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Trasferte

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Capo Passero

È una giornata scorbutica, volubile, dai repentini cambi d’umore.
Piove per un attimo, soltanto poche gocce, esce il sole, si alza vento all’improvviso e all’improvviso cala, lo strumento che ne indica la direzione gira come una lancetta dell’orologio: sud, sud-est, nord, sud-ovest.
Davanti a noi, da parecchie miglia ormai, c’è la sagoma dell’Etna con il suo profilo morbido e bonario. Ma il pennacchio di fumo che sale dritto, svelto a mimetizzarsi tra le nuvole, ne rivela il vero carattere.

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Il cielo è uniformemente coperto da nuvole alte, grigie e azzurre.
Catania è nascosta dalla foschia, le coste calabre non si vedono, il mare è liscio come l’olio, neppure una cresta bianca di spuma all’orizzonte.
Ebbene sì, siamo in “trasferta”. Abbiamo mollato gli ormeggi ieri mattina lasciando il porto coi pontili quasi vuoti perché i residenti invernali se ne sono già andati ormai da tempo.
Ieri sera, prima tappa a Marzamemi. Sempre bella da terra e dal mare. La piazza, deserta d’inverno, ora è punteggiata di ombrelloni e tavolini colorati ma mantiene inalterato il suo fascino.
L’abbiamo lasciata questa mattina presto…
Intanto il vento è calato di nuovo, il motore sputa acqua a ritmo rompendo la superficie del mare. Davanti a noi un profilo abbozzato di rilievi nella foschia e, molto più vicini, un branco di allegri delfini che ci “taglia la strada”.
Tra qualche ora e quindici miglia saremo arrivati. Ci attende Riposto, il “Porto dell’Etna”.

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Vendicari

 

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La piazza di Marzamemi, di questi tempi fuori stagione, è uno di quei luoghi che seleziona. Due le opzioni davanti al suo essere semideserta: o immutata meraviglia e appagamento dello spirito o disappunto e muto rimprovero per la mancanza di “vita” turistica.
Bene, soltanto chi si si riconosce nella prima categoria merita la Riserva di Vendicari. Situata tra Noto e Marzamemi la riserva è un’area di quasi 1500 ettari di spiagge, strade sassose, macchia mediterranea, vestigia del passato.
Selvaggia ma ben curata, invita a perdersi lungo i sentieri segnati, fortunatamente unico intervento umano nell’abbraccio di una natura sincera.
Nello specchio lacustre del “Pantano” si affollano gli uccelli. Si sentono a casa.

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I fenicotteri rosa sostano con le zampe a mollo e piegano i loro colli sinuosi alla ricerca di gamberetti. Uccellini più piccoli (che ci vorrebbe Silvia per riconoscerli) svolazzano tra i cespugli di mirto, sui ginepri, cinguettano esuberanti e un po’ spavaldi. Si dice che siano tantissime le specie che sostano qui durante i loro voli migratori da paesi lontani: Russia, Svezia, Francia, Finlandia… giunti da mezzo mondo per riposarsi in questo luogo inviolato, tra il mare e la terra. Diversamente da loro, tra le colonne della Tonnara splendidamente restaurata…

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dall’alto della Torre Sveva…

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le memorie degli uomini parlano di lavoro e di vedette, scorribande e pirateria. Sono luoghi che racchiudono storie, ma gli eventi di cui sono frutto sembrano stemperarsi e perdersi nel profumo del timo e dei limoni, come a dire che questa non è più casa dell’uomo. E quasi a monito, come un’inevitabile profezia, spiaggiata tra i ciottoli, una barca ancora intrisa di umanità sembra attendere pazientemente il dissolversi dei ricordi.

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Tra breve finirà col cedere anch’essa ai colori, ai suoni e ai profumi della Natura. Una Natura con la maiuscola, padrona autorevole e saggia che riempie, custodisce e governa con antica consapevolezza questo splendido lembo di terra.

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Taormina

Taormina
lunedì 7 maggio 1787
Grazie a Dio, tutto quello che abbiamo visto oggi fu già descritto abbastanza…

Così cominciano le annotazioni di Goethe sul suo diario che, anni dopo, faranno parte del suo “Viaggio in Italia”.
Grazie a Dio perché è in luoghi come questo che le parole sembrano non bastare mai.
Taormina è conosciuta in tutto il mondo.
Così conosciuta, così decantata che ho atteso a lungo prima di rischiare una cocente delusione. Ma infine, ci siamo.
Ed è magia.
L’architetto che l’ha lasciata scivolare dalla cima dei monti e l’ha fermata lì, in bilico sul mare, ha superato se stesso.
C’è tutto quello che uno sguardo può desiderare.

