un colpo di vento contrario trascina tutti con sé.
La barca è ferma ma tocca andare a controllare. Un compito nient’affatto ingrato perché l’acqua è perfetta e attraverso il vetro della maschera m’incanto a seguire i pesci che mettono in scena il loro lento show tra le rocce.

Dalle altre imbarcazioni altri tuffi di verifica.
Se il vento cala, come spesso accade al calar del sole, se non ci saranno raffiche dispettose, se nessuno dei vicini subirà la vendetta del proprio ancoraggio fatto, forse, con superficiale noncuranza, sarà una notte tranquilla.
Intanto cala il buio. Sulla costa le luci del paesino, in rada le luci di fonda impigliate sugli alberi maestri, in cielo le stelle vivide e brillanti finché la luna che sorge non le fa impallidire fino a scomparire. Il silenzio è rotto solo dallo sciabordio dell’acqua. È ora di dormire ma con un occhio solo e l’orecchio teso a percepire l’umore del vento, l’allarme che monitora i movimenti dell’ancora…

Il dormiveglia è di casa anche in paradiso.

 

In fila per tre

Entrata nel canale di Lefkada

Beh, non proprio in fila per tre…e nessun direttore…e nessuno che batte le mani…perchè Bennato, è ovvio, pensava a ben altro, ma quando suona la sirena, le barche che giravano come squali in tondo su se stesse, si mettono in ordinata fila indiana e procedono lentamente nel canale. Siamo a Lefkada, la porta delle mitiche isole ioniche, meta prediletta del turismo nautico.
Lefkada è un’ isola, ma un po’ per finta, separata com’è dalla terraferma solo da un ponte, quello appunto che si apre obbediente per lasciar passare le imbarcazioni.
L’avvicinamento ha del fantascientifico perché fino all’ultimo istante la prospettiva inganna e, a dispetto delle carte nautiche, sembra di essere diretti ad un insano spiaggiamento.

Poi, però, si scorge il canale con le boe rosse e verdi a delimitare la rotta.  All’interno una specie di mare chiuso, accanto al quale sonnecchia placida una laguna, straboccante gabbiani e altri volatili dal nome sconosciuto.

Quando il canale finisce, cominciano miglia di mare blu con isole e isolette, baie ampie o strette come fiordi, colline dalla lussureggiante vegetazione che rendono l’acqua color delle foglie.

La relativa calma di queste acque, circoscritte dalla terra, richiama, per sua natura, una quantità di imbarcazioni che ha dell’incredibile e le rade più gettonate sono piene come i parcheggi degli ipermercati. Così non stupiscono gli incontri: barche che hanno svernato in Sicilia e ora sostano qui ma, molto più inaspettato, anche un salto nel passato.  Nostri vicini di…pontile nell’epoca “pre Cautha” a Marina di Ravenna, Vittorio e Graziella sono qui con la loro Danae da diversi anni e col loro accento familiare ci ricordano la Romagna e siglano una nuova entrata nel registro degli ospiti. 

Lo giuro

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Le vocine che escono dalle finestre del piccolo edificio hanno il timbro squillante di chi avrà al massimo dieci anni.

– …bambini come me

In controcanto una voce più profonda.

– ed avere ancora fiducia…
– ed avere ancora fiducia
– nel mare…
– nel mare
– nella natura e nella vita…
– nella natura e nella vita

Poi come un allegro petardo, il coro:

– Lo giuro!

Il porto è quello del Club Velico Crotone, tranquillo e accogliente e l’ edificio quello della scuola di vela che ha qui la sua sede.
Ogni mattina uno stuolo di bambini invade i pontili per la consueta lezione. Alcuni sono piccolissimi e seduti nelle barchette, la barra tra le mani, in fila dietro al gommone, formano una tenera compagnia, come tanti anatroccoli a seguito della mamma. Sono concentrati, disciplinati e si divertono.

