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Strade

“How many roads” cantava Bob Dylan, “On the road” scriveva Jack Kerouac. E poi…andare per la propria strada, essere sulla buona strada, essere in mezzo ad una strada, farsi strada, incontrarsi a metà strada…e ancora…cibo da strada, arte di strada…

Insomma, i modi di dire, i riferimenti culturali, i richiami alla strada non mancano e tante sono le strade e i modi di percorrerle.

Ci sono strade costiere che separano l’audacia del mare dalla rassegnazione della terra

Riserva del fiume Irminio

e strade che inseguono fiumi,

li attraversano,

si perdono, riappaiono.

Pantalica

Ci sono strade nate dalla disattenzione degli alberi che lasciano loro il posto, tra un dispiegarsi di sassi e terra,

Pineta di Chiaramonte

e strade che l’uomo ha creato per unire o dividere,

segnare o cancellare confini,

Donna Lucata

Ci sono strade ritrovate che si fanno beffe del tempo e portano dirette in un lontano passato

Noto Antica

e poi ci sono loro…

strade dove ancora strade non ci sono,

strade che sono sentieri da tracciare,

cammini da inventare…

Strade che si vedono col cuore prima che con gli occhi, nuove e libere sulle quali non si può fare fare a meno di lasciare semplicemente


un’impalpabile e leggera traccia

Dune di Sampieri

Pantalica

L’impressione è quella di trovarsi in una specie di far west nostrano, circondati da canyon e da vegetazione selvaggia.

Il millenario scorrere del fiume Anapo ha creato queste gole, gli inaccessibili altopiani che le sovrastano e le rive appena accennate del fiume che scorre sotto le ripide pareti.

Luoghi strani e certo non comodi per far nascere insediamenti eppure, molto prima della venuta dei Greci, popolazioni locali sono fuggite dalle coste e dal mare e si sono rifugiate qui, alla ricerca di un’ estrema difesa. Da cosa o da chi non ci è dato sapere per certo ma poco o nulla è rimasto dei loro villaggi.

Invece, per qualche bizzarro disegno più geologico che divino, le loro necropoli sono rimaste intatte attraverso i secoli. Le pareti scoscese sono bucherellate come groviera da una moltitudine di piccole grotte scavate a beneficio dei defunti.

Circa 5000 tombe si aprono nella roccia creando una scenografia che non ha più nulla in comune con cowboy e indiani ma che è di una suggestione unica.

Dichiarato sito Unesco, la necropoli di Pantalica si lascia corteggiare dai visitatori . In queste giornate invernali però il sito è deserto e percorriamo sentieri, affrontiamo guadi

e ci intrufoliamo nelle grotte

in completa sintonia con l’ambiente.

E se i più avventurosi ( e giovani…) tra noi progettano di tornare  con tende e sacchi a pelo per una notte “primitiva” a me è bastato questo breve e diurno tuffo tra  boschi e rocce per immaginare e rivivere quell’emozione profonda e selvaggia che più di duemila anni fa deve aver accompagnato le anime degli antichi scultori di questi luoghi.

Pantalica muore e rivive nella sua culla.
Un alveare di case e tombe sulla montagna.
Dorme nel sogno il trofeo della vita…

(Santi Martorino – Le Muse di Pantalica)