Le trasparenze dell’acqua nel golfo. La mole imponente dell’Etna, chiazzato di neve.

Le chiare rovine dell’anfiteatro che si sporgono su un panorama di una bellezza devastante.

I vicoli stretti di ripidi gradini, i pini marittimi e gli aranci e le bouganville che si affollano tra i sentieri della Villa Comunale.
Ogni elemento naturale convive in questo piccolo scrigno: acqua, aria, terra e fuoco. Ognuno al massimo del suo splendore.
Ma c’è di più. Perché se non è il primo luogo di rara bellezza che ho la fortuna di vedere, è sicuramente uno dei pochi che mi ha stregato.
Il suo fascino va oltre l’indiscussa bellezza.
É come un incipit di un libro, una scatola chiusa, la promessa di un incontro. Come se dovesse il suo equilibrio alla forza del vento, all’impeto del mare, al fuoco del vulcano, come se solo grazie a loro potesse esistere lì, sospesa tra cielo e terra. Ha il profumo e i colori di un luogo che è anche “altro”, che nasconde e, allo stesso tempo diffonde energia e…magia.

Camminare tra le sue strade in questi giorni d’inverno sembra quasi un privilegio, il permesso acquisito di varcare un confine, di cominciare un viaggio.
Onestamente non so quanto di queste suggestioni resti nella calca di turismo estivo ma il

paesaggio che possiede tutto quel che sulla terra serve per sedurre gli occhi, la fantasia, la mente (Guy de Maupassant)

su di me ha esercitato alla grande il suo potere!

 

Cercatori

Abbeveratoio ibleo

Beatamente adagiata tra le braccia di Morfeo, solitamente non mi rammarico di ciò che mi perdo tra le sette e le nove del mattino, ma quando mi capita di dare uno sguardo al mondo che c’è a quell’ora, non posso che apprezzarne la bellezza.
Il mare ha un fascino diverso in ogni istante del giorno e la luce antimeridiana è particolarmente vivida e pulita. Me la godo dall’alto, dalla piazza che guarda il porto e le barche, immobili sull’acqua liscia come l’olio.
Siamo in attesa di Gianfranco e di Corrado e il motivo dell’alzataccia è che stiamo per andare a funghi. Passatempo squisitamente appenninico…finora. Ma se c’è una cosa che questa terra ci ha insegnato è che qua non manca nulla. Spiagge, scogliere, vigne, vulcani, monti, torrenti, campagna e città, colline, boschi, prati e… funghi.

foto da discoversicilia

C’è tutto, o almeno dovrebbe esserci; già, perché i funghi non basta ci siano bisogna anche trovarli. Accompagnati dall’instancabile Jago, che mi ha preso in simpatia, ci inoltriamo tra gli altopiani dei monti Iblei, cercando attorno alle ferle, cespugli dai pennacchi morbidi che si contendono i prati con le mucche al pascolo.

Jago compagno di viaggio

Protetti dai loro rami e mimetizzati dal trifoglio spuntano i ricercati del giorno: i funghi della ferla, appunto. Mimetizzati in verità fin troppo bene perché, nonostante con i bastoni spostiamo, diligenti, ogni foglia per scorgerne traccia, il lungo cammino è infruttuoso.
Ma forse è colpa del paesaggio che distrae troppo spesso lo sguardo dal terreno. In questo autunno che ha tutti i colori della primavera le colline sono una tavolozza di toni di verde, i pascoli si succedono alle vigne, le vigne alle macchie di carrubi; i muretti a secco disegnano i fianchi delle colline e, qua e là spuntano vecchie masserie di pietra, talvolta rimesse a nuovo,  e talvolta morsicchiate dal tempo. Sembra un presepe a cui mancano solo fiocchi di bambagia per fingere una neve che non c’è.
Sono sincera quando dico che già solo questo sarebbe bastato come bottino ma Gianfranco non vuole farci tornare a mani vuote e parte del raccolto di un più fortunato cercatore finisce nel nostro cesto. Così, con la vista appagata non ci resta che appagare il gusto e vi assicuro che il risultato è all’altezza del paesaggio.

Marzamemi

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Trentadue gradi, un leggero libeccio, mare quasi piatto ma la stagione, a dispetto d’ogni logica, sta finendo. La spiaggia comincia a svuotarsi e gli abitanti di Marina, che la sanno lunga, dichiarano convinti che da lunedì sarà calma piatta, turisticamente parlando.
Mentirei se dicessi che mi dispiace. Non ho mai amato la confusione, il divertimento preconfezionato, le scelte di massa. “In direzione ostinata e contraria” cantava il grande De Andrè.
Forse è per questo che ho finora inconsciamente ignorato Marzamemi.