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Basterebbe già questo, oltre alla mia personale convinzione che lo sport della vela sia una gran scuola di vita, per rallegrarsi dell’esistenza di iniziative come questa. Ma lo spezzone del giuramento, origliato per caso dalle finestre aperte, mi induce a cercarne il testo completo. Non devo faticare molto. Lo trovo, o meglio, ne trovo l’autore, seduto sul pontile, intento ad insegnare ad un paio di bimbetti qualche basilare nozione di pesca. Il testo mancante è, come immaginavo, all’altezza del finale e questo mi esonera dall’aggiungere altro se non trascriverlo, condividerlo e ringraziare questi ragazzi e tutti coloro che lavorano con passione e speranza per un futuro migliore.

Il Giuramento del Piccolo uomo di mare img_6079

Io
piccolo uomo di mare
iniziato alle onde, al vento e alle correnti
nel golfo di Crotone
giuro 
di impegnarmi a conoscere
il mare
per rispettarlo
e per amarlo.
Io
piccolo uomo di mare
dal centro del Mediterraneo
giuro
di navigare, veleggiare, nuotare, immergermi
nelle acque di casa
o nei quattro Oceani
e di giocare su ogni spiaggia
ma sempre da ospite,
lasciando infine ogni cosa al suo posto.
Io
consapevole,
in quanto cucciolo di uomo
bianco, nero, giallo o rosso,
di essere,
con delfini, orche e balene,
l’animale più intelligente del pianeta
giuro
di essere d’esempio
per mamma, papà e tutti gli adulti
e mi impegno
a ispirarli
senza parole
a tornare bambini come me
e ad avere ancora fiducia
nel mare,
nella natura
e nella vita.

(Gianluca Cortese)

 

I colori della vita

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Non fatelo. Non sforzatevi di indovinare dov’è Cautha tra le barche placidamente adagiate nella baia. Non c’è.
Siamo in versione turisti terrestri, in visita a Taormina, che ricordavamo splendida.
A onor del vero e in accordo con chi mi aveva “avvisato”, il fascino del luogo è inversamente proporzionale al numero di persone che lo popolano. L’orda di barbari travestita da turisti che invade le stradine, il vociare che copre ogni altro suono e lo shopping compulsivo per la via principale rendono tutto molto, molto meno affascinante.
Si salvano i giardini, sempre meravigliosi e un po’ defilati, tanto da essere una piccola oasi di pace.

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Da lì, come fosse un plastico, vediamo i binari e il trenino che collega Giardini Naxos con Riposto. Già, perché, a causa di un contrattempo, ci tocca star fermi per un po’ al porto. Un porto dal quale basta alzare appena gli occhi  per vedere la cima dell’Etna tra le nuvole. Collocato in una posizione strategica, davanti ad un paesino non particolarmente significativo se non per il mercato del pesce e gli ambulanti che vendono a prezzi stracciati frutta e verdura,  ci ospita per una sosta un po’ più lunga del previsto.
Ebbene, quando le cose non vanno esattamente come mi aspettavo c’è un nitido ricordo che mi viene sempre in mente ed è quello di una simpatica ragazza conosciuta in Grecia. Coinvolta in uno dei tanti probabili imprevisti che accompagnano la vita del velista, con un meraviglioso accento toscano (che chissà che pagherei per renderlo con la scrittura), allargando le braccia, in segno di resa, mi donava questa chicca di filosofia spicciola:

Chi non fa nulla…non gli succede nulla… e poi, con uno splendido e sincero sorriso

Sono i colori della vita.

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Trasferte

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Capo Passero

È una giornata scorbutica, volubile, dai repentini cambi d’umore.
Piove per un attimo, soltanto poche gocce, esce il sole, si alza vento all’improvviso e all’improvviso cala, lo strumento che ne indica la direzione gira come una lancetta dell’orologio: sud, sud-est, nord, sud-ovest.
Davanti a noi, da parecchie miglia ormai, c’è la sagoma dell’Etna con il suo profilo morbido e bonario. Ma il pennacchio di fumo che sale dritto, svelto a mimetizzarsi tra le nuvole, ne rivela il vero carattere.

