Col naso all’insù

Avete mai visto Eolo, il dio del vento?

Ebbene, guardate con attenzione e, velato da soffici contorni, vedrete il suo profilo: il naso gibboso, l’occhio piccolo e vivace e la bocca intenta a soffiare lembi di nuvole come zucchero filato.

È così. Ci sono giorni come questi che il cielo diventa una tavolozza di colori, un susseguirsi di forme, un rincorrersi di nuvole che invitano al vecchio gioco del “sembra”. Giorni in cui è impossibile guardare a terra, in cui lo sguardo è calamitato in alto.

E in alto, qui c’è il cielo, tanto cielo, disteso fino all’orizzonte, senza muri, camini, gru a farne brandelli.

Così, se i pesi della vita non ci impediscono di alzare lo sguardo, come bambini, possiamo prenderci il lusso di alzare il naso e immergerci, perderci e ritrovarci in una giostra di nuvole, in uno smisurato cielo.

Certe volte sono bianche
E corrono
E prendono la forma dell’airone o della pecora
O di qualche altra bestia
Ma questo lo vedono meglio i bambini
Che giocano a corrergli dietro per tanti metri
(Fabrizio De Andrè)

La Signorina Ciccina.

La strada è stretta, tipico delle viuzze del centro di Ragusa e le case si affacciano su di essa come scolarette in fila. Le abitazioni a piano terra con le finestre e le porte aperte sembrano trascurare l’idea che esista una qualsivoglia differenza tra spazio pubblico e privato e il vestito da sistemare che porto con me è il lasciapassare per una di queste. Superato il dislivello che separa il marciapiedi dall’interno mi ritrovo in una stanza ampia con tavoli ingombri di stoffe e, alla luce naturale di una persiana aperta, una vecchia macchina da cucire viene mossa con gesti antichi da abili mani. 

Sono al seguito di una cara amica che, venutami in soccorso nel momento del bisogno, mi ha accompagnato dalla sua sarta di fiducia. La Signorina (che ci tiene ad essere chiamata così…) Ciccina mi accoglie con un sorridente buongiorno che non tradisce nemmeno la metà dei suoi anni. Mi fa accomodare nella camera attigua…trasite ‘na stanza…Mi dice che è un lavoro di poco conto….e che ci vuole? E, mentre si muove agilmente prendendomi  le misure per la riparazione, si lamenta bonariamente delle telefonate che fanno squillare il suo cellulare…e chi sugno io? Il barbiere di Siviglia?  

È amore a prima vista. Scopro che ha otto anni, come dice lei ignorando lo zero e, molto probabilmente, facendosi anche qualche sconto. Fa questo mestiere da una vita, da quando tutte le case intorno erano occupate da sarte e si rammarica che ora è rimasta lei sola. Conosce tutti nel quartiere e la strada per molti (corrieri compresi) è la “strada della signorina Ciccina”. Gli anni sono passati senza che la vecchiaia la sfiorasse, senza lasciarle movimenti incerti, pensieri nostalgici, sguardi malinconici e sono certa che chi l’ha conosciuta a vent’anni non stenterebbe affatto a riconoscerla. Così, mentre ringrazio il mio vestito per avermela fatta incontrare, penso che forse il segreto di chi vive senza invecchiare è non smettere mai d’amare ciò che si è amato. La signorina Ciccina ha vestito uomini e donne per tutta la vita e continua a farlo, con passione e con orgoglio. È ciò che la rende fiera e felice di essere qui. E magari quello che ci insegna è che non dovremmo mai dimenticarci di ciò che ci dà gioia e ci riempie il cuore anche se costa fatica e la vita sembra portarcelo via perché sembrerebbe proprio che soltanto la passione possa sconfiggere il tempo. 

Altro che mostri

Scilla è  atroce mostro (…)

Dodici ha piedi, anteriori tutti,

Sei lunghissimi colli, e su ciascuno

Spaventosa una testa, e nelle bocche

Di spessi denti un triplicato giro…

(Odissea-Libro XII)

Quando in barca, qualche anno or sono, passammo lo stretto di Messina, non fu difficile immaginare perché nell’Odissea questo tratto di mare è descritto con così tanto timore. Le fortissime correnti e i gorghi che facilmente si formano, se oggi sono di facile previsione, al tempo debbono essere parse insidie veramente…mostruose. Ma se per trovare tracce di Cariddi sullo sponda sicula bisogna giocar di fantasia, Scilla, al contrario, è facilmente raggiungibile semplicemente seguendo i cartelli autostradali.

Piccolo paesino, costruito su un’altura, scivola con le sue casette colorate fino al mare.

Alto, su una rupe, troneggia, rassicurante e autorevole Castello Ruffo che divide la lunga spiaggia dal piccolo porto di pescatori.

Lo raggiungiamo passando sotto la rocca del castello, attraverso una suggestiva galleria e parcheggiamo il nostro camper per la sosta proprio sulla banchina.

Poco lontano una barca a vela ormeggiata smuove un po’ di nostalgia ma il rione marinaro, con le sue viuzze strette, le casette accostate le une alle altre che sfiorano l’acqua  protendendosi a tratti sul mare come piccole palafitte, la dissipano facilmente.

Ottobre ci offre un tepore primaverile e una tranquillità ben lontana dall’atmosfera turistica che deve caratterizzare questo luogo nei mesi estivi. Siamo, infatti, tra i pochi avventori dell’unico locale aperto, su un’incantevole terrazza galleggiante sul mare che rende quasi superflua la qualità del cibo.