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Ci siamo andati più d’una volta e in periodi non sospetti, senza calca e turismo selvaggio, eppure è rimasto sempre e solo nei miei pensieri. Nome troppo blasonato, meta troppo conosciuta e troppe parole d’altri: uno dei  venti borghi più belli d’Italia…

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mare cristallino…

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una piazza che lascia senza fiato ….

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Lodi più che meritate a cui preferisco non aggiungere nulla. Le immagini parlano da sole e, a volte, vanno lasciate sole ad esprimere la magia dei luoghi.

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E allora vi avrebbe colto un incantesimo per quattro silenziosi secondi, e il primissimo movimento da voi fatto subito dopo sarebbe stato in punta di piedi, e la vostra prima parola un sussurro (T. Sturgeon – Un mondo davvero perduto)

 

 

 

 

Ferragosto

 

IMG_7192Tutto comincia il 14. Già dal tardo pomeriggio gruppi di ragazzi affollano Marina, si muovono in branco, trascinando borsoni pieni d’ogni cosa, frigo portatili e tende. In breve la spiaggia diventa un brulicare di igloo colorati (Decathlon ringrazia), un pacifico raduno che ricorda i concerti dei lontani anni ottanta o le colline del Mugello la sera prima del GP.

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Il campeggio improvvisato resta tutta notte e i bar sulla spiaggia hanno il permesso speciale di pompare musica ben oltre la mezzanotte. Questa è la sera delle eccezioni perché domani è il gran giorno…è ferragosto.
Ora, per me, che ho sempre collegato il 15 agosto solo all’aumento di traffico, il tutto ha dell’incredibile. Ma qui è una festa nazionale.
“Scendono a mare” tutti, dai paesi più sperduti, dalle contrade più isolate. La spiaggia è invisibile sotto la moltitudine d’ombrelloni.

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In mare, gommoni, barchini, pedalò, s’affollano attorno alla barca che porta il “legno”, una specie di palo della cuccagna orizzontale, un lungo bastone insaponato dove i ragazzi mettono alla prova il loro equilibrio.

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Poi, al pomeriggio, la folla si raduna, assiepata lungo il molo, dove, al grido festante di “Viva Maria!” la statua della Madonna viene portata in processione da un folcloristico peschereccio, seguito da un corteo di imbarcazioni.

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Per tutto il giorno, ad intervalli, il boato di qualcosa di pirotecnico, non ben identificato, mette a dura prova il battito cardiaco e fa tremare il terreno. Forse sottolinea l’inizio e la fine delle manifestazioni, forse sono le prove per il grande spettacolo di fuochi che si attende per la sera.
E così è il cielo, scoppiettante di suoni e colori, a concludere la giornata.
E la conclude per davvero, perché qui ferragosto non è solo un giorno di festa ma un emblema, un simbolo, l’essenza stessa dell’estate. Un’ estate che, incurante di clima e latitudine, in qualche misterioso modo, nell’immaginario collettivo riesce a durare un giorno solo ed in quel giorno… a ferragosto… nasce e muore.

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Quando la lupa arriva.

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Temuta da chi in queste terre e in questo mare vive e lavora, la lupa che viene dal mare arriva all’improvviso, come solo i predatori sanno fare. Fulminea e silenziosa inghiotte le sue prede. Con un respiro fetido si posa salata e pesante sugli alberi, togliendo loro vigore e forza; ricopre il mare di una coltre impenetrabile ed esilia i pescatori al largo, persi, incapaci di intravedere la strada del ritorno.
Non è che nebbia, ma il nome con cui la gente comune la chiama le rende onore.
Da buona emiliana conosco bene il fenomeno atmosferico ma lo accosto a serate autunnali, ad alberi spogli, a brividi lungo la schiena.
Qui, invece, il pomeriggio ha i colori e il calore dell’estate ma, quando la lupa arriva, con repentina rapidità si trasforma in un crepuscolo invernale. In un battito di ciglia il cielo scolorisce, i contorni delle cose svaporano, l’umidità diventa così pesante che si sentono le gocce sulla pelle, come piovesse. Gli stranieri (ed io con loro) restano sbigottiti e scattano foto per futura memoria, mentre in spiaggia nulla cambia: i ragazzi giocano a tamburello, fanno il bagno, qualcuno resta persino sdraiato sotto un invisibile sole. La vita continua all’interno d’una grigia nuvola in attesa che la lupa, sazia, torni negli abissi del mare, rendendo al mondo i suoi colori.