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Il cielo è uniformemente coperto da nuvole alte, grigie e azzurre.
Catania è nascosta dalla foschia, le coste calabre non si vedono, il mare è liscio come l’olio, neppure una cresta bianca di spuma all’orizzonte.
Ebbene sì, siamo in “trasferta”. Abbiamo mollato gli ormeggi ieri mattina lasciando il porto coi pontili quasi vuoti perché i residenti invernali se ne sono già andati ormai da tempo.
Ieri sera, prima tappa a Marzamemi. Sempre bella da terra e dal mare. La piazza, deserta d’inverno, ora è punteggiata di ombrelloni e tavolini colorati ma mantiene inalterato il suo fascino.
L’abbiamo lasciata questa mattina presto…
Intanto il vento è calato di nuovo, il motore sputa acqua a ritmo rompendo la superficie del mare. Davanti a noi un profilo abbozzato di rilievi nella foschia e, molto più vicini, un branco di allegri delfini che ci “taglia la strada”.
Tra qualche ora e quindici miglia saremo arrivati. Ci attende Riposto, il “Porto dell’Etna”.

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Equinozio d’autunno

Tic-tic-tic
Le gocce cadono ritmicamente sulla tuga e conciliano il sonno.
Non che ne abbia bisogno. Alzarmi al mattino per me è già sufficientemente difficile senza questa leggera pioggerella che invita a raggomitolarsi sotto le coperte.

Poi
Perché dev’esserci sempre un poi?!

Un battito di ciglia, non di più, solo il tempo d’un battito di ciglia e il gocciolio diventa uno scroscio, una furia d’acqua impetuosa.
Il consorte mi chiama dal pozzetto gridando per sovrastare il ruggito del vento e dell’acqua.
Mi infilo una camicia alla meno peggio e corro ad aiutare.
Chiudiamo il bimini (tendalino antisole per i non addetti), copriamo i timoni, strappiamo al vento una scarpa mentre l’altra ci sfugge e vola in acqua, le bici rovinano a terra sul pontile.
La leggera pioggerella è diventata un groppo inferocito che s’accanisce sulle barche e sulle cose.
Il cielo è nero pece, una vela di una barca poco lontana si è srotolata e si dimena impotente sotto le raffiche.

Bagnati fradici rientriamo sotto coperta.
Pavimento d’asciugare poi caffè.
WhatsApp tintinna… è la foto di una tromba marina al largo di Punta Secca…

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Edddai!!! Va bene! Basta!

Anche se non metterò il costume in naftalina per questo, ho capito, lo so…l’autunno è cominciato tre giorni fa!

20 anni

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Porto di Ios, Cicladi

Oggi su Twitter.

“Finchè io vivo voglio avere vent’anni per tre o quattro ore al giorno”.
Antonio Fogazzaro.

Difficile non essere d’accordo, soprattutto per gli over 50.
Ma, almeno per quanto mi riguarda, il motivo, forse, non è così scontato.
Non penso tanto ai capelli senza tracce di bianco né alla rughe allora sconosciute. Piuttosto a quando mio padre mi disse: “La mamma è in ospedale” e io risposi senza il minimo indugio: “A trovare chi?” (e, tra l’altro…avevo visto giusto…);
penso a come mi sembrava normale e divertente (!) essere in bicicletta, in mezzo al fango, sotto l’acqua battente, aggrappata coi denti (letteralmente) ad un ramo sporgente;
penso a quando in moto, in tenda, all’estero, a qualche migliaio di chilometri da casa non mi capacitavo di dover trovare un telefono per dare notizie…ero in vacanza, cosa poteva mai succedere??

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La Chora, isola di Ios

Se è vero, come qualcuno ha detto, che la preoccupazione è un uso improprio della fantasia, a vent’anni la fantasia la usavo alla perfezione.
Avessi avuto una barca allora, sicuramente avrei avuto la stessa espressione di questi ragazzi che si incastrano con l’ancora, rischiano di rovesciarsi, partono con un meteo improbabile e ignorano meravigliosamente il significato della parola ansia.
Caro Fogazzaro, a ben pensarci, a me basterebbe anche solo aver vent’anni al momento dell’ormeggio…! E a voi?

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Cambio!