Così, quando la notte silenziosa e quieta cala sui vicoli dell’antico quartiere di Chianalea che provvisoriamente ci ospita, l’unica cosa certa è, che a dispetto di leggende e miti, con buona pace di Dante e Omero, sogneremo tutt’altro che mostri.

Il gigante alle porte del paradiso

Le zone interne della Sicilia orientale sono ricche di torrenti che, lungo il loro percorso, creano canyon e laghetti. In siciliano questi piccoli gioielli d’acqua si chiamano uruvu (cit . guida turistica Sicilia)

Percorrendo la strada in auto, probabilmente non si noterebbe. E non certo per le sue dimensioni ma per i contorni mimetici che lo circondano. Eppure, quando lo sguardo si concentra e si sofferma su di lui non si può che restarne abbagliati. È un rovere enorme, col tronco rugoso come zampe di un pachiderma e rami grandi come alberi che si perdono in una nuvola di foglie. Un gigante immobile, stabile e vigile a guardia del suo mondo. Un mondo che è un paese delle meraviglie, nascosto ed incontaminato, dove, come Alice, ho la fortuna di addentrarmi con un gruppo di amici.

Con simili premesse il percorso non può che essere cosparso di prove da superare: sentieri creati dal passaggio delle mucche di cui i rovi si sono immediatamente riappropriati e dai quali dobbiamo districarci, guadi infidi e scivolosi, muri di pietra da scavalcare, cancelli da evitare e, in agguato, vecchie “streghe” (che non potevano mancare) dalle quali non dobbiamo farci sorprendere, procedendo in un silenzio prudente.

Ma, se il percorso sembra snodarsi nel mondo delle fiabe, la destinazione finale ne è la prova concreta perchè , tra alberi e arbusti, all’improvviso, preceduto dal gorgogliare di minuscole cascatelle, spunta, in tutta la sua bellezza, uno specchio d’acqua limpida, circondato e protetto da una folta vegetazione e da uno splendido bambuseto. 

Fonte della giovinezza? Acqua magica? Portale per il  mondo segreto delle sirene? 

Quello che è certo è che il bagno nelle sue acque gelide e pulite è una medicina meravigliosa e fatata.

Il meritato riposo che segue  e una rigenerante pratica yoga sotto un cielo ricamato di foglie, ci trattengono nell’atmosfera magica di questo luogo ma il tempo richiede il suo pedaggio:  il ritorno nel mondo degli uomini è d’obbligo e torniamo sui nostri passi con un po’ di malinconia.

All’inizio del sentiero, c’è ancora il gigante guardiano che ci attende. Sembra quasi che ci  osservi. Poi, come se fosse soddisfatto di ciò che ha visto, fa vibrare le sue foglie sotto il soffio del vento. È vero! Può stare tranquillo. Il suo mondo è intatto e salvo, l’abbiamo trattato con rispetto ed ora che ce ne stiamo andando, può richiudere il portone del suo paese delle meraviglie e restare, fermo e fiero a custodia del suo segreto.

La valle della città di pietra

Una coppia di falchi vola in cerchio in un cielo punteggiato di nuvole bianche. Sotto di loro la città di pietra, mimetica nella roccia calcarea, è silenziosa. Stanchi per la salita i visitatori hanno cessato il loro chiacchiericcio. 

Il castello Sicano, meta della loro passeggiata, non ha merli né mura ma soltanto logge scavate nella roccia, unite le une alle altre da cunicoli verticali che portano ancora i segni di vecchi pioli di legno, scale improvvisate di un tempo lontano. Aperture a guisa di rudimentali finestre incorniciano un paesaggio degno della suite di un vero castello.

Cava Ispica si stende ai piedi della parete rocciosa in tutta la sua lussureggiante vegetazione.

Questa vallata, creata dal lento e incessante procedere del fiume che l’attraversa, unisce le città di Modica e di Ispica ed ospita numerosi insediamenti rupestri utilizzati, per usi diversi, dal Neolitico fino agli anni 70. Il castello è uno dei pochi visitabili, gli altri si vedono in lontananza come occhi spalancati sulle pareti bianche che incombono sul sentiero.

È una sorta di piccolo, suggestivo canyon quello che si percorre in questa parte centrale della cava. Tutto intorno, a riprova della presenza invisibile, ma potente dell’acqua, una vegetazione lussureggiante: grandi e solitari carrubi e poi lecci, olivi selvatici, platani.

Sotto  e accanto agli alberi e arbusti, ad accompagnarci lungo il sentiero, la folla variopinta di erbe spontanee: meravigliosi bouquet di fiori viola, rossi, gialli, arancioni…miscelati con perizia inimitabile da madre natura. È una gioia per gli occhi e un inno silenzioso alla primavera.

 Qui, anno dopo anno, secolo dopo secolo, si svolge la pacifica lotta tra la vita di quel mondo verde che cambia, cresce, muore, rinasce e fiorisce e l’ immortalità della città di pietra che immutabile e austera ne  subisce impassibile l’assalto. Una lotta che finora non ha visto né vincitori né vinti, ma soltanto uno spettacolare pareggio di cui siamo grati spettatori.

