Torre Ligny

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Torre  Ligny è uno dei miei luoghi preferiti. Restaurata di recente, con risultati discutibili  a detta dei trapanesi, a me sembra comunque bellissima. Sorge nell’estrema punta occidentale di Trapani  e la storia racconta che fu eretta durante la dominazione spagnola della Sicilia per ordine del principe di  Ligne. All’interno un piccolo museo ma soprattutto la possibilità di salire sul tetto e godersi il panorama, sapendo d’essere su quella linea immaginaria che sulla carta geografica segna l’inizio del Mar Tirreno.

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Tutt’intorno alla torre c’è un piccolo camminamento a strapiombo sulle rocce e, nei giorni di maltempo quando é preso d’assalto dalle onde, con le spalle a ridosso del muro della torre e il vento in fronte, sembra d’essere in un faro in mezzo al mare.
Ci sono poi i giorni di scirocco forte e allora la linea di confine immaginaria diventa realtà perché al di qua e al di là di questa piccola lingua di terra il mare passa da tempestoso a calmo, come se un muro invisibile dividesse le acque.
Ma lo spettacolo più bello é il tramonto quando la torre diventa meta di turisti con macchina fotografica e cavalletto, di fidanzati con occhi a forma di cuore, di vecchietti che si godono il lento discendere del sole chiacchierando a volte, un po’. Quale scenario migliore, quindi, per una firma da lungo attesa e per il ritorno degli amici più cari di Daniela?

Tra gli scogli, ai piedi della torre, Sara e Ghare

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e, sul tetto, la Zia, con la zeta maiuscola, che, se è stata beffata dal tempo visitando Erice con una nebbia e un freddo degni di un autunno padano, si è ampiamente rifatta esordendo con un battesimo a vela timonando di bolina a 20 nodi!!

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Ze buc is on ze teibol

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Tutto è cominciato con uno sconsiderato acquisto di panelle quando, pensando di avere sette, otto ospiti a cena mi sono ritrovata con qualcosa tipo un centinaio di frittelline di ceci e tre persone a tavola. È così che, presa dallo sconforto e anche un po’ dal desiderio di dar prova della ben nota ospitalità italiana, ho  invitato ad unirsi alla nostra cena un equipaggio inglese appena approdato al marina.
Fin qui tutto bene. Il gruppo era formato da pimpanti pensionati in procinto di attraversare l’Atlantico, diretti ai Caraibi.
” È il regalo che mi faccio per i miei 60 anni” ha dichiarato l’unica donna della ciurma ed io ho sperato in cuor mio di arrivare a quell’età, magari non con la stessa idea, ma senz’altro con lo stesso spirito.
Per tutta la cena sono stati di una squisita e britannica simpatia.
Britannica appunto…
Io studio inglese dalle scuole medie, ciclicamente mi infilo in qualche corso o scarico qualche suggestiva applicazione o mi compro un “utilissima” rivista in lingua…insomma, diciamo che l’inglese fa parte dei miei tentativi, per così dire, culturali.
E, infatti, a tavola con i suddetti britannici…non capivo un’ acca.
Il gentil consorte a scuola ha studiato francese, mai fatto corsi, nè letto riviste, nè scaricato applicazioni. Termini inglesi conosciuti: titoli di film, di canzoni e termini tecnici che hanno a che fare con moto, aerei o diavolerie simili…
Bene, ci credereste? Per cause assolutamente imperscrutabili non solo capiva tutto ma lo capivano anche i britannici in questione. E passi che con tre sostantivi e un verbo rigorosamente all’infinito riuscisse a raccontare aneddoti, ma quando ha concluso la descrizione di una persona con un “is …timid ” e tutti i presenti hanno perfettamente capito, io ho gettato la spugna.
Non ce la posso fare: da domani studierò cinese!!

Saluti

La settimana che é passata è stata ricca di firme nel registro degli ospiti.


Al posto d’onore ( per motivi facilmente comprensibili…) Silvia ed Emilio dall’Olanda. Per Emilio era il primo viaggio in Italia ma in pochi giorni è riuscito ad assaporare un bel po’ di “italianità”: cibo, clima, cordialità, vestigia antiche sopra e sotto il mare e anche una lunga veleggiata nelle vesti di timoniere attorno alle Egadi.