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L’aia

Letteralmente l’aia è uno spazio di terreno spianato, accanto ad edifici rurali e da qui, come suffisso ( ghiacci..aia, abet..aia) un luogo destinato a contenere qualcosa. In questo caso il contenuto è piú volatile ma altrettanto concreto ed è il piacere della condivisione, dello stare insieme.
L’ “aia” in questione è un vicolo lastricato di sassi che porta al castello di Donna Fugata.
Sono le sette di sera e il palazzo è chiuso al pubblico ma lì intorno si tessono trame che non hanno nulla da invidiare alle stanze nobiliari. In un edificio adiacente, un massaro, come ogni sera, fa la ricotta. Riporta le possenti e brune mucche modicane nella stalla, ne torna con i secchi di latte appena munto, li versa insieme al caglio bollente in un grande paiolo, mescola e mette sul fuoco.

Ci sono solo calore, attesa ed esperienza ma il risultato è la ricotta.

Calda ed umida, ad un costo irrisorio viene offerta agli avventori di passaggio.
Con Jonathan e gli ospiti del “Buenaonda” approntiamo una tavolata alla buona, aggiungiamo pane e vino portati da casa e nutriamo corpo e soprattutto spirito, mentre sullo sfondo i merli del castello si stagliano nitidi in un cielo che, da azzurro, si fa pian piano indaco.

A pochi passi da noi, convivono i tavoli di un ristorante. Non so quante stelle abbia il locale ma questa sera ci basterà guardare in alto per vincere la sfida: le nostre saranno decisamente di più.

La conquista del paradiso

Nell’immaginario comune è un cancello che apre le porte del paradiso. Ma questa volta è chiuso, lucchettato con tanto di cartello che ne vieta l’accesso. Non abbastanza però per dissuadere chi viene fin qui e affacciandosi al belvedere vede stendersi sotto ai suoi occhi una valle stretta e profonda, verde e puntellata di specchi d’acqua che si rincorrono l’uno sulle spalle dell’altro. E infatti, pochi passi più in là, un varco nella rete conduce al sentiero che porta ai laghetti d’Avola, un vero paradiso in terra.
Chiuso anni orsono a causa di un incendio è comunque battuto da turisti di ogni nazionalità. Ripido e scosceso porta in fondo alla valle, in uno zigzagare di terra e sassi e scalini di roccia sotto il sole. Mentre le capre brucano in incredibile equilibrio, le aquile volano sopra al fiume Cassibile, ad ogni passo sempre più lontane.

Il primo laghetto appare all’improvviso, annunciato soltanto dallo scrosciare dell’acqua e da lì in poi lo scenario diventa una fiaba.
Rocce e vegetazione circondano specchi d’acqua cristallina che si susseguono.

È un invito a cui non ci si può sottrarre. Accompagnati da Jonathan ( senza la sua impagabile disponibilità e il suo amore per la Sicilia non saremmo mai arrivati fin qui…) e Daniela ( in modalità vacanza breve) cediamo ben volentieri alla tentazione.
Dopo la camminata gettarsi nell’acqua fredda è una delizia e sembra di nuotare veramente nel giardino dell’eden.

È un luogo magico che neppure la presenza di numerosi turisti riesce ad inquinare e staremmo qui per ore se non fosse per il pensiero della risalita che ci induce ad una prudente ritirata a metà pomeriggio.
Mentre i due baldi giovani risalgono in meno di un’ora, noi, un…po’…meno giovani e un…po’…meno allenati, arranchiamo. Subendo l’onta di un “sorpasso” da una donna incinta e da un tedesco in infradito, arriviamo alla meta agognata una mezz’ora dopo.
Seduta davanti ad una birra fredda, mentre aspetto che il battito cardiaco torni a livelli umani e il respiro si differenzi da quello di un mantice getto uno sguardo in basso, verso gli specchi limpidi in cui si gettano omini piccoli piccoli e mi dico che non è stato poi un caro prezzo per la conquista del paradiso.

Viaggio al centro della terra

Valle Santa Domenica

Ragusa, conosciuta anche come la città dei ponti, vanta, in effetti, ben tre ponti di epoche diverse che uniscono la parte superiore della città con quella inferiore. A separarle non un fiume impetuoso ma una valle profonda attraversata da un torrente, quasi invisibile tra la vegetazione rigogliosa. A guardarla dall’alto ha l’aspetto di una giungla tenuta faticosamente a bada dall’opera dell’uomo e difficilmente ci si può sporgere a scrutare i sentieri che  l’attraversano senza desiderare di percorrerli.  
L’accesso è un piccolo cancello in mezzo alle case e la discesa verso il fondovalle é un lento avvicinarsi ad una dimensione aliena.

I rumori della cittá si dileguano e le case che sovrastano il paesaggio sembrano una scenografia postbellica. Il sentiero è agevole e si fa strada tra una vegetazione che sembra dominare a stento la sua esuberanza. Improvviso frusciare di serpi e lucertole, cinguettio d’ uccelli nascosti, lo scorrere dell’ acqua sui massi, fresco e odore d’umido.