La stagione degli storni

Che a queste latitudini le immagini rappresentative delle stagioni, sui libri di testo che ho utilizzato per anni, fossero decisamente fuori luogo non è cosa nuova. L’inverno dei pupazzi di neve, degli alberi con la brina e dei bambini infagottati in cappottini rossi e cuffie coi pon-pon è ben lontano dai prati verdi e gialli e dalle giornate assolate di questi giorni.

Eppure, dovessi scegliere un’immagine per l’inverno di Marina di Ragusa, sarebbe un’immensa nuvola nera. Una gigantesca, danzante, chiassosa nube… di uccelli.

Gli storni, questi piccoli uccelli neri, così simili ai merli, per qualche motivo che ignoro, all’approssimarsi dell’inverno si riuniscono in stormi enormi e, sul far del tramonto, dipingono arabeschi nel cielo.

Saranno un centinaio ma si muovono come un unico volatile per poi tornare ad essere singole entità, quando si fermano sui rami dell’araucaria davanti a casa. E lì si spintonano e fanno a gara per sostare sulla cima più alta per poi, all’improvviso, ripartire; prima uno, poi un altro e infine tutti insieme, di nuovo, nel cielo a dipingere nuvole. È uno spettacolo restare a guardarli mentre sembrano nuotare tra le nuvole, quelle vere.

Ma la cosa più straordinaria di tutte è avere la fortuna di essere casualmente sorvolati da uno stormo di passaggio. Prima ancora di vederli si sente il suono che li annuncia. Non è un cinguettio o un canto ma una nota quasi meccanica, profonda e vibrante delle ali che battono all’unisono. È un attimo. Poi il cielo si oscura e non si può far altro che restare col naso all’aria a guardare quel nero turbinio sullo sfondo metallico del cielo. È un’ emozione breve, ma, per un secondo, tutto ciò che c’è intorno scompare e non c’è altro che blu e batter d’ali; è come, per una frazione d’attimo, trovarsi all’improvviso a volare.

Chissà cosa provano lassù, in alto, e cosa pensano di quei bipedi che stanno sorvolando. Chissà come fanno a non urtarsi, a muoversi tutti insieme. Forse a modo loro sono felici di volare o forse non è altro che consuetudine ed istinto. Ma, di certo, per me, terrestre ostaggio della gravità è una gioia ed una meraviglia guardarli.

Grazie mille, inverno, stagione degli storni!

Quando in Sicilia c’era la neve

Turisti dagli accenti più disparati, sotto il sole cocente di un estate siciliana, assaporano con gusto l’iconica colazione di quest’isola: la granita con la brioche… un quadretto che lungi dal suscitare curiosità o stupore, può, al massimo, far venire l’acquolina in bocca. 

Eppure, a ben pensarci, una specialità di antiche origini a base di ghiaccio in una terra riarsa dal sole non è cosa così scontata e, difatti, cela una storia che si svolge dal medioevo fino ai primi del 900, quando sui monti di quest’isola ad un passo dall’Africa, gli inverni ammantavano i prati di neve.

Ebbene sì, a pochi chilometri dal mare nevicava, nevicava spesso, nevicava tanto. Così tanto da creare una vera e propria industria della neve che raccoglieva, lavorava e distribuiva il ghiaccio. Difficile da immaginare, eppure nelle foto sbiadite dal tempo, tra i muretti a secco, sui prati chiazzati di bianco, sono immortalati decine di uomini, i “nivaroli”, con le braccia levate al cielo a sostenere sulla schiena quelle che sembrano nuvole bianche e invece sono cumuli di neve.

Foto d’archivio, Chiaramonte primi del 900

Un bianco dono della natura che serviva non solo per la dissetante bevanda ma anche per medicina e chirurgia e per conservare il cibo. Un dono che scendeva dal cielo in un breve intervallo di tempo e andava conservato come una gemma preziosa.

Così nascono le neviere, delle costruzioni  scavate nella roccia, riempite di strati di neve, separati gli uni dagli altri da paglia, in modo da formare singoli blocchi di ghiaccio. La neve si calava dall’alto e, nella buona stagione, il ghiaccio si estraeva dal basso dove, debitamente “incartato”, veniva caricato sui muli per il trasporto nelle città costiere.

Muli, uomini e neve sono spariti, inghiottiti dal tempo, ma di neviere ne sono rimaste tante. Nella pineta di Chiaramonte hanno dato il nome ad un sentiero che snodandosi nel bosco, passa loro accanto.

Sotto agli alberi verdi, circondati dalle gialle fioriture dello zafferanastro, bisogna chiudere gli occhi per immaginare un candido paesaggio e lastre di ghiaccio in partenza per i salotti nobili del tempo, ma, di certo, la prossima volta che ordineremo una granita lo faremo con gratitudine pensando a chi, secoli fa, ha raccolto e trasportato ghiaccio per permettere a questa dolce icona siciliana di arrivare fino a noi.

Pioggia sul mare

A dispetto del titolo che potrebbe far supporre pensieri nostalgici,  quello che segue è, invece, un inno gioioso all’ autunno.

Ebbene sì, per chi vive in un paese turistico come  Marina, che passa dai poco meno di quattromila abitanti in inverno ai sessantamila in luglio e agosto, l’ equinozio d’autunno è una festa non scritta che riporta alla normalità.

Con la riapertura delle scuole e il rientro al lavoro il paese si svuota. Restano i turisti, quasi tutti stranieri, ma l’invasione barbarica della cosiddetta “stagione” è ormai retrocessa sotto i colpi dell’inesorabile calendario.