 

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Solo lo scalpiccio di venti paia di piedini rimbomba tra le pareti della palestra. È la quiete dell’attesa, quando le voci si trattengono. I piú furbetti mi guardano di sottecchi, con la testa un po’ girata mentre corrono dandomi le spalle. Poi, il momento tanto atteso: grido “CAMBIO!” e mimo la nuova andatura e la nuova direzione. Il silenzio è rotto e, ad ogni cambio, le risate si trattengono sempre meno…
Il gioco del cambio è uno di quelli che i bambini preferiscono e qui, nell’Egeo, a quanto pare, sembra essere assai gradito, ahimè, anche a vento e mare.
Tanto per rendere l’idea, fate finta di partire in una bella giornata di sole con 13 nodi ( che vuol dire circa 24 km orari), mare piatto e vele tutte aperte…
CAMBIO!
i nodi raddoppiano, il mare si alza, bisogna sbrigarsi a ridurre le vele…
CAMBIO!
il vento arriva dalla direzione contraria, tocca passare il genoa( che vuol dire la vela davanti) dall’altra parte…
CAMBIO!
il vento gira di nuovo, ora è sul naso, la barca sbatte sull’onda, si devono chiudere le vele e accendere il motore…
CAMBIO!
…….
La sequenza dura, piú o meno, per l’intero tragitto.
Sono sicura che un equipaggio di regatanti troverebbe tutto questo molto stimolante.
In confidenza, amici miei, per quanto mi riguarda, vi assicuro che, come in palestra, già al secondo cambio il silenzio è rotto… ma non esattamente da squillanti risate…😉

Oggi come ieri

Marina di Kos
Marina di Kos

Che la Sincronicità sia nostra compagna di viaggio ormai è cosa nota e risaputa. Ciò non di meno ogni nuova imprevista coincidenza non manca di lasciarmi incredibilmente e piacevolmente stupita.
Partiamo dall’inizio.
Estate 1985.
Grecia.
In moto, (al tempo tedesca) e tenda (una delle prime igloo).
Un po’ giù di morale perché la moto ha qualche problemino, ( del resto avevamo voluto raggiungere una grotta in sterrato con una moto da strada…), conosciamo i nostri vicini di “piazzola”, guarda caso italiani, guarda caso emiliani, guarda caso bolognesi, guarda caso… praticamente vicini di casa.
Amicizia presto fatta e buona parte della vacanza trascorre insieme.
A questo punto fossimo in un film ci sarebbe una bella dissolvenza e ci troveremmo nel presente.
Estate 2016.
Grecia.
In barca (attualmente tedesca).
Sul pontile passa un gruppo di  connazionali ; uno di loro si attarda a guardare la bandiera petroniana che sventola a dichiarare la nostra origine.
Saluto educatamente.
Uno scambio d’occhiate poi è lui che ci riconosce.
Cerco e con un po’ di fatica trovo la sua identità tra la barba che al tempo non c’era. È proprio lui, in Grecia, d’estate, in vacanza, vicino d’ormeggio ma…la bellezza di 30 anni dopo.
Improbabile, impensabile, incredibile ma quando il Caso si diverte così non posso che levarmi il cappello…

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Quello che Facebook non dice

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Sacchetto nell’elica in mezzo al mare

A star con quello che lo Zingarelli dice l’ imprevisto è “fatto o circostanza che non è possibile prevedere”. Nel vocabolario di mare, invece, l’imprevisto è “fatto o circostanza che non è possibile prevedere ma che accade sempre”.
A differenza di quel che la maggior parte di persone può pensare l’intercalare più comune su una barca non è “Passami il drink, tesoro!” ma “Acc…”, “Dann…” Ma porc…” ed un’altra serie di espressioni meno fumettistiche ed un tantinello più triviali che lascio alla vostra fantasia.Il fatto è che, volenti o nolenti, il materno “ce n’è sempre una…” si adatta perfettamente alla vita del barcaiolo.
Gli imprevisti più comuni riguardano ovviamente il tempo: più vento del previsto, meno vento del previsto, proprio il vento che avevano previsto…ma dalla direzione opposta! Senza parlare di temporali, onde XL ed altre quisquilie simili.
Al secondo posto, gli imprevisti meccanici. In barca si può rompere quasi tutto quello che si può rompere in una casa più quasi tutto quello che si può rompere in un’ auto più tutto quello che si può rompere solo in barca.