Non un anima viva, tranne noi. Eppure un tempo qua c’era brulicare di vita. Orti, mulini ad acqua e cave da cui estrarre la pietra per produrre la calce. Procediamo tra scheletri di case e antichi forni (carcare) che lo testimoniano.

Poi, all’improvviso, inaspettatamente, due rotaie tagliano il bosco  e appare una piccola strada ferrata che scompare dopo poco, inghiottita di nuovo dalla vegetazione.

È un cammino simile ad un sogno, finché il sentiero pian piano si allarga e diventa strada tra le case di un suggestivo borgo e, come per magia, ci ritroviamo ai piedi di Ragusa Ibla . A malincuore, quasi con disappunto, abbandoniamo i panni d’esploratori tra l’erba alta. Non ci vorrà che un attimo e la natura li inghiottirà lasciandoci tra gli scenari consueti,  nei luoghi che conosciamo…tra gli uomini…

 

Passato prossimo e remoto

 

 

“La Baba-a canta” diceva Silvia presentando i componenti del gruppo musicale del suo papà nel loro cd autoprodotto. Aveva tre anni e non ancora la “r”, sicché la cantante non era un originale talento di esotiche origini ma una “comune” Barbara di S. Giovanni in Persiceto. Che tanto comune in verità poi non fosse lo testimonia il fatto che, il primo giorno di nido, neomamma ansiosa al pensiero di abbandonare la creatura, avevo immediatamente rimosso ogni timore appena l’avevo guardata negli occhi. Maestra di Silvia, prima di cantante dei Tangram, aveva suscitato la mia simpatia e un’istintiva e profonda fiducia al primo sguardo. Amicizia di pelle che il tempo aveva confermato ma poi, con gli anni, diluito fino a farne perdere le tracce.
Ma siccome le cose belle e vere prima o poi riaffiorano, a distanza di 15 anni dall’ultimo incontro, complice la nostra avventura barcaiola, aggiungo proprio la sua firma al nostro registro.
E proprio con lei, gradita ospite in barca, condividiamo un altro ritrovamento.

 

Da un passato molto meno recente, dissepolti e riportati alla luce, i mosaici della Villa Romana del Casale, a Piazza Armerina ci stupiscono e ci incantano. Incredibili per ampiezza, dettagli, stato di conservazione, si snodano da una stanza all’altra dell’imponente villa padronale.

La soggezione e l’ammirazione che suscita l’insieme non possono che essere ombre di quelle suscitate un tempo e  la fantasia non ce la fa a riempire i vuoti.  Il desiderio d’essere catapultata nel passato per aggiungere colori e tratti, colonne e soffitti,  fontane che zampillano, voci e frusciar di vesti (suoni diversi dal qui ed ora del vento e dello sbatter d’ali dei piccioni)  è destinato ad esser disatteso.

Disatteso ma inevitabile.  Figlio naturale  non certo della frustrazione del poco ma, al contrario,  della gratitudine per quel tanto e tanto bello che il tempo ha preservato per noi tutti.

Profumo

La stradina polverosa non lascia presagire nulla ma quando l’auto si ferma e ci si guarda attorno appare, nella sua sfolgorante bellezza, un balcone sul mare, un prato che degrada lentamente e lascia spaziare la vista su tutto il golfo, fino al faro di Punta Secca. Lì accanto potrebbe esserci qualunque cosa, anche un mucchio di macerie, e sarebbe bello ugualmente, ma, invece, il “dopo” è all’altezza del “prima”.
Siamo da “gli Aromi”, nei pressi di Scicli, azienda familiare che produce e coccola erbe officinali ed aromatiche.

la palestra dove si fa yoga sul tappe…timo

Il viaggio (ché di questo si tratta…) si snoda tra varietà di timo, lavanda, gerani, maggiorana, rosmarino, finocchietto, solo per citare quelle che ricordo tra le 200 varietà che crescono nei campi e nelle serre.

Un viaggio a tutto tondo che solletica e soddisfa tutti i sensi. E mentre Enrico si occupa dell’udito raccontandoci la sua passione, passeggiamo accarezzando piante, strofinando fusti, assaggiamo piccole foglie piccanti mordicchiandole delicatamente, guardiamo le mille sfumature dei fiori e soprattutto ci inebriamo di profumi.

Intensi e sinceri, spesso sorprendenti e irriconoscibili al mio fiuto poco allenato, parlano alla nostra parte più inconscia e profonda e non è un caso che l’atmosfera sia lieve e pacata nonostante il nostro gruppo sia piuttosto numeroso.
Il buffet che conclude il tutto, gustato sul balcone naturale, è un degno commiato.