Le spiagge non sono più invisibili sotto il cielo multicolore degli ombrelloni;

i vecchi del paese che bivaccavano sui marciapiedi, al riparo dall’ umida folla, ritrovano i giochi di carte nei tavolini di fronte al bar; i negozi d’ alimentari tornano ad essere luoghi accessibili e non fortezze inespugnabili.

Anche la natura cambia volto.

Il cielo è di un blu intenso, senza macchie di  foschia né nuvolette fumose di calore; le piante sollevano al cielo le loro braccia verdi ad accogliere le prime piogge ed esprimono la loro gioia con boccioli e fiori e nuove foglie verdi; persino il sole che si tuffava svelto nel mare alla ricerca di frescura, ora scende pian piano nell’ora del tramonto.

Così, quando piove sul mare, il vento  fresco, le panchine vuote, le strade deserte, ai miei occhi sono fuochi d’artificio scoppiettanti.

Benvenuto di tutto cuore autunno!

Quadri di cenere

Scie scure come la pece, sprazzi di luce, linee sinuose, prospettive bizzarre…La scopa, impugnata per ben altri motivi, facilmente intuibili, è invece diventata un pennello che compone quadri inconsapevoli.

Che viviamo in un’isola non è sempre così evidente, che conviviamo con uno dei vulcani più attivi ancora meno. Ma non ieri.

Ieri una fitta coltre nera copriva il piazzale di casa. Non era polvere né terra ma cenere, fine come talco impalpabile, leggera, e, a volte, come la storia purtroppo insegna, mortale. Mamma Etna, 100 km più in là, aveva sbuffato più forte del solito e il vento a favore aveva fatto il resto. Così, ora la scopa traccia disegni sul piancito che quasi quasi dispiace pulire.

È un monito per noi, piccole creature presuntuose che ci sentiamo al sicuro tra quattro mura, dietro una porta blindata, che mettiamo le sbarre alle finestre e l’antifurto all’auto. A madre natura basta un soffio, come quello sulle candeline della torta di compleanno, per spargere il suo respiro a centinaia di chilometri di distanza e, qualche volta, per far dipingere ad un’artista inconsapevole come me, quadri di cenere. 

Il canto della salvia

Chiunque abbia anche una lieve passione per le piante si sarà sicuramente trovato  una volta o l’altra  a parlare con loro, magari chiedendo ad una malconcia piantina “cosa c’è che non va?” o riempiendo di elogi una spettacolare fioritura. Del resto l’essere umano in svariate occasioni sembra ignorare che il suo modo di comunicare non è universale. Così i padroni di cani e gatti conversano con i loro amici a quattro zampe e nonni e zii particolarmente affettuosi danno spiegazioni e attendono risposte da neonati chiaramente impossibilitati a capire e rispondere.

Nulla di strano, quindi, ma è tutt’altra cosa quando è una pianta che comunica con noi. A Ragusa, in un vivaio piuttosto noto, c’è una piccola stanzetta e al suo interno strumenti non propriamente agricoli: un eucordio, campane di quarzo, un sintetizzatore e sulle piante, come fiori sintetici, fili e collegamenti.

È una domenica e stiamo per assistere ad un concerto veramente speciale (http://sindana.org) Siamo seduti o sdraiati, comodi e curiosi, in attesa di ricevere questo inusuale bagno sonoro. Poi si comincia. Un musicista sfiora le corde tese dell’eucordio mentre il suo collega fa lo stesso con i tasti del suo strumento. Le vibrazioni delle campane contribuiscono all’atmosfera rarefatta. Fin qui una meravigliosa esperienza rilassante ma ciò che la rende unica è la voce solista.

Chi conduce le danze, la vera star è lei, la pianta che canta. I fili che la ricoprono sono il modo che l’uomo ha trovato per rendere udibile alle nostre imperfette orecchie la sua voce.

E la sua voce è magnifica. Parte alta, quasi stridula, come a dimostrare che è a lei che si deve tutto questo, poi si abbassa e si armonizza, copre, svela, segue e invita, creando una melodia che i musicisti seguono e assecondano. Assomiglia al canto delle balene, al suono della luce, alla voce dei sogni. Canta per noi che l’ascoltiamo ad occhi chiusi e forse ci parla di tempi lontani o di luoghi senza tempo, di ciò che ha, di ciò che le manca, di ciò che ci manca…canta convinta che possiamo capirla. E, a dispetto di qualsiasi pensiero razionale, forse è vero. Perchè se la mente, finalmente quieta, non ha spiegazioni né le cerca, qualcos’altro dentro, in fondo, da distanze lontane, la riconosce, se ne sente parte, risponde con vibrazioni senza nome e, alla fine, esplode in un grato e silenzioso applauso.

Il canto della sirena

La Sirena era bellissima e veniva dal nord, da un mare freddo, da un cielo coperto di nubi. Era abituata ai brividi, alle lunghe notti e ai giorni brevi e grigi. Era stato per caso, per una breve vacanza o, invece, per l’inevitabile disegno del destino che era giunta in questa terra di sole, di profumi, di acque chiare e trasparenti dove il RagazzoCheAscolta viveva da sempre. Qui si erano incontrati.

Lui con la mente e il cuore colmi di suoni, quelli naturali della sua terra e quelli incisi sui solchi dei dischi: musica! Musica sempre, musica ovunque perché per gioire bisogna ascoltare. Lei sorpresa e innamorata dei colori del mare, dei tramonti infuocati, dell’abbraccio di queste acque calde che la proteggevano e la facevano sentire viva.

