Nel cuore di Ragusa Ibla, ai piedi del Duomo, c’è una strada, in questi giorni illuminata dalle parole rapite dalle Città Invisibili di Calvino. Nel cuore della strada c’è un palazzo di ottocentesca memoria: quello degli Arezzo di Donnafugata e nel cuore del palazzo c’è un piccolo piccolo teatro. Piccolo davvero, tanto da essere annoverato tra i teatri più piccoli d’Europa, non più di cento posti tra palchi e platea, rosso rubino a fare da padrone negli arredi e porte che si aprono sulla strada, facendo allungare il collo ai passanti sorpresi.

Non c’era posto migliore per tornare a teatro dopo tanto tempo, per respirarne l’inimitabile atmosfera con un’inattesa intimità che l’ha resa ancora più magica. Il chiacchiericcio, i saluti, persone che si alzano per farne passare altre che si siedono, poi le luci che si abbassano, il silenzio che cala all’unisono e il sipario che si apre e lì, sul palco, la magia del racconto.
Ma questa volta, a calcare le scene non c’era solo un artista geniale ma molto altro: l’infanzia e la prima adolescenza della mia primogenita, un moto d’orgoglio bolognese e un amico che non vedevamo da almeno quindici anni.Se tornare a teatro è stato magnifico, tornarci con la sempre giovane ribelle ironia di Alessandro Bergonzoni è stato impagabile.
E, ancora meglio è stato, a fine spettacolo, dietro le quinte, l’istante in cui gli sguardi si sono incontrati e riconosciuti immediatamente, come se il tempo non fosse passato.
Così, se nel cuore di Ibla c’è una strada e nel suo cuore un palazzo, se nel cuore del palazzo c’è un teatro e nel suo cuore un palco, questa volta, “dietro al sipario” (per citare il nome della rassegna che lo ha ospitato), c’è stato un incontro che il cuore l’ha scaldato davvero.