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Luana che ricuce abilmente il bimini

Il dove e il quando sono poi corollari fondamentali: in ormeggio… nel momento esatto in cui serviva… dove è impossibile procurarsi pezzi di ricambio… Indispensabili pertanto, un’ ottima manualità e una conoscenza approfondita della principali leggi della fisica e della meccanica nonché una certa dose di creatività. Nel caso se ne sia sprovvisti (come me) è perentorio munirsi di un consorte adeguato.
Terzo gradino del podio, gli imprevisti da ormeggio: le trappe annodate, la botta di vento al momento dell’ormeggio, l’ancora che ara, il vicino che getta la sua proprio sopra la tua e non capisce nessuna delle lingue conosciute e neppure il linguaggio non verbale e via dicendo.
Credo, senza timor di smentita, che chiunque viaggi in barca potrebbe aggiungere altri innumerevoli ed illuminanti esempi.
Così, se le vostre ferie sono ancora lontane o, al contrario, appena finite, nel guardare le “social foto” di acqua azzurra e aperitivi al tramonto, non cedete ad una facile e banale invidia, ripensate invece a questo post e concedetevi un sadico e liberatorio sogghigno.

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In testa d’albero per “manutenzione”

Elogio funebre al gps

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E poi dicono che gli oggetti non hanno un’anima!
Il nostro gps non solo ce l’aveva ma era anche generosa e fedele. Per chi non lo sapesse, l’oggetto in questione è una specie di tecnologica stella polare, che indica la strada, dice dove sei e dove devi andare. Nostro fedele compagno dai tempi dei giri in bicicletta in luoghi improbabili, ci ha tolto dai pasticci piú di una volta. E su Cautha (dotata di gps di serie) è rimasto come riserva numero 1, montato in pianta stabile sul secondo timone (che è senza strumenti).
Già vecchietto cominciava a dar segni di stanchezza, ma ha compiuto per noi un’ ultima eroica impresa.
Il nocciolo della questione è che, durante la traversata Siracusa-Grecia, a dispetto delle previsioni, ci siamo trovati disgraziatamente in mezzo ad una burrasca (per una descrizione accurata dei fatti rimando al link di “A Go Go” a fondo pagina). La situazione, decisamente complicata, si è inasprita quando il pilota automatico non è piú riuscito a contrastare le onde e l’unico modo per risalirle e procedere è stato timonare col timone di sinistra dove,fortunatamente, c’era lui, il fedele gps di rispetto ( come si dice in gergo nautico).
Per tutto il pomeriggio, impavido, ha indicato la rotta al timoniere, beccandosi secchiate di acqua salata, finchè, al calar delle tenebre, ha cominciato a dar segni di stanchezza: forse i contatti si erano bagnati quando, fradicia e con un equilibrio decisamente instabile, avevo cambiato le batterie, forse non ce la faceva semplicemente più e lo schermo era diventato spaventosamente nero, come il mare intorno. La situazione non era delle più rosee…ma poi, fortunatamente, come mosso da un guizzo d’orgoglio, la rotta è riapparsa.
Ancora per tutta notte ha indicato la via, unica luce in mezzo alle onde. Poi, dopo 120 faticosissime miglia, poco dopo l’alba, proprio quando il mare si è placato, come avesse capito che il peggio era passato, ha smesso di lottare e si è spento… definitivamente!
Una coincidenza? Forse.
Una botta di fortuna in una giornata non proprio baciata dalla sorte? Senza dubbio.
Ma a me piace pensare che il nostro piccolo amico elettronico ci abbia dato una mano per un’ ultima volta.

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EightQ ( il braccialetto che si fa i selfi) in mezzo allo Ionio, ancora calmo…

http://www.sy-agogo.ch/index.php/il-diario-di-viaggio/1216-burrasca-le-tre-sorelle

Le sette sorelle

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Stromboli

“Isole Eolie”, “Isole Lipari”, “Le sette sorelle” “Isola verde” (Salina), “Isola gialla” (Vulcano), “Isola nera” (Stromboli).
Comunque le chiamiate sono sempre loro, adagiate nel Mar Tirreno, di fronte alla costa sicula. Prese d’assalto dai turisti anche in tempi non sospetti, come questi primi giorni di giugno, diverse e caratteristiche, sono simili a maschere di un’antica commedia greca.

Vulcano: la potente.