Si erano incontrati, si erano conosciuti, si erano amati per una vita intera, finché i capelli si erano fatti candidi.

Ma il tempo, a volte, è ingrato e a poco a poco la Sirena non era riuscita più a nuotare, non più a sentire l’abbraccio del mare e un giorno se ne era andata per sempre.

È così che si dice …

Però l’uomo che era stato un ragazzo sapeva che non era davvero, non poteva… un po’ come il sole che scompare nel mare ma riappare il mattino dopo… un po’ come il pulviscolo che entra dai vetri aperti e non lo vedi ma se un raggio di sole illumina la stanza allora ti accorgi che l’aria ne è piena…

E fu così che, un anno fa, a pochi giorni da quell’ addio, forse guidato proprio da quel pulviscolo, l’uomo che era stato un ragazzo, cantò con la voce e le parole della sua sirena, cantò per chi in quel momento ne aveva bisogno sillabe di serenità, musica per l’anima, parole che voglio donare e ricordare: “il dolore può essere grande” disse “davvero grande ma ricordati, mia cara, l’amore vince sempre!”

Intermezzo di un giorno qualunque

L’avvicinamento era stato cauto, quasi furtivo. La mattinata era finita nel migliore dei modi. Gli uffici che avevo dovuto visitare attendendomi file ed interlocutori ostili si erano rivelati, invece, esempi di perfetta efficienza e tutto era filato liscio e veloce. Sicché, poco prima di mezzogiorno, mi ero trovata lì, dinanzi al parcheggio sotterraneo dove mi aspettava l’auto per tornare a casa. Ma, poco distante, separate soltanto da una strada poco trafficata, mi occhieggiavano timide e poco visibili ben tre vetrine piene zeppe di libri. Qualunque lettore accanito capirà subito quale tentazione sia l’improvvisa apparizione di una libreria inattesa. “Do solo un’occhiata” ho pensato e così, quasi passassi di lì per caso, mi sono avvicinata. 

Chiunque avesse fatto quelle poco appariscenti vetrine aveva  pieno accesso alla mia mente e alle sue curiosità e desideri. Almeno una decina di titoli mi strizzavano l’occhio e, così, dopo un indeciso tentennare e un paio di passaggi avanti e indietro sul marciapiede mi sono decisa ad entrare già sapendo che non sarei uscita a mani vuote.

L’interno corteggiava la mia fantasia tanto quanto i titoli in vetrina. Il locale era piccolo, con scaffali ordinati, una scala portava al primo piano dove presumibilmente si trovava il magazzino, ma visibile ai clienti c’era solo una vetrata dietro la quale spuntava il verde di qualcosa di simile ad una  piccola serra casalinga. Il profumo di legno e di carta e il silenzio non deturpato da musichette di sottofondo completavano l’insieme. Insomma, un’atmosfera perfetta per l’entrata in scena di un personaggio garbato e passionale che, come da copione, si sarebbe offerto di accompagnarmi in quel magico mondo. E invece… una laconica commessa, incolore e distante dalla passione quanto la terra dal sole, dopo un buongiorno monocorde e un “quale libro le interessa”, così piatto che si faceva fatica ad intuire il punto interrogativo, mi portava il libro di cui avevo chiesto notizie, leggendomi  paro paro la quarta di copertina.

Una delusione immane!  Eppure, come, a volte, un bel teatro e una storia valida riescono a sopperire ad una compagnia d’attori cani, così un titolo intrigante ed una piccola, antica e profumata libreria, a dispetto di chi ci lavora, mi hanno vista uscire felice e soddisfatta con un nuovo amico tra le mani.

Prato di Natale

L’anno è finito, il solstizio di qualche giorno fa ha aperto le porte all’inverno, nella piazzetta di Marina fa bella mostra di sé uno stilizzato albero di Natale blu ed io tolgo dal letargo estivo il tagliaerba e passo e ripasso nel prato godendo del profumo fresco dell’erba appena tagliata.

Ebbene sì, la primavera in Sicilia ha molto più in comune con le feste natalizie che non con i canonici mesi che la rappresentano. È bastato qualche giorno sporadico di pioggia e un lieve abbassamento delle temperature e, come per miracolo, il battuto di terra arsa e polverosa è diventato un prato (quasi) inglese. È una magia che si rinnova ogni anno, ma quest’anno è più inaspettato del solito. Dopo mesi e mesi d’abbandono, lasciato incolto alla mercé delle torride temperature estive, invaso e colonizzato da tutte le “erbacce” che nessuno si è curato di eliminare è sorprendente vedere ora questi piccoli e teneri fili d’erba spuntare dritti ed ordinati come fosse l’unica cosa possibile da farsi. E allora, come al solito, forse, val la pena trarne una qualche lezione di vita.

La più semplice e ovvia è che la pazienza è una gran virtù perché ogni cosa ha i suoi tempi e i suoi luoghi, così è inutile intestardirsi a volere ciò che non è nel posto e nel momento giusto, come per i prati, così per gli uomini. Un po’ più difficile, almeno per me che soffro di una “lieve” mania di controllo, invece, è pensare che, a volte, la cosa migliore da fare è proprio non far nulla, girarsi dall’altra parte, lasciare le cose come stanno, ignorare sterpaglie e rami secchi, fare un atto di fede incondizionata nell’energia dell’universo, fiduciosi che nel buio e nella profondità della terra e dell’animo umano ciò che è tenero e fresco e buono troverà sempre il modo di spuntare e allietare occhi e cuori di verde speranza.

