
Fine settembre: tempo di raccogliere olive qui in Sicilia. Compito che mi riguarda in prima persona perché i miei due giovani ulivi sono pieni zeppi di verdi frutti. Ora, essendo il mio “uliveto” di così ridotte dimensioni neanche a pensarci di usare un qualche strumento, i due alberelli si meritano una raccolta rigorosamente a mano. Così, con la piccola di famiglia come “aiutante” comincio: una, due, tre… le verdi sfere finiscono nella cassetta, il ramo è vuoto. Ma ecco che, chinandomi per un momento, ne scorgo un’altra che prima, sono sicura, non c’era, e poi, dietro ad una foglia comparse per magia, altre due e un po’ più in là una che, giuro, deve per forza essere cresciuta solo in questo istante.
E così la raccolta continua ma non è più un’attività, è diventata una caccia al tesoro, un balletto. Sposto rami, mi chino, mi alzo in punta di piedi, mi infilo tra le fronde fino ad abbracciare il tronco come fosse davvero il cavaliere del mio verde valzer e ogni volta che cambio prospettiva scopro un nuovo bottino. Immersa nelle argentee foglie, con squarci d’azzurro spostati dal vento credo di sapere esattamente come deve sentirsi un passero nel suo nido. Le olive compaiono e scompaiono, sembrano spostarsi, volare (…o forse lo fanno sul serio…) Sono verdi e lucenti fantasmi.
Così, apparizione dopo apparizione le olive si ammassano e gli alberi si spogliano e a fine giornata la bilancia segna una trentina di chili. Troppo poco per portarle al frantoio ma abbastanza perché un amico gentile le unisca alle sue e mi restituisca il risultato: una latta di verde oro, tesoro prezioso della mia sorprendente e affascinante caccia ai fantasmi.