Peccato solo che il tempo sia passato troppo in fretta…

 Meno fortunate Raffi e Santina che sono riuscite a scegliere il week-end più freddo e piovoso di maggio. Unica consolazione, avere una buona scusa per tornare.

Ultimi ad arrivare ed ultimi a partire i più giovani: Ilaria e Jeky che tornano cotti dal sole di oggi. Qui impegnati in una partita a briscola Italia-Olanda dagli amici del “Vicoletto “.

Un arrivederci a tutti!

Foto di gruppo

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La domanda è questa. Cosa ci fanno nella stessa foto Silvia, venuta a trovarci dall’Olanda con il fidanzato, le compagne di classe di Daniela, i professori con relativi coniugi e una mia carissima amica in visita con una sua collega?
La risposta è: una serata piacevolissima, dove si mangia un’ottima pizza d’asporto, si chiacchiera del più e del meno e si mette in scena, alla fine, uno show siculo-olandese dove si improvvisano esibizioni di canto, ballo, imitazioni e dove, a dispetto della lingua, Emilio ( nato tra tulipani e mulini) riesce a fare il prestigiatore davanti ad un pubblico coinvolto e divertito che cerca d’insegnargli il siciliano.

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A dirla tutta, se ci fosse stato da pagare un biglietto, l’avrei fatto volentieri.
E la cosa più bella è che non c’era proprio nessun motivo per mettere in piedi tutto ciò se non la poco credibile scusa che la scuola sta per finire. In realtà una sola cosa muove tutto ed è il piacere di stare insieme.
Io non sono così ingenua nè così fortunata da poter pensare che la vita non ci riservi momenti difficili, persino drammatici.
Per questo credo che non siano mai troppe le scuse per stare bene insieme agli altri. E che l’unico accumulo sensato di questo mondo sia quello della felicità.
Perché, se la fortuna ci girerà le spalle, saranno proprio le ore liete trascorse con gli amici, con la famiglia o, perché no, con persone appena incontrate, a darci la forza d’aspettare saldi che la fortuna giri ancora…

A proposito di case

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Il fatto di vivere in barca e non avere rimpianti per il mattone non mi ha ancora tolto la capacità d’apprezzare il fascino delle belle case. La casa in questione è quella dei nostri amici Dario e Maria e di fascino ne ha da vendere. É una villa nell’entroterra, circondata da un parco che appaga anche la più esigente voglia di verde: aranci, limoni, piante grasse, gelsomini che riempiono di profumo la veranda…mentre nel prato spicca la chiazza azzurra della piscina. All’orizzonte il mare con la sua prepotente personalità, mentre qui la campagna sembra assecondarlo con una quiete silenziosa e profumata. In una serata praticamente estiva, con una luna piena che sorge, ammaliata dal profumo dei fiori di zagara, il nostro entusiasmo d’ospiti é equamente diviso tra il luogo incantevole

e i piatti spettacolariimage che Maria mette in tavola.

A voler a tutti i costi trovare un punto debole si cade, per forza, sulla fatica e il tempo necessari ad accudire un luogo simile. E forse, proprio in preda a questi ragionamenti, mi sono imbarcata (in senso non solo figurato) in quelle comunemente dette “pulizie pasquali” del mio piccolo nido.
Ecco, piccolo appunto, ma non così piccolo come credevo.
Il bello (e il brutto) delle pulizie “grosse” della barca è che sono proprio grosse.
Se i metri quadri di una cabina fanno scappar da ridere anche alla più piccola delle camere da letto tradizionali, è anche vero che a nessuna massaia verrebbe in mente di scoperchiare il pavimento e passare l’aspirapolvere sotto alle piastrelle o di pulire con la spugna pareti e soffitto…
Insomma, siccome è piccolo, quando si pulisce si pulisce proprio tutto e, in pratica, ci si trova in un campo di battaglia con materassi rovesciati e sentine aperte ma, alla fine, è tutto come nuovo.
E allora, anche se l’oretta ipotizzata, risulta almeno triplicata,image si può esser soddisfatti e riderci su.