E siccome il calendario reclama una chiosa augurale non auspicherò un utopico anno da sogno ma bensì che possiamo affrontare le sfide che inevitabilmente incontreremo con la fede e la forza dei piccoli fili d’erba del mio giardino.

Buon anno a tutti.

Dietro il sipario

foto tratta da internet

Nel cuore di Ragusa Ibla, ai piedi del Duomo, c’è una strada, in questi giorni illuminata dalle parole rapite dalle Città Invisibili di Calvino. Nel cuore della strada c’è un palazzo di ottocentesca memoria: quello degli Arezzo di Donnafugata e nel cuore del palazzo c’è un piccolo piccolo teatro. Piccolo davvero, tanto da essere annoverato tra i teatri più piccoli d’Europa, non più di cento posti tra palchi e platea, rosso rubino a fare da padrone negli arredi e porte che si aprono sulla strada, facendo allungare il collo ai passanti sorpresi.

foto tratta da Fellini Magazine

Non c’era posto migliore per tornare a teatro dopo tanto tempo, per respirarne l’inimitabile atmosfera con un’inattesa intimità che l’ha resa ancora più magica. Il chiacchiericcio, i saluti, persone che si alzano per farne passare altre che si siedono, poi le luci che si abbassano, il silenzio che cala all’unisono e il sipario che si apre e lì, sul palco, la magia del racconto.

Ma questa volta, a calcare le scene non c’era solo un artista geniale ma molto altro: l’infanzia e la prima adolescenza della mia primogenita, un moto d’orgoglio bolognese e un amico che non vedevamo da almeno quindici anni.Se tornare a teatro è stato magnifico, tornarci con la sempre giovane ribelle ironia di Alessandro Bergonzoni è stato impagabile.

E, ancora meglio è stato, a fine spettacolo, dietro le quinte, l’istante in cui gli sguardi si sono incontrati e riconosciuti immediatamente, come se il tempo non fosse passato.

Così, se nel cuore di Ibla c’è una strada e nel suo cuore un palazzo, se nel cuore del palazzo c’è un teatro e nel suo cuore un palco, questa volta, “dietro al sipario” (per citare il nome della rassegna che lo ha ospitato), c’è stato un incontro che il cuore l’ha scaldato davvero.

Grazie!

Era stata in mezzo al mare, col motore in avaria, il sole battente, ad aspettare per ore che qualcuno arrivasse a trainarli. Eppure era entrata in porto con il sorriso di chi ha trascorso una giornata d’incanto. “Sono i colori della vita” aveva risposto al mio sguardo perplesso. Al tempo ho pensato semplicemente che fosse un modo di dire per intendere che le cose andavano prese con filosofia, ma non era così. Intendeva proprio quello, letteralmente. Tutto ciò che le accadeva, qualunque ”colore” avesse la giornata poteva averlo proprio e solo perché era viva e questo era per lei sufficiente motivo di gioia. Il destino, avevo poi scoperto, non le era stato propizio e, forse per questo, era così grata all’esistenza. Perché “essere grati di essere vivi” è una frase d’effetto, che riempie la bocca, ma astratta come un postulato di fisica quantistica.

A parole sembra facile, ma abbiamo bisogno di un raffreddore micidiale per essere grati di poter respirare o di un colpo della strega per ringraziare di poterci muovere, di un intervento ai denti per benedire la possibilità di mangiare cibi solidi o di un’afonia per celebrare la capacità di parlare, di una congiuntivite per glorificare il bene della vista, o di un’otite per sorprenderci della magia dei suoni.Ci serve stare chiusi in casa per mesi per godere appieno del sole, del vento, della musica della natura. Ci serve restare da soli per apprezzare l’affetto di chi ci sta vicino.

Abbiamo sempre bisogno di una mancanza per dare il giusto valore alla presenza di noi stessi, degli altri, del mondo. Nella nostra società dove tutto e tutti non fanno altro che sottolineare ciò che manca e mai ciò che c’è, aprire gli occhi ogni mattina ringraziando per ciò che abbiamo, è un’impresa titanica. 

Eppure sarebbe bello non doversi trovare nei guai per riconoscere che essere vivi, sani e circondati da gente che ci ama è una condizione più che sufficiente per affrontare con un sorriso la giornata, gli imprevisti o, come disse qualcuno, tanto tempo fa,   i…colori della vita.

Se solo potessimo fermarci e fare un respiro profondo. Poi farne un altro e pensare quale grazia sia avere un corpo che si nutre d’aria, respira l’ossigeno che rinnova il nostro sangue, porta nei petti dei cuori che palpitano e ci sostengono. Pensare che la Terra è ancora viva si prende cura di noi, che l’erba è ancora verde e agli alberi spunteranno le foglie che poi cadranno a nutrire il suolo. C’è bellezza intorno a noi. Abbiamo le storie di ieri, le sfide di oggi e i sogni di domani. Poi possiamo fare un altro respiro e dire: é grandioso essere vivi in questo momento. Grazie!

