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Atto di fede

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“La speranza è radicata nell’incertezza… La fede è radicata nella certezza assoluta. Dovresti dimenticare la speranza e il dubbio e avere invece fede e certezza, e poi avanzare coraggiosamente…” (L. Winget- Sta’ zitto smettila di lamentarti e datti una mossa)

Ebbene, come ciclicamente accade, siamo di nuovo senza “casa”. Cautha è andata in cantiere per la manutenzione ordinaria e noi stiamo ingrossando le schiere dei terricoli affittacamere.
Come ogni volta, vedere le nostre dieci tonnellate di barca uscire dall’acqua non è né piacevole né indolore. Sollevata dall’acqua, ondeggiante sulle cinghie che la sorreggono, mi fa sempre l’impressione di una balenottera spiaggiata, di una creatura fuori dal suo habitat naturale, cosa che, in un qualche modo, corrisponde a verità…
Escluso quindi il lato sentimentale della questione e, men che meno quello fisico, (visto la fatica che ci aspetta) resta, comunque, un aspetto molto interessante della vita di cantiere e riguarda tutte le altre barche. In secca, per manutenzione, per rimessaggio o per problemi più o meno seri, ci sono sempre moltissime imbarcazioni. E sempre, tra queste, c’è… l’atto di fede.

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Questa volta è una barca di ferro, di due simpatici inglesi. Disalberata e sventrata, l’hanno tirata in secca quando la linea di galleggiamento era già ampiamente sotto la superficie di…galleggiamento. La chiglia è disseminata di buchi ma lei, impavida e fedele, è rimasta al suo posto finché uno sguardo pietoso non si è accorto del danno. Ci sono ferite antiche sul suo scafo a testimoniare le miglia che avrà percorso col mare che entrava subdolo e, come un cancro, l’ indeboliva a poco a poco. Eppure ha resistito, è andata dove il vento la spingeva e ha tenuto, eroica, il mare lontano dagli uomini che ospitava. Come un cucciolo fedele che attende il suo padrone a prescindere dalle attenzioni che gli dedica.

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A vederla, così, quasi mi commuove e mi vergogno un po’ dei miei mille dubbi e dell’ansia di cui circondo la mia creatura acquatica.
Gli inglesi in questione, certo lontani da questi pensieri, ci informano di voler arrivare alle Canarie… E con quello che non può che definirsi un puro atto di fede aggiungono, ridendo e senza un briciolo di preoccupazione: “if the boat don’t sink”…

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Ci risiamo

Quando ho lasciato la casa dei miei genitori avevo 25 anni e mi ero appena sposata. La nuova casa, la nostra, era un piccolo appartamento in centro a Bologna, ovviamente da ristrutturare. Come ebbero a cantare al tempo i nostri amici, con un improvvisato coro goliardico “…doveva essere una sistemata e in un cantiere l’han trasformata…”
Succede sempre così, no? Si parte convinti di fare solo l’indispensabile e si finisce per buttare all’aria tutto. E ovviamente i costi lievitano…
Così l’imbiancatura che, a detta dei soliti esperti, è alla portata di tutti, diventa un lavoro fai-da-te.
Quella prima memorabile volta, fortunatamente, sull’impalcatura ad aiutarmi c’era la mia adorata cognatina che, più giovane di sei anni, contribuì non poco a trasformare il tutto in un gioco. Nonostante ciò, di fronte all’ultimo muro da scrostare (i precedenti proprietari, in perfetto stile “anni 70”, avevano muri di ogni improbabile e indelebile colore…) ci guardammo e facemmo giuramento solenne che non avremmo mai più imbiancato una casa, a costo di dover chiedere un mutuo per l’imbianchino! Non le ho mai chiesto se ha mantenuto fede all’impegno, ma per me è stata una promessa vana.
Nonostante l’acquisto di una casa più grande avesse allungato il momento della fatidica e inevitabile “rinfrescata”, il temuto appuntamento arrivò. E anche quella volta il miraggio del risparmio annebbiò le mie facoltà cognitive. E mentre imprecavo con il soffitto ad anni luce dal mio rullo imbevuto di bianco, era il mio amico Sandro, questa volta, che se la rideva, dicendomi, e a ragione, che mai aveva visto un imbianchino più lento e impacciato…
Ora, quando si vende una casa per andare a vivere in barca, non si hanno molte certezze, ma almeno quella di non dover imbiancare dei muri dovrebbe essere inconfutabile.
Macché!
La barca non ha intonaco ma, come già sapete, ha una carena…!!!
E così ho di nuovo un rullo in mano, della vernice in faccia e le ossa rotte.
I casi sono due: o vendo la barca per una baita o spero in un genero imbianchino…!

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La natura…selvaggia…

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Cautha a secco

…Chi poteva dire dove finisse la città e cominciasse la natura selvaggia? Chi poteva dire quale delle due limitasse l’altra?… La città, dopotutto, era solo una grande nave piena di scampati in costante movimento, e cercava di tenersi a galla sull’erba e di tenere a bada la ruggine…
(Ray Bradbury- L’estate incantata)

Se il grande Bradbury ha potuto dire questo di una città, chissà cosa avrebbe detto di una barca, che nella natura selvaggia é addirittura immersa. Vero é che l’eterna lotta tra uomo e natura si manifesta in innumerevoli modi.
“Fare carena” e cioè tirare la barca fuori dall’acqua e pulire il “sotto”, è uno di questi. Se la chiglia di una qualunque imbarcazione fosse lasciata in mare senza intrugli chimici ( in gergo vernice antivegetativa), in un tempo davvero breve, alghe, alghette, conchiglie, cozze e una serie di pittoreschi organismi degni della fantasia dei creatori di Alien si approprierebbero del mezzo, incuranti che ci sia anche un “sopra” e ne farebbero il loro habitat.
Perciò, ogni tanto, l’uomo deve riappropriarsi del proprio territorio sottraendolo al mare che, nonostante tutto, continua, giorno dopo giorno, a reclamarlo.

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L’opera del mare in una barca vicina

La nostra situazione, però, presenta qualche ambiguità in più: si dà il caso, infatti, che per riappropriarci di casa siamo costretti a perderla… Con la barca in cantiere siamo “sfrattati “; momentaneamente, solo momentaneamente, ma intanto stiamo vivendo in un appartamento.
É un piccolo e grazioso monolocale di un amico. Solo un anno fa l’avrei definito “una sistemazione perfetta per le vacanze “; adesso mi sembra l’equivalente di una villa padronale dove una famiglia come la nostra ci sta…larghissima… E nonostante ciò mi sento un po’ in prestito.
Le pareti non ondeggiano se c’è vento, le gocce di pioggia non tamburellano sul soffitto, la risacca non la fa sussultare eppure (o forse proprio per questo?) la sensazione più forte non è la ” sicurezza del mattone ” ma, in qualche modo, invece, proprio la sua precarietà.
Vai a capire cosa succede nella testa della gente quando vive per un po’ nella natura “selvaggia”…😉