Volta la carta…

 

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Da frequentatrice della riviera romagnola, non sono nuova alle località trasformiste e così non sono rimasta troppo sorpresa quando, allo scoccare del primo maggio, Trapani è diventata …altro…

Complici il ponte sul calendario e un tempo strepitoso, la grande macchina della cosiddetta “stagione” si è messa in moto: pullman turistici parcheggiati lungo le strade principali, gruppi di riconoscibilissimi stranieri disseminati per il centro storico, tavolini e musica fuori dai locali, la voce metallica degli altoparlanti dei traghetti che annunciano la partenza,  le cene all’aperto nella terrazza del marina e le granite, scomparse in inverno,image

che tornano a far gola…

 

È in questo clima estivo che riapro con piacere il registro degli ospiti con la firma di Enzo e Marina che, a parte una Cantina Florio, sorprendentemente chiusa (!), sono riusciti in 4 giorni a vedere e a…gustare  il meglio dei dintorni.

Ed eccoli qua, sul pontile davanti a Cautha, dopo la griglia in terrazza, ad inaugurare la prima foto in notturna.

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ORE 11 GRADI 20

 

Fantasia biologica

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Una delle cose che preferivo fare con i miei alunni era inventare: storie, personaggi, animali immaginari.
Loro erano bravissimi e divertenti ma se la fantasia ( benedetta fantasia) è così forte e radicata in noi, almeno fino a quando non ci “ammaliamo” e diventiamo grandi, la natura è una maestra nell’indicarci la strada.
Ma dico, provate a pensare di dover spiegare ad un alieno cos’è, per esempio, una giraffa…tanto per restare nel semplice…Un essere a macchie con quattro arti, un collo spropositato, due piccolissime orecchie e lo sguardo un po’ ebete che mangia foglie con una lunga lingua…
Ecco!
È che noi siamo abituati, ma quando capita di incontrare animali mai visti prima, l’assoluto fantastico estro della natura ci sorprende ancora.
Questa mattina mentre, come al solito, mi guardavo intorno, ho visto strani “oggetti” galleggiare sull’acqua. Piccoli, piatti, blu, con una specie di protuberanza trasparente.
“I soliti infami ignoranti che gettano plastica in mare” ho pensato.
Carte di caramelle, contenitori usati di lenti a contatto… cosa fossero non era proprio chiaro, finché un incontro più ravvicinato mi ha chiarito che erano esseri viventi!
Di colore e forma decisamente improbabili!
E dopo un salto virtuale su Wikipedia so che hanno un nome: Velella Velella, meduse non urticanti, a forma di barchetta, che grazie alla “vela” trasparente galleggiano sull’acqua, spinte dal vento…
Che dire?
“Stranalandia” è un libro che adoro ma, forse, un biologo marino potrebbe essere all’altezza del Benni migliore.

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Battesimo

Vent’anni fa, una domenica come tante altre, un paesino di provincia e un amico di mio marito, Mauro e la sua passione per la vela.
La prima volta che salimmo su una barca fu con lui e non fu un battesimo facile.
Era inverno e a Marina di Ravenna faceva un freddo cane, di quei freddi nebbiosi che solo la nostra riviera sa regalare!
Di quella prima uscita in mare ricordo poco.
Ricordo che, arrivati in porto, mi trovai davanti ad un barchino in cui stentavo a credere avremmo potuto stare in quattro. Ricordo che  Mauro in qualche incomprensibile modo riusciva a  navigare tirando “corde” e manovrando “strani marchingegni”. Ricordo la sensazione inconsueta di essere su un mezzo che andava senza far rumore. Ricordo che non sapevo mai dove mettermi per non essere in mezzo.
Ricordo il vento e il freddo nelle ossa (oggi so che eravamo vestiti da inconsapevoli turisti metropolitani).
Ricordo che mi sembrò tutto molto strano, bagnato, scomodo e divertente.