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Le acque calde

Confermo, la mia preferita. Torniamo da lei dopo un breve tour nell’arcipelago e ci concede un assaggio …”d’inferno”, coi suoi fanghi sulfurei e le ribollenti acque calde del mare.

Salina: la quieta.

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Baia di Rinella

Nella piazzetta di Rinella, sotto una spettacolare stellata, mette in scena un “dialogo musicale” di Enzo Avitabile.  IMG_3793

La sua musica di pace, mediterranea e senza frontiere, scivola per le strade, incorniciata alla perfezione dalle case del borgo e dalle acque della baia.

Panarea: l’altezzosa.

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Case e vicoli, rigorosamente bianchi e blu, sono come un ricamo sulle costa. Pulita, ordinata, ricercata, mantiene le distanze, quasi fosse un set cinematografico.

Lipari: la laboriosa.

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Sfoggia, ma con modestia, le sue cave di pomice, abbandonate e costellate di frammenti di ossidiana, i suoi vigneti e il suo museo archeologico (probabilmente il più bello e ricco che abbia mai visto.) Il silenzio del primo pomeriggio le calza a pennello.

Stromboli, Alicudi, Filicudi, mancano all’appello.
Per quanto pervasi da un certo spirito giapponese (arriva, vedi, parti) non siamo riusciti a visitarle tutte.
Pazienza! Vorrà dire che nel gran teatro del mare resteranno… tre comparse in attesa della loro parte.

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Cave di pomice

S.Vito, ovverosia… Anchor Bay

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Vito e il suo “Pane dei marinai”

Lasciata Trapani, con la solita malinconia che si prova nel lasciare una famiglia (grazie a tutti, grazie di tutto, grazie sempre!), raggiungiamo gli amici di Agogo in baia a S. Vito, dove, a sua volta, ci raggiunge l’omonimo Vito, che, dando prova di un’ospitalità smisurata, ci porta a “domicilio” il suo favoloso “pane dei marinai”.
Con un bicchier di vino, in pozzetto, ripensiamo ai fatti della giornata, che a questo punto dovete leggere nel link qui sotto se volete capire il resto del post e soprattutto il perché questa baia sarà per me, d’ora innanzi, Anchor Bay.

http://www.sy-agogo.ch/index.php/il-diario-di-viaggio/1204-nuovo-eroe

Se adesso avete finalmente finito di ridere,  mi permetto qualche considerazione.

  1. Perché diavolo mettono un perno in una cosa che prima o poi deve scendere?
  2. Con tutta sta tecnologia futuristica possibile che mi tocchi ancora leggere e spingere pulsanti ?(che a 50 anni suonati voglio proprio vedere chi ci vede ancora senza occhiali da vicino…)
  3. Ricicla! Non sprecare! Risparmia l’acqua! Tutti bravi ma …”vedi che”… se lavavo i piatti con i tensioattivi verdi, non mi cadevano…

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Alle prese col malefico perno; foto di Luana.

D’altra parte, fosse andato tutto liscio, voi non vi sareste divertiti, Romano non avrebbe avuto ispirazione per il suo articolo (e, a onor del vero, non avrebbe nemmeno dovuto fare un bagno notturno…) ma, soprattutto, questo mondo, così disilluso, privo di fulgidi esempi da seguire…  non avrebbe avuto un …nuovo eroe!!

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Baia di S.Vito Lo Capo.

 

Home sweet home

 

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Lasciata Sciacca, nel nostro circumnavigare siculo, la sosta a Trapani più che dovuta è fortemente voluta.
Tornare è un’ emozione, è una gioia, è un po’ come aprire la scatola delle decorazioni di Natale, quando basta trasportarle dalla cantina al soggiorno per cominciare ad assaporare l’atmosfera di festa; così è entrare nel porto e riconoscere da lontano i consueti profili… monte Erice, Torre Ligny, il tendone bianco sulla banchina.
E se qualche pallina si è rotta durante i mesi di riposo (…il fruttivendolo che non c’è più, il nuovo ragazzo dietro al banco…) sono solo piccole eccezioni. Le decorazioni più belle sono ancora lì, lucenti, immutate. Sono luoghi ma sono sempre e soprattutto persone. Amici ritrovati con gioia. Generosi e sinceri come li ricordavamo. Sarei tentata di enumerarli ad uno ad uno ma sono davvero tanti e non potrei mai perdonarmi se nell’elenco mi sfuggisse per distrazione qualche nome… ma è grazie a tutti loro che qui, anche senza un “tetto” mi sento a casa.
Una casa rassicurante e familiare ma non troppo se riusciamo a scoprire due angoli che c’erano sfuggiti per un anno intero. La romantica laguna dello Stagnone

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e l’ incredibile paesaggio del bosco di Scorace.

