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Il racconto

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Sono in anticipo. Come sempre.
Detesto arrivare all’ultimo. Sempre. Ma in particolare all’aeroporto.
Detesto i controlli di sicurezza, quello spogliarsi e infilare in vaschetta e togliersi orologi e bracciali e sperare che le scarpe non suonino e non tocchi passare in calzini. Ma amo le sale d’aspetto e i luoghi in genere, in cui i fili delle vite di sconosciuti si intrecciano in uno spazio comune.
Così arrivo in anticipo.
E mentre aspetto il mio turno, seduta sul pavimento, davanti ai banchi del bagaglio in stiva, c’è una donna che è un fotogramma divenuto realtà, uno scatto fantastico, se soltanto avessi la macchina fotografica.
Io mi faccio bastare il telefono ma sembro l’unica a notarla. Il resto del mondo le passa accanto e la sfiora…come se non ci fosse.
È un tantino inquietante ma la mia rassicurante sala d’attesa mi attende e passo veloce nell’accenno di porta che separa i buoni dai cattivi. Poco dopo, mentre leggo, seduta su una scomoda poltroncina, mi dimentico di lei…finché un tubare estraneo mi distrae, un frullar d’ali mi passa accanto.
Mi giro, mi guardo intorno. Passa un ombra tra i piedi dei viaggiatori.
Sembra un piccione. È un piccione!
Un piccione grigio, comune, che cammina sul lucido pavimento dell’aeroporto.
Il mio stupore è grande, unico e insolitamente solitario.
Due ragazzi ridono di gusto, un signore cravattato digita sui tasti del suo portatile, una mamma scuote con angelica pazienza un passeggino e nessuno guarda, anzi, peggio: nessuno vede.
Il piccione zampetta, tuba, vola, passa tra le gambe, quasi inciampa nelle lucide scarpe del cravattato.
Nessuno lo nota.
La mamma ondeggiante lo guarda (sono sicura!) ma sembra non vederlo.
Mi sforzo di tornare a leggere ostentando la loro indifferenza.
È un racconto di fantascienza. Si intitola “Difetto” di John D. MacDonald.

 Preferisco immaginare d’essere del tutto pazza

Non è proprio il modo in cui avrei voluto iniziasse. Ed un piccolo brividino d’inquietudine mi serpeggia lungo la schiena.
Rialzo gli occhi dal Kindle. Cerco il piccione. Non lo vedo. Non c’è più.
Ma c’era?
La donna… il piccione… Comincio a sentirmi un po’ stranita.
Poi un tubare leggero e l’uomo, seduto di fronte a me, abbassa lo sguardo e, infastidito, scosta il volatile col piede.

Un grosso grosso respiro di sollievo.
Chiudo il Kindle .
Finirò il racconto di John D.MacDonald un altro giorno

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