Il tempo passa, le strade si dividono, non ci si vede quasi più…

Vent’anni dopo, Mauro è qui. Per lavoro. E ci é venuto a trovare.
É diventato uno dei più accreditati periti nautici conosciuti. Noi abbiamo comprato una barca e ci siamo anche andati a vivere. Le corde le chiamo cime e i marchingegni hanno un nome. Ci sono stati altri inverni freddi e nebbiosi ma sapevo come vestirmi ed é diventato tutto abbastanza consueto, decisamente più comodo e ancora divertente.
Chi l’avrebbe mai detto?
Immaginare il futuro è davvero uno spreco di fantasia, la vita ne ha sempre più di noi.
E così oggi il mio registro degli ospiti, porta la firma della prima volta… vent’anni dopo…

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Lo Zingaro

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Pensate ad una rigogliosa flora mediterranea, palme nane, ginestre, lecci, felci, ciclamini, orchidee…una composita vegetazione verde e fiorita, rigogliosa, a far da contorno a semplici sentieri in terra battuta.
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Pensate a sette chilometri di costa a picco su un mare dai mille toni di blu.
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Pensate a calette di sassi bianchi, lambite da acqua caraibica.
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Pensate a percorsi tracciati per esplorare questo paradiso solo ed esclusivamente col ritmo dei passi.
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Pensate a case di pietra trasformate in piccoli musei.
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Pensate a tavoli e pergole per godersi un picnic degno di un resort cinque stelle.
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Pensate a tutto questo, aggiungeteci un ingresso a pagamento (5 euro ben spesi) e l’assoluta impossibilità di raggiungere la meta con mezzi pubblici ( e questo, invece, disturba un po’) e otterrete la Riserva naturale orientata dello Zingaro che si estende tra San Vito Lo Capo e Scopello. Ieri, con uno scooter a noleggio, per la già citata impossibilità di utilizzare un autobus o qualsiasi altro mezzo pubblico, ne abbiamo avuto un piccolo assaggio.
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Abbiamo percorso per metà circa il sentiero costiero, il più battuto e più turistico dei tre presenti, ma è stato veramente meno di poco. Resta da percorrerlo fino in fondo. Restano i sentieri che si inerpicano su per la montagna. Restano le grotte, i borghi e i bagni nelle acque cristalline. Un paradiso a portata di mano a cui non mancheremo di tornare.

Il profumo del sedano

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Era una degustazione di vini dilettantistica, se mi passate il termine. Con i miei amici Claudio e Veruska giocavamo a riconoscere i vini. O meglio, loro che di mestiere sono enologi, li riconoscevano. Noi facevamo patetici tentativi alla ricerca di profumi e sapori ben nascosti ai nostri sensi. Quando, annusando un calice mi dissero:“ Senti assomiglia al profumo di sedano…” vi assicuro che pensai che il sedano che portavo a casa dal supermercato, avvolto nella plastica trasparente, non aveva mai avuto un profumo. Caso mai un vaso sentore di verde.
Ovviamente mi sbagliavo.
Ecco, questa è una delle cose che ho imparato.
Profumi e colori qui sono talmente intensi da non riuscire ad ignorarli. Tagliare un’arancia, affettare un finocchio, pulire le fragole diventano operazioni inebrianti. Non esagero. Provate a farvi una limonata ben nascosti all’interno della barca e dal pontile vi giungeranno le voci degli amici: “Una anche a me…!”
Cucinare con questa materia prima è una questione di naso e i profumi sono l’antipasto del gusto. Vere e proprie essenze comparabili per intensità solo ai colori. Giallo, verde e rosso sono il giallo, il verde, il rosso dei pastelli dei bambini, così carichi che sembrano dipinti. E il colore primario che manca è il blu del cielo, blu vero, non azzurro sbiadito e alla sera diventa della stessa tonalità della carta del cielo del presepe, quella con le stelle disegnate color oro…
La mia amica Erika è un’artista. Indossa vestiti colorati, ha i capelli asimmetrici e borse gigantesche piene di ogni cosa. Gioca con molta serietà con i bambini e scova il piccolo grande artista che è in ognuno di loro. I sensi sono gli strumenti che suonano insieme e io che ho avuto il grande piacere di assistere al suo lavoro, mi dico che se l’arte trae davvero nutrimento dalle sensazioni, da questa terra ebbra e appagante non possono che nascere capolavori.
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I Misteri

