
Avete mai visto Eolo, il dio del vento?
Ebbene, guardate con attenzione e, velato da soffici contorni, vedrete il suo profilo: il naso gibboso, l’occhio piccolo e vivace e la bocca intenta a soffiare lembi di nuvole come zucchero filato.

È così. Ci sono giorni come questi che il cielo diventa una tavolozza di colori, un susseguirsi di forme, un rincorrersi di nuvole che invitano al vecchio gioco del “sembra”. Giorni in cui è impossibile guardare a terra, in cui lo sguardo è calamitato in alto.
E in alto, qui c’è il cielo, tanto cielo, disteso fino all’orizzonte, senza muri, camini, gru a farne brandelli.
Così, se i pesi della vita non ci impediscono di alzare lo sguardo, come bambini, possiamo prenderci il lusso di alzare il naso e immergerci, perderci e ritrovarci in una giostra di nuvole, in uno smisurato cielo.

Certe volte sono bianche
E corrono
E prendono la forma dell’airone o della pecora
O di qualche altra bestia
Ma questo lo vedono meglio i bambini
Che giocano a corrergli dietro per tanti metri
(Fabrizio De Andrè)