Nel racconto “E mai più nacque una donna” di C.L.Moore una splendida donna destinata alla morte trova nuova vita in un corpo meccanico ma dei cinque sensi solo vista e udito le vengono restituiti. Saranno sufficienti per  …restar legata alla natura e alla razza…?
Il racconto lascia il lettore nel dubbio ma quassù, forse, la risposta sarebbe facile.

Apprendista…cicerone

Le giovani guide

La spilla tonda e gialla con la scritta “Apprendista Cicerone per passione” basterebbe a renderli simpatici, ma i ragazzi del Liceo di Comiso ci aggiungono del loro e con la spigliata timidezza dei loro giovani anni e una disarmante e spontanea dialettica ci fanno da guide. Il luogo è il sito archeologico di Kaukana, a pochi chilometri da Marina di Ragusa, e l’occasione le giornate FAI di primavera.

Riaperta solo dall’estate scorsa grazie alla buona volontà degli abitanti del luogo, l’area archeologica è immersa nel verde e si spinge fino a lambire il mare. I resti del villaggio sono parzialmente dissepolti dalla sabbia, adagiati all’ombra degli alberi e quelli dell’antico porto sommersi dall’acqua, poco distanti dalla riva; basterebbero maschera e pinne, mi dicono, per osservarli.

Tra i resti delle antiche abitazioni, in cui si distinguono facilmente scale e finestre, spicca quel che resta di un edificio sacro con tanto di sarcofagi e qualche piccolo mosaico, risparmiato dal tempo.

Nei dintorni la natura si dà da fare con pennellate di rosso, giallo, viola, sparse ad arte nei campi, lungo i bordi delle strade, nei giardini.
Una meraviglia. Un inno alla primavera.

Ma tra i resti del villaggio antico, testimonianza del passato, tra le variopinte fioriture, testimonianza di vita nuova, c’è un immagine che mi colpisce. Un piccolo attimo che unisce passato, presente e futuro ( e fa ben sperare…);
l’attimo in cui
una guida…molto giovane racconta storie…molto vecchie a …giovanissimi visitatori.

Asparagi e stelle di Natale

Versione 2
Riserva di Randello

Ci siamo! Chi frequenta i social sa che, già dall’Avvento, cominciano ad apparire le immagini dell’onnipresente albero di Natale; tradizionale, postmoderno, con vette innevate come sfondo o spiagge caraibiche (a seconda del parallelo…).
Il mio albero (che i fedelissimi ricorderanno), come ogni anno, ligio alla tradizione, viene riesumato dal cassetto in cui giace e si accontenta dello sfondo degli interni di Cautha. Ma questa volta sotto i suoi “rami” giace un bizzarro dono.

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Già, perché da queste parti, nonostante di quando in quando la pioggia e il vento si diano un gran daffare, il sole alla fine la spunta e con lui, figli di una primavera fuori stagione, spuntano gli asparagi selvatici.
Piccoli e sottili fili di un verde piú scuro, crescono tra le spine degli arbusti che li generano. Chi teso e fiero e chi già piegato dal peso del “testone”, come lo chiama Corrado che, con Mary, ci fa da preziosa guida e da maestro.

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Cercatori all’opera

Vederli, all’inizio, sembra impossibile: l’occhio non sa dove guardare e la mente cosa cercare…ma se davvero le cose esistono solo perché qualcuno le guarda… ecco che, a poco a poco, anche gli asparagi prendono vita e li vediamo, persino a qualche passo di distanza. Sotto i pini e gli eucalipti della splendida riserva di Randello,

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La spiaggia di Randello

tra gli aranci e i limoni in cui convivono frutti e inebrianti e cerei fiori di zagara, lungo i bordi delle strade, ci trasformiamo in raccoglitori agguerriti e accaniti. Così, pian piano, il sacchetto si riempie. Stasera la frittata serale è assicurata e avrà un gusto irrangiungibile, figlio dei passi, del tempo e dei ricordi della raccolta; un dono davvero prezioso da mettere… sotto l’albero.

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Casa dolce casa

Tecnoparco Archimede, alle prese con lo Stomachion
Tecnoparco Archimede, alle prese con lo Stomachion

Lasciamo Siracusa non senza aver reso omaggio ad un cittadino illustre e un po’ … datato.
Il “Tecnoparco Archimede” è una collezione all’aperto delle principali invenzioni del genio in questione ed è gestito con competenza e grandissima simpatia dalla guida locale.