 

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“Nessun dorma” potrebbe essere a giusta ragione la parola d’ordine di questa processione, una delle più antiche e la seconda più lunga d’Italia. Comincia alle due del pomeriggio del venerdì con l’uscita dei gruppi sacri dalla Chiesa delle Anime del Purgatorio, per concludersi la bellezza di ventiquattro ore dopo con l’entrata dei gruppi nella medesima chiesa.
In entrata e uscita si esegue ” l’annacata”, una sorta di ondeggiamento dei portatori che produce l’illusione del movimento delle statue stesse.
I gruppi sono 18 a cui si aggiungono i simulacri di Gesù morto e di Maria Addolorata.
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Venti scene  che rappresentano i momenti della passione di Cristo, realizzate con statue di legno e cartapesta, fissate su supporti di legno (vare),  portati a spalle per tutto il giorno e la notte da una quindicina di uomini ( l’espressione di sofferenza intravista sul volto di qualche portatore probabilmente non derivava solo dalla spiritualità dell’evento…).
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Ogni gruppo scultoreo é affidato per tutto l’anno e, a maggior ragione durante la processione, ad un “ceto”: i salinai, i pescatori, i sarti, i fornai, i naviganti e ognuno fa di tutto, come é facile intuire, per fare miglior figura.
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Al seguito di ogni vara una banda che intona musiche tristi e solenni.IMG_5968

Lungo le vie, in piedi, seduta su sgabelli improvvisati, affacciata alla finestra, c’è tutta la popolazione di Trapani, famiglie intere, bambini, nonni, ragazzi, coppie, nonché una discreta quantità di turisti.IMG_5972

Per strada addobbi, ambulanti, transenne: un misto di sacro e profano dove alla musica solenne fanno da contraltare i venditori di palloncini e noccioline americane. L’insieme, folcloristico di giorno, diventa decisamente suggestivo di notte.

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E se con la luce del sole è l’aspetto della tradizione che la fa da padrone,
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di notte, accanto alla processione illuminata, convive una sorta di pacifica movida.
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Noi facciamo i turisti, con le macchine fotografiche e il sacchettino di panelle (frittelle di farina di ceci) calde. Gironzoliamo fino alle due di notte nelle piazze e nelle strade stracolme di gente, tra devozione sincera e incurante divertimento. Quando ci arrendiamo al sonno, lasciamo una città ancora brulicante di vita e i Misteri ancora a metà strada…
Davvero, per un giorno all’anno, a Trapani, nascosta tra le note solenni delle bande, si insinua la romanza di Puccini…nessun dorma…

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Tre piccoli eventi

Oggi, tre piccoli eventi da ricordare.

N.1
Rimasto finora in fondo ad un gavone, strategicamente nascosto, oggi ha fatto la sua prima apparizione. È riapparso per una buona causa: da qualche giorno c’è uno splendido sole che rende proibitivi i pantaloni lunghi e quelli corti, riesumati dai sacchetti sotto vuoto dove erano stati riposti,sarebbero stati importabili anche per i “stile casual estremo”. Così l’oggetto diabolico ha fatto la sua comparsa e, così piccolo e indifeso com’è, mi ha fatto quasi tenerezza, se non che la sua fuoriuscita ha coinciso con l’annuvolarsi del cielo e la sua dipartita, se così vogliamo chiamarla, con il ritorno del sole…! Non preoccupatevi, però. Se le cose stanno così…sgualcita tutta la vita!

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N.2
Seconda puntata del gemellaggio siculo-emiliano. Questa sera tigelle da parte emiliana e genovesi fatte dalla mamma di Martina da parte siciliana (favolose!) con le compagne di classe di Daniela. Questa volta abbiamo avuto modo di conoscerle un po’ meglio e la prima impressione è ampiamente confermata: sono ragazze dai modi deliziosi e di una rara ed esuberante simpatia. Mai riso tanto ad una cena con adolescenti!!

