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Pop up

La traduzione letterale di pop up è “saltar fuori”, “apparire” e, fino ad ora, era sempre stata legata a quegli splendidi libri animati per bambini che, semplicemente girando pagina, trasformano disegni piatti e bidimensionali in scenografie a tre dimensioni. In questi giorni, però, come in un’avventura di Gulliver, il libro ha preso le dimensioni della nostra futura casa.

Nel terreno, diventato nel mio immaginario pagina, pennellata dal grigio del cemento, è apparso, in un soffio di tempo, tutt’altro.

Travi di legno, apparentemente inermi, come giganteschi stuzzicadenti, si sono svegliate dal loro orizzontale torpore per diventare colonne di un inusuale tempio moderno.

Altre travi si sono aggiunte e, come per miracolo, sono scivolate le une sulle altre, incastrandosi, unendosi, dando vita a strutture fino ad un attimo prima impensabili.

Così, unendo i puntini, legno con legno, numero con numero, come in una macroscopica settimana enigmistica sono apparsi un tetto, un pavimento… l’embrione di CasaCautha.

Ed è proprio il caso di parlare di embrione perchè, pur essendo materia inanimata, questa casa è cresciuta, come un bambino e ancora crescerà sotto le mani laboriose di chi, con perizia ed esperienza sa cosa fare per trasformare le cose e dar loro nuova vita. Finché un giorno, forse più vicino di quel che penso, sarà finita e nasconderà soltanto al suo interno e nella nostra memoria ciò di cui è fatta. Per tutti gli altri, per quelli che, dopo qualche tempo ripasseranno di qui sarà un gigantesco e affascinante pop up, “saltato fuori” e “apparso” per magia, dall’oggi al domani, su una pennellata di grigio cemento.

Immaginazione

C’era silenzio nelle strade e nelle piazze, solo qualche sporadico scoppiettio di marmitte, niente scalpiccio di piedi frettolosi, né frenate d’autobus, né stridore di macchinari industriali. Fabbriche chiuse, locali chiusi, scuole chiuse. Era il momento della quiete, una pacata quiete. E il mondo aveva abbassato le difese. il mare era una tavola, il vento una brezza leggera e le nuvole piccoli sbuffi bianchi. Ma poi è tornato il rumore di fondo e il mondo si è risvegliato e si è rimesso in guardia, teso, attento a percepire pericoli e a sfuggirli. Così le raffiche di vento hanno fatto la voce grossa, le nuvole si sono colorate di nero e le onde che si ingrossano e si frangono hanno cercato di urlare più forte di tutti noi…

Ecco, questa è la forma di immaginazione che mi è più familiare, quella che mi fa trovare improbabili nessi tra un whatsapp di un caro amico

e un articolo dell’Ansa,

quella che mi fa leggere sempre e quasi qualunque cosa e quella per la quale mi trovo a mio agio ai confini della realtà (…luogo ben conosciuto dalla mitica serie anni 60…).

In questa fase di riapertura del mondo anche il nostro piccolo cantiere è ripartito. Sul terreno è cresciuto un contorno di legno. Chi ha tagliato e misurato e unito le tavole di legno vede pareti, pavimenti, luci che si accendono dove io non vedo nulla.

Gli uomini che sulla ruspa scavano buchi, perforano rocce, interrano cisterne vedono acqua scorrere, rubinetti, bagni, giardini irrigati e bambini che si lavano le mani dove io vedo solo giganteschi ed inquietanti cilindri di cemento. Hanno occhi aperti dove io brancolo nel buio e pianificano cose che io non so nemmeno immaginare.

Ogni falegname, artigiano, manovale, muratore è un artefice del futuro, un futuro che deve vedere per poterlo creare. Se la mia immaginazione può farmi viaggiare in mondi lontani la loro immaginazione ha i piedi ben piantati per terra ma è proprio questa concreta e meccanica fantasia ad avere un potere straordinario : quello di costruire niente di meno che la mia futura realtà.