(Manitonquat-Gli antichi insegnamenti dei nativi americani)

Tanto gentile e tanto onesta pare…

La donna è una signora di una certa età, capelli sale e pepe e passo agile. Il muro è alto, liscio, di un bianco sporcato dai tubi di scappamento delle auto; potrebbe circondare un giardino inaccessibile agli sguardi o persino un carcere ma le grida allegre di ragazzini fa pensare ad un collegio, una scuola. La macchia color argento sul marciapiede è un involucro di carta stagnola, arrotolato ben bene, una pallina improvvisata caduta dall’alto.

Sul muro spuntano due, tre, poi quattro teste di adolescenti. Guardano in basso con rammarico e disappunto, un rammarico che si trasforma in incredulo giubilo quando la donna, come fosse esattamente quello che era venuta a fare in quel momento su quel marciapiede, si china, raccoglie la pallina, la getta tra le mani protese e continua il suo cammino inseguita da un frettoloso ed eternamente riconoscente…Che gentile…grazie!!!

Ed eccomi qui, a pensare alla gentilezza, questo sentimento così sottovalutato che bisogna scomodare Dante per rendergli onore. Eppure, sarà capitato a tutti di provare quella profonda gratitudine che scaturisce da un gesto inaspettato, da un incontro fortuito: lo sconosciuto che ti fa passare nella fila perchè è evidente che hai fretta e lui può aspettare, la mano che ti indica la strada perchè ti vede in palese confusione, la voce che ti chiama rincorrendoti perché ti è caduto qualcosa dalla borsa…Persone che non vedrai mai più, che non sono tuoi amici, che non avevano nessun motivo per interessarsi a te eppure l’hanno fatto.

La gentilezza è un dono gratuito, non richiesto, una dichiarazione inespressa di fratellanza, esseri umani che non si sono mai visti, che non si vedranno mai più, ma che, casualmente insieme, nello stesso momento, nello stesso posto possono aiutarsi e lo fanno. Sono gesti che costano davvero poco ma lasciano molto più di quel che si pensa, una sorta di pacificazione, di rinnovata fiducia nell’umanità e, magari, una luce di speranza in una giornata particolarmente buia. Sicchè, quando ci capita l’occasione, non lesiniamo una gentilezza, per noi è solo un attimo ma per chi lo riceve è un dono che può scaldare il cuore.

Gemme

Non ci facevo quasi più conto… Era un bastoncino, un po’ scorticato, senza foglie, dello spessore di un mignolo. Fustigato dal vento, sommerso dall’acqua del recente maltempo. Il cartellino indicava ancora che era un pesco ma l’aspetto certo non lo ricordava. Eppure, l’altro giorno, camminando nel prato, con enorme sorpresa, l’ho trovato pieno di gemme. Alla faccia mia e delle mie valutazioni stava facendo quello per cui era nato: si preparava a rispondere all’invito della primavera, si preparava a fiorire. 

La forza della vita è grande e imprevedibile.

Allora ho pensato che dovremmo essere riconoscenti e grati di condividerla con il resto del pianeta, ricordarci che esiste sempre anche quando non ce ne rendiamo conto, anche quando le cose non vanno come dovrebbero; dovremmo vivere celebrandola,  perchè se la legge dell’attrazione è vera, allora è la vita che chiama la vita, la gioia che chiama la gioia, l’amore che chiama l’amore.

Il “mistero”dei trulli siciliani

Ci sono luoghi con un nome così evocativo che, al solo nominarli, suggeriscono alla mente immagini e paesaggi. Così Sferracavallo potrebbe far pensare a verdi campi e atmosfere rurali ma nulla è più lontano dal vero. Il piccolo borgo marinaro, così vicino a Palermo da esserne quasi parte, è intriso di un’ atmosfera mediterranea tra le più autentiche ed intense. Il  porticciolo con le colorate barchette dei pescatori,

i ristoranti con i gatti in impaziente attesa, mentre i cuochi prendono d’assalto pesci e molluschi, l’ acqua trasparente e il profumo della vegetazione che si mischia con quello del mare… tutto è esattamente come ci si aspetta che sia.

Quello che, invece, è inaspettato è il piccolo villaggio di trulli in miniatura che spuntano tra la macchia mediterranea di Punta Barcarello.

Costruiti da non si sa bene chi sono un’attrazione turistica e una curiosità e, insieme ad un’ improbabile sfinge e un piccolo anfiteatro, riabilitano quello che era un avamposto di guardia borbonico.

Ma la trasformazione più lontana dalle sue reali origini riguarda la casamatta del fortino elevata dalla cultura popolare a santuario e vissuta a tutti gli effetti come una cappella, luogo di culto per i caduti in mare, tutt’oggi frequentata e piena di reliquie francamente un po’ inquietanti.

Vigile, sopra la lingua di terra che, dimentica di avvistamenti nemici, si concede, invece, a piacevoli passeggiate svetta il monte Gallo, un imponente profilo di pietra a picco sul mare. Lungo i sentieri della  riserva naturale che prende il suo nome si aprono scorci stupendi

e l’area di sosta che conclude il percorso principale sembra uscita dalle pagine di Robinson Crusoe. Una capanna di legno e foglie di palme ci accoglie e tutt’intorno panche e tavoli improvvisati dove fermarsi a guardare il mare.