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N.3
Si riapre finalmente il registro degli ospiti con due amiche di Daniela, in visita da Bologna. Sono arrivate nonostante varie vicissitudini e una notte in bianco e il registro è qui che le aspetta. Era da un po’ che mancavano firme nuove. Ecco quindi Giulia ed Arianna, sedute proprio dopo di me

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Le Scinnute

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Avrò avuto sì e no 8 anni e adoravo curiosare nella libreria paterna.
Tra i vari libri, i miei preferiti erano dei volumi del Touring Club, che al tempo mi sembravano enormi. Erano suddivisi per categoria e quello che sfogliavo di più si chiamava “Folclore”.
Tra le foto in bianco e nero di riti e tradizioni regionali, una in particolare mi colpiva ogni volta: c’erano uomini affaticati che sorreggevano statue tristi, in mezzo ad una folla di persone.
Che fosse una foto proprio dei Misteri di Trapani non lo so. Ma… a quasi a mezzo secolo di distanza, venerdì assisterò di persona se non proprio a quello ad un evento molto simile a ciò che tanto aveva colpito la mia immaginazione infantile.
La processione dei Misteri si celebra a Trapani da 400 anni ed è ancora fortemente sentita dalla gente della città, che ne va molto fiera. Per avere un’anteprima, se mi passate il termine, siamo andati alle Scinnute. Tradotto, significa discesa e consiste nella discesa, appunto, di uno dei gruppi scultorei che andranno in processione, dalla cappella in cui è normalmente situato, fin nel centro della chiesa. Il rito si ripete 18 volte, una per ogni gruppo, in giorni diversi, fino all’ultimo venerdì di quaresima, quello, appunto, al quale abbiamo assistito.
L’atmosfera era quella di un giorno di festa: tanta gente con una sorta di sobria allegria contenuta. C’erano girandole colorate, ma la banda intonava noti grevi e solenni; c’erano bambini e ragazzi compiti, sinceramente coinvolti e, dentro la chiesa, le statue erano illuminate a giorno, le panche occupate da donne e uomini in attesa della funzione, qualche turista scattava foto e l’odore dolciastro di mille fiori recisi riempiva l’aria.
Non allegro come un matrimonio, non triste come un funerale, in effetti, consono a ciò che rappresenta.
Non sono avvezza a riti simili e non ho mai partecipato ad una processione in vita mia ma devo dire che questa ”anteprima” mi ha sinceramente incuriosito. Aspetto venerdì, quando le statue verranno portate in processione per tutta la città, dal primo pomeriggio fino al sabato mattina, per tutta la notte; una notte in cui pare nessuno dorma. E allora, in attesa di vivere il seguito… A venerdì prossimo!

Coincidenze…ancora!

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Questa ve la devo proprio raccontare.
È l’ennesima messa in scena della “Compagnia delle Coincidenze”, che ci accompagna dalla partenza.

Prologo
Un anno fa, circa di questi tempi, mi ritrovo a partecipare ad una di quelle cene che riunisce vecchi amici che non si vedono da vent’anni. A dispetto dei miei pregiudizi in merito, la serata risulta davvero molto, molto piacevole. Tra i tanti anche Donatella, l’amica “della porta accanto”,  con la quale avevo trascorso interi pomeriggi, l’una in casa dell’altra…

Atto I
Un anno dopo.
Aeroporto di Trapani. Volo per Bologna. Fila per l’imbarco. Davanti a me una ragazza con lo zaino rosso. Chiacchiere di rito.

Atto II
Un paio di giorni dopo.
Aeroporto di Bologna. Volo per Trapani. Fila per l’imbarco. Davanti a me la ragazza con lo zaino rosso.
“Ma guarda, che coincidenza! Ci siamo viste all’andata, vero?”
“Eh, sì, mi pareva un viso conosciuto… Siciliana o bolognese?”
“Bolognese…trasferita da luglio.”
Sguardo che dice: potrebbe…ma no…impossibile…
“Ma…non è che per caso vivi in barca e hai un’amica che si chiama Donatella…ero con lei ieri sera…”

…!!!…

Che dire? Stupore, incredulità e poi applausi a scena aperta per l’ennesima rappresentazione, riuscita alla grande!