La guida ci fa provare gli specchi ustori
La guida ci fa provare gli specchi ustori

Io, che faccio fatica ad incastrare i mattoncini Lego, non finisco di stupirmi di come la meccanica di oggi funzioni ancora secondo le regole dettate più di 2000 anni fa.
Anche in barca tutto ció che si solleva, si sposta, gira…lo deve proprio ad Archimede. È quindi anche grazie a lui che arriviamo finalmente a… casa!
Lo so, fa ridere.
Chi vive in barca sembrerebbe esserlo sempre o non esserlo mai, ma non è proprio così. Almeno non per me che, per sentirmi a “casa”, ho bisogno se non di un tetto, certo di un luogo sicuro e familiare.
E dopo 5 mesi e 2124 miglia, Marina di Ragusa é quel luogo.

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Ora posso ignorare il meteo e la direzione del vento, quando cammino incontro volti conosciuti, le persone mi chiamano per nome e Cautha é ormeggiata, al sicuro; ha i timoni coperti, la bandiera riposta nel gavone e si appresta ad essere pulita, lucidata e curata come merita.
Le siamo riconoscenti per averci accompagnato nella “buona e cattiva sorte”, per averci tenuti ben saldi nelle rade, per averci fatto divertire e per averci difesi quando il maltempo ha dato il peggio di sé. Senza mai un problema, un cedimento, sicura e affidabile.
Potrà sembrare infantile provare affetto per un mezzo meccanico ma non credo d’essere l’unica e, ora, al “traguardo”, penso a lei con enorme gratitudine e, nell’illusione che possa sentirmi, le rivolgo un profondo e sincero
Grazie!

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Alba e tramonto

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Cautha punta la prua a sud ed esce con prudenza dal porto.
Non c’è luna e le stelle brillano, tante e vivide.
Sono le prime ad annunciare l’alba, sbiadendosi, a poco a poco, quando ancora tutto intorno è notte. Cedono la loro luce all’orizzonte da cui sembra salire una nuvola sottile e lunga, fatta di nebbia chiara che ancora non assomiglia alla luce. Poi tutto accade piú in fretta, i contorni delle cose si fanno evidenti, il mondo si illumina, il mare si vede. È solo a questo punto che il sole spunta con focosa arroganza dalla linea lontana dell’orizzonte.
Ed è giorno.
Come sempre, compirà il suo quotidiano tragitto e quando scenderà, dall’altra parte del cielo, vedremo i suoi raggi tingere d’oro vecchie mura e cospargere di riflessi un’ampia e quieta baia.
E allora, lo spettacolo della natura si unirà a quello dell’opera dell’uomo e il tramonto illuminerà una meraviglia pari alla sua…un’antica e splendida città…
Saremo in Sicilia.
Saremo a Siracusa.

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Vicini d’ormeggio

IMG_3803I primi che incontriamo sono due ragazzi in “divisa” da operatori turistici. A loro seguono altri svariati personaggi: gestori di bar e ristoranti, venditori di tour della città, barcaioli che offrono visite alle grotte. Tutti gentilissimi e tutti che rigorosamente si rivolgono a noi in inglese. Non sono certo i nostri tratti somatici a trarli in inganno eppure restano sinceramente sorpresi quando rispondiamo in italiano. Questo la dice lunga sull’afflusso di connazionali e invece Siracusa è bellissima e non ha niente da invidiare a mete più esotiche. Basterebbero le stradine punteggiate di localini suggestivi e negozietti intriganti, l’acqua turchese che lambisce Ortigia, il meraviglioso centro storico con il suo imponente duomo per innamorarsene ma stavolta troviamo anche ormeggiata alla banchina comunale una nave decisamente fuori dal comune.

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È quella dell’equipaggio di Sea Shepherd che per promuovere la sua causa fa da cicerone sull’ imbarcazione. Sono ragazzi di ogni nazionalità, idealisti estremi come lo si è spesso a quell’età, innamorati della loro missione e, a veder dai filmati che ci mostrano, decisamente coraggiosi. La nave è una beffa viaggiante, comprata da Sea Shepherd sotto falso nome proprio da quella flotta di baleniere giapponesi che così duramente il movimento osteggia. È una visita interessante e piacevole che finisce ancora meglio con un… baratto. I ragazzi da guide diventano ospiti, l’aggressiva nave pirata diventa la rassicurante ed elegante “A Go Go” e Luana e Romano vestono i panni di due ospitali e simpatici ciceroni.

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Catania delle sorprese

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Teatro romano

Che Catania sia una città ricca di sorprese l’abbiamo capito fin dall’arrivo.
Il porto turistico “Porto Rossi” sembra non esserci fino all’ultimo istante. Poi, una volta imboccato l’accesso, si mostra per quello che è, una piccola e curata oasi ad un passo dal centro storico.
Allo stesso modo, tra il rumore e il traffico della via principale, congestionata d’auto, si apre all’improvviso una collina verde, rigogliosa e ricca di piante e fiori. Sono i giardini Bellini, più simili ad un miraggio che ad un parco cittadino.