Che dire? Un vero piccolo paradiso. Peccato non avere un libro e l’intero pomeriggio a disposizione… Ma se d’inverno il sole cala presto, la luna non tarda a salire. Così, per questa volta ci accontenteremo di goderci questo spettacolo e, come direbbe qualcuno, scusate se è poco…

Gita a Tindari

Gli affezionati lettori di Camilleri riconosceranno immediatamente quello che nelle mie intenzioni non è plagio bensì omaggio ad uno dei racconti del mitico commissario. Fortunatamente, a dispetto del titolo uguale, la mia gita a Tindari non nasconde macabri segreti ma, al contrario, entusiasmanti scoperte.

Il santuario di Tindari sorge su un promontorio a picco sui laghi di Marinello: lingue di sabbia bianca che si insinuano nell’azzurro del mare creando piccoli specchi d’acqua salmastra, spettacolare incastro di linee e di colori. Camminarvi attraverso è un po’ come camminare sulle acque e la vista che si ha dall’alto del colle che li sovrasta varrebbe da sola la gita.

Ma la fama di Tindari non è data dalla spettacolare natura che lo circonda, nè dai resti greci che ne testimoniano gli antichi natali,

bensì dall’icona della Madonna nera che custodisce.

Scolpita in legno di cedro e abbandonata a causa di un’imminente tempesta  da una nave proveniente dall’oriente, viene ritrovata tra l’ottavo e il nono secolo da pescatori locali  a da lì cominciano il culto e le leggende ed i miracoli che le si attribuiscono. La storia è romantica e affascinante e si dipana in altre storie e diverse interpretazioni tra cui quella che la vuole testimone del passaggio della Maddalena in questi luoghi.

L’aspettativa quindi, come immaginerete, è alta, ma l’interno della basilica, sontuoso e incredibilmente ampio non ne è all’altezza. Sospesa tra terra e cielo e circondata da riverberi d’oro la statua, pur bellissima, sembra messa lì solo per soddisfare una nutrita folla di fedeli.

Ne resto un po’ delusa ma, come in un giallo ben costruito, uscendo, scorgo, ad un tratto, su un lato della basilica un’anonima porticina ed un cartello che indica “santuario antico”. L’interno scoraggia la curiosità e la ricerca: una scala moderna, in stile condominio, sembra portare a tutto tranne che a qualcosa d’antico. Eppure, dopo due rampe, col timore d’essere cacciata per violazione di proprietà privata, improvvisamente mi trovo in un cortile, dove si erge, assolutamente inatteso,  il santuario antico, attorno al quale è stata evidentemente costruita la basilica per ottemperare all’aumento numerico dei devoti. 

Il luogo, manco a dirlo, ha tutto un altro fascino: piccolo, ricco di simboli, così nascosto, silenzioso e inaspettato riempie e appaga l’immaginazione. Sicuramente la lignea Signora  trovava tra queste mura una collocazione più consona al suo fascino e alle parole che la rappresentano

…Sono scura ma bella, o figlie di Gerusalemme,

come le tende di Chedar, come i padiglioni di Salomone.

Non guardate se sono scura;

è il sole che mi ha abbronzata;

i figli di mia madre si sono adirati contro di me;

mi hanno fatta guardiana delle vigne,

ma io, la mia vigna, non l’ho custodita…

(Cantico dei Cantici)

Muri

Non so chi di voi ricorda il terzo episodio della saga di Indiana Jones e, in particolare, il momento in cui il mitico archeologo, per salvare la vita al padre, deve fare un atto di fede e camminare nel vuoto che si apre su un profondo precipizio; spinto dall’urgenza e dall’amore filiale farà il fatidico passo per accorgersi di essere in realtà su una strada magistralmente nascosta da un’ illusione ottica.

Bene, qualcosa del genere mi è capitato in questi giorni mentre seguivo “l’uomo delle api”, nostro fidato fornitore di miele, lungo i campi delimitati da vetusti muretti a secco.  

I muri a secco, conosciuti e fotografati dai più, sono un’icona della Sicilia e in generale del sud. Perfino l’Unesco li ha definiti “il più importante modello di organizzazione del paesaggio dell’area del Mediterraneo”, inserendoli nella lista degli elementi dichiarati patrimonio dell’umanità. La loro origine in queste zone viene fatta risalire al 1400 nella contea di Modica, quando il conte Giovanni Bernardo Cabrera Aragona, indebitatosi con il fisco,  fu costretto a vendere alcune sue terre e a frazionare il feudo rimasto in tanti lotti, delimitandoli manualmente con i nostri muretti. Ma, al di là della loro origine pragmatica, la meraviglia di questi muri è l’equilibrio perfetto che li sostiene, l’incastro magico tra le pietre che li tiene in piedi senza bisogno di nessun collante o malta se non il reciproco sostegno, il che ci impartisce  tra l’altro una lezione morale di indubbia utilità…Senza contare l’abilità degli scalpellini e degli intagliatori che trasformavano pietre irregolari in tessere magicamente compatibili.

Ma, come si sa, l’ammirazione per  l’ingegno umano non ha limite, così mentre stavo guardando questi splendidi ricami di pietra perdersi nei campi, cieca come Indiana Jones, in realtà non ho visto un insolito e geniale particolare. Quasi invisibile se non si sa cosa cercare, sulla parete del muro è comparsa una scala, un susseguirsi di quattro cinque gradini che un tempo serviva per agevolare il passaggio da un campo all’altro. Sorpresa ed entusiasta l’ho voluta subito mettere alla prova e, mentre, divertita, salivo e scendevo lei, mimetica ed invisibile ad uno sguardo distratto, testimoniava perfettamente  sia l’ingegno dell’uomo che…la sua cecità.