Mollo tutto

imageÉ stato uno degli slogan più usati nelle nostre interviste, una delle frasi più ripetute da chi ha conversato con noi; ci sono siti e programmi così intitolati e… non mi è mai piaciuto.
Adesso ho capito perché.
In questi giorni sono stata a Bologna per quella serie di questioni burocratiche e organizzative che restano prevedibilmente incollate ad una città nella quale si é vissuto per una cinquantina d’anni.
Sono stata in centro, sventrato da lavori stradali ma sempre splendido e ricco di voci straniere, segno, forse, di un turismo ritrovato; sono stata nel mio paese, dove gli alberi sono già in fiore e le primule spuntano nel sottobosco, nel mio giardino e nella mia casa, irriconoscibile ma in procinto di diventare qualcosa di bellissimo; sono stata nella mia scuola, nella mia aula, tra i gessetti, i quaderni, i disegni colorati che sono ancora dove sono sempre stati; sono stata con i miei parenti, i miei amici, i miei colleghi, i miei alunni, magari non con tutti quelli che avrei voluto ma con molti. E sono stata bene. Ed era ancora tutto emotivamente mio, senza ex. Tanti bei ricordi, senza nostalgia.
Cosa si molla?
Si molla una pentola che brucia, un fidanzato possessivo, un appiglio a cui non si ha più la forza di restare aggrappati, ma la mia pentola emanava un piacevole tepore, il mio fidanzato mi faceva ridere e appesa a quell’appiglio avrei potuto starci ancora a lungo.
Cosa si molla, allora?
Quando cambiare é una scelta e non una fuga non si molla proprio niente.
E quel che si lascia non si lascia mai del tutto
e quel che si trova non sostituisce quello che c’è già,
semmai aggiunge,
aggiunge solo nuove note alla canzone della vita.

L’estate incantata

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Ci sono luoghi belli a prescindere.
Sono belli in cartolina, nelle foto del telefono, persino nelle descrizioni degli amici, al ritorno dalle vacanze.
Ci sono scorci di paesaggio che sembrano creati apposta da una mano benevola per essere inquadrati o interpretati da una reflex o da un pennello.
E poi ci sono luoghi che, per qualche arcano mistero, assorbono, trattengono e custodiscono il tempo.
Nella strada che conduce a Bonagia, poco prima di arrivare al porto, dopo una lieve salita, c’è un tornante. Si affaccia su una scogliera, circondata di macchia meditteranea; è annunciato da pini marittimi e seguito da un piccolo limone che sfoggia i suoi frutti in un cortile abbandonato. Nessuno si ferma a fotografare e non c’è nelle cartoline di Trapani, ma lì, proprio lì, si è fermata la mia estate.
E non parlo di un’estate in particolare ma di quell’insieme di sensazioni appaganti, di promesse, di ebrezza che circonda la stagione più attesa dell’anno.
Dovessi soffrire improvvisamente d’amnesia, mi basterebbe percorrere quel breve tratto di costa per rivivere tutte le estati della mia vita: il dondolo di ferro sotto i pini del paesino in collina, il sentiero scosceso per raggiungere la spiaggia invasa di tende, la moto parcheggiata accanto ad un’osteria greca, in mezzo al nulla; e poi il camper profumato di caramella per i giocattoli di gomma delle bimbe, sparsi ovunque, e la barca, naturalmente, e le notti in rada.
Non sono ricordi, quelli imprigionati nel tornante, ma sono emozioni intatte, come appena nate, inviolate dal tempo, intrappolate nello spazio d’una curva.
Anche con la musica succede, a volte; con i profumi, con i sapori e, ai grandi, con un vino color del sole…