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Giardini Bellini

Anche nel pieno centro storico, tra il Duomo, la Fontana dell’elefante e il famoso mercato del pesce riesce a celarsi l’ imprevedibile.

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Il Duomo

E tra vecchie case spunta un antico teatro romano. Suggestivo e quasi inquietante nella sua assoluta estraneità al luogo.

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Teatro romano

Si dice che, un po’ di tempo fa, i lavori per la costruzione di una metropolitana cittadina si siano dovuti fermare a causa delle innumerevoli vestigia sommerse.
Non ho motivo di dubitarne.
La Catania alla luce del sole nasconde la sua controparte sotterranea, come una vecchia signora col ventaglio che scopre e copre il viso con malcelata vanità.

Viaggio letterario

 

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… E giungemmo all’isola Eolia. Qui dimorava Eolo…
…Poi quando licenza gli chiesi d’andarmene non rifiutò ma prese a cuore il mio viaggio: spogliò delle cuoia un bove novenne un otre ne fece e dentro vi chiuse dei venti ululanti le vie…
…Ma solo il soffio di Zefiro per me liberò che la nave benigno spingesse per noi…

Come Ulisse anche noi lasciamo le isole Eolie riconoscenti dell’ospitalità ricevuta.
Partiamo di notte con la luna quasi piena ed una stellata fantastica, per riuscire a raggiungere lo stretto di Messina di primo mattino, quando la corrente sarà favorevole. Non abbiamo l’otre da cui far uscire un soffio di Zefiro ma giungiamo ugualmente al cospetto di Scilla e Cariddi poco prima dell’alba. C’è già luce, soffusa e rosea e tinge le coste di colori pastello. I pescatori sono già al lavoro, inseguiti dai loro amati nemici (così li chiamano), i delfini. Le coste italiche e quelle sicule sono così vicine e delineate che sembra di attraversare un plastico e l’idea che l’Italia sia lì, distesa alla mia sinistra, mi emoziona, come sempre.
La corrente a favore ci spinge veloci lontano dallo stretto, lungo la costa sicula. L’Etna fa sentire un paio di profondi e cupi brontolii. Poco lontano dal paese dei Malavoglia ci sono ancora in mezzo al mare i sassi che Polifemo,irato, lanciò contro… Nessuno.
Il vento, intanto, non ci aiuta. Procediamo poco romanticamente a motore, su liquide pagine di letteratura.
Non abbiamo dormito e siamo un po’ stanchi ma l’arrivo è vicino.
Prossima sosta: Catania.

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Le sette sorelle

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Stromboli

“Isole Eolie”, “Isole Lipari”, “Le sette sorelle” “Isola verde” (Salina), “Isola gialla” (Vulcano), “Isola nera” (Stromboli).
Comunque le chiamiate sono sempre loro, adagiate nel Mar Tirreno, di fronte alla costa sicula. Prese d’assalto dai turisti anche in tempi non sospetti, come questi primi giorni di giugno, diverse e caratteristiche, sono simili a maschere di un’antica commedia greca.

Vulcano: la potente.

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Le acque calde

Confermo, la mia preferita. Torniamo da lei dopo un breve tour nell’arcipelago e ci concede un assaggio …”d’inferno”, coi suoi fanghi sulfurei e le ribollenti acque calde del mare.

Salina: la quieta.

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Baia di Rinella

Nella piazzetta di Rinella, sotto una spettacolare stellata, mette in scena un “dialogo musicale” di Enzo Avitabile.  IMG_3793

La sua musica di pace, mediterranea e senza frontiere, scivola per le strade, incorniciata alla perfezione dalle case del borgo e dalle acque della baia.

Panarea: l’altezzosa.

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Case e vicoli, rigorosamente bianchi e blu, sono come un ricamo sulle costa. Pulita, ordinata, ricercata, mantiene le distanze, quasi fosse un set cinematografico.

Lipari: la laboriosa.

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Sfoggia, ma con modestia, le sue cave di pomice, abbandonate e costellate di frammenti di ossidiana, i suoi vigneti e il suo museo archeologico (probabilmente il più bello e ricco che abbia mai visto.) Il silenzio del primo pomeriggio le calza a pennello.

Stromboli, Alicudi, Filicudi, mancano all’appello.
Per quanto pervasi da un certo spirito giapponese (arriva, vedi, parti) non siamo riusciti a visitarle tutte.
Pazienza! Vorrà dire che nel gran teatro del mare resteranno… tre comparse in attesa della loro parte.

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Cave di pomice