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Due luoghi diametralmente diversi ma simili nei tratti leggeri, che sembrano dipinti ad acquerello, nelle dominanze monocromatiche, nella quiete che li attraversa…

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due inaspettate sorprese, due nuove incantevoli decorazioni per il mio “albero di Natale”.

 

Sorpresa!

 

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Ci sono gesti che, per loro natura, hanno bisogno di un momento speciale per concludersi.
La bottiglia di bollicine nel nostro frigo, ne aspettava giustappunto uno.
Recapitata per l’equipaggio di Cautha alla reception di marina di Ragusa un po’ di tempo fa, si era presentata subito come una protagonista non comune. Accompagnata da toccanti parole che parlavano di sogni, portava in calce due firme sconosciute.
Un errore?
Una delle mie proverbiali dimenticanze…(che è noto a tutti come confonda con estrema facilità volti e nomi…)?
Un caso di omonimia?
Niente di tutto ciò ma molto di più.
Due amici (in quanto lettori del blog) sconosciuti (in quanto mai visti), in viaggio di lavoro e di passaggio da Marina ci avevano fatto questa fantastica ed inaspettata sorpresa.
E con una entree così, il minimo da fare era aspettare un momento speciale per brindare.
E il momento è arrivato.
È il momento di mollare gli ormeggi.
È il momento di navigare di nuovo.
E, se non bastasse, è anche il momento di festeggiare due cari amici che hanno realizzato un loro piccolo, grande sogno.
Quindi, da Sciacca in festa, prima tappa del tour estivo,brindiamo.

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Grazie ragazzi!
Alla vostra salute e alla salute di tutti i sognatori: che possiate essere felici sempre, senza smettere di desiderare, mai!

Alveare

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Il nostro vicino di barca è una persona speciale: praticamente coetaneo, con alle spalle una vita rocambolesca, assiduo e fedele studente d’italiano, ha due vivaci occhi azzurri e un compagno di viaggio ingombrante: il Parkinson, di cui parla con la stessa naturalezza con la quale io parlerei di una carie. Sta aspettando un nuovo radar, le vele appena rifatte e qualche altra quisquilia per partire alla volta dei Caraibi. Poco più in là due giovanotti di ottant’anni stanno pulendo la barca da una settimana e di fronte a noi un belga, (definito dal consorte “il pitagorico”) sfoggia ogni giorno nuovi utensili con i quali costruisce fantascientifici gadget.
Ebbene sì, la stagione invernale è agli sgoccioli e il marina è un brulicare d’attività. In ogni barca, rigorosamente a coppie, come brave api operaie, si pulisce, si svuota, si controlla, si riempie, si parte e nei pontili cominciano ad essere parecchi i “buchi” liberi.
Partono tutti: i navigatori diretti al di là dell’oceano, quelli che si accontentano del Mediterraneo, i diportisti che fanno semplicemente le vacanze un po’ più lunghe, gli stanziali galleggianti che si spostano di poche miglia, i migratori che accompagnano la barca in rimessaggio e passano l’estate in patria…
Il mare, che non erige barriere e non fa differenza tra chiglia e chiglia, li accoglie tutti e a tutti, in attesa di lasciare anche noi gli ormeggi, un letterario augurio di buona “navigazione”.

…Oh , vivere d’ora innanzi una vita come un
poema di
nuove gioie!
Danzare, battere le mani, esultare, gridare,
saltare,
slanciarsi, correre, fluttuare!
Essere un marinaio del mondo diretto a tutti i
porti,
una nave stessa (guardate queste vele che io
spiego al
sole e all’aria)
una veloce e rigonfia nave piena di ricche
parole, piena di
gioie!

(Walt Whitman – Un canto di gioie)

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