Vino di dente di leone.
Parole che significavano estate. Il vino era l’estate catturata e messa in bottiglia…
Guardalo attraverso quel vino il giorno d’inverno e la neve si scioglierà sull’erba e gli alberi saranno ripopolati d’uccelli, e foglie e fiori si apriranno di nuovo come un continente di farfalle che volano nel vento.
Guardaci attraverso e il cielo, da plumbeo, diventerà azzurro.
Tieni l’estate in una mano, versala in un bicchiere; cambia stagione, nelle tue vene, portandoti un bicchiere alle labbra e mandando giù un sorso di estate.
(Ray Bradbury – Dundelion Wine)

Letture incaute

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Fu qualcosa di formidabile e di fulmineo, come l’improvviso frantumarsi di una fiala di collera. Parve esplodere tutto intorno alla nave con un tuono travolgente e un impeto di enormi ondate, quasi che una diga immensa fosse crollata sopravvento. In un attimo gli uomini perdettero il contatto gli uni con gli altri. É questa la forza disintegratrice di un gran vento: isola gli uomini dai propri simili…li attacca come un nemico personale, cerca di afferrarne le membra, si getta sulla loro mente, si sforza di porre in rotta il loro stesso coraggio.
( Conrad – Tifone)

Pessima idea, decisamente pessima.
Leggere “Tifone” alla vigilia di un allarme meteo é stato quantomeno imprudente, per lo spirito s’intende, perché la natura se ne infischia delle umane letture, incaute o meno.
E infatti il vento annunciato é arrivato puntuale.
Ieri sera, aiutati da Cristian (un ottimo marinaio, di quelli che amano le barche come fossero esseri viventi di una specie protetta) abbiamo legato Cautha come un salame e oggi si balla, ma non in modo drammatico.
La cosa curiosa di questa città, o forse di tutte le città di mare, è che per le vie del borgo ( di scolastica memoria…) il vento è bandito. Per quanto imperversi e scalpiti nelle acque del porto, é costretto ad arrendersi di fronte all’esercito compatto dei muri delle case. Nei stretti vicoli del centro storico neppure un refolo scompiglia i capelli. Solo, in alcuni punti, dove trova una falla, girato un angolo, tra due case, dà sfogo a tutta la sua rabbia repressa e frustrata. Con raffiche violente, allora, piega le palme, spazza le strade, mina l’equilibrio degli inconsapevoli passanti. Ci ricorda che anche se ci sentiamo al sicuro, anche quando non lo vediamo e non lo sentiamo, lui è là, fuori, e pretende l’umiltà e il rispetto che, con lui, tutta la natura merita!

Aria

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Leggero come l’aria…
Già! Ditelo a questa bandiera.
Due mesi fa aveva tutti e tre i suoi colori al posto giusto e i contorni ben delineati. Sventolava fiera sulla ringhiera del marina. Ed ora, eccola qui: i venti che si sono accaniti su di lei (e che ci hanno fatto passare un paio di notti insonni) l’hanno ridotta a brandelli.
Non ci avevo fatto caso, sotto la pioggia incessante di questi ultimi tempi, ma adesso, col sole, fa un po’ pena, senza il suo rosso, mutilata e stanca.
La leggerezza dell’aria può diventare devastante, ma oggi, finalmente col cielo terso, il vento è tornato un amico e anche noi abbiamo incontrato un nuovo amico, in carne ed ossa, però. Luigi, una “conoscenza da blog”, ci è venuto a far visita per qualche chiacchiera davanti ad un caffè.
Una delle cose che più mi piacciono ( ormai dovreste saperlo…)sono gli incontri, le persone che ci attraversano la strada e che a volte proseguono un po’ con noi.
E da quando siamo partiti sono state tante: prevedibili, inconsuete, sorprendenti, comuni, straordinarie…
Un’umanità eclettica, con poco o niente in comune, tranne…la capacità di raccontare.
Gente che ha qualcosa da dire, storie da condividere. E ascoltarli, per me inguaribile lettrice, é come sfogliare libri d’avventura: la tragedia del marinaio che perde un ragazzo in mare, il romanzo rosa di chi sbarca per amore, il ragazzo di buona famiglia che snobba il “posto fisso” per girare il mondo, la stunt-woman che sventa uno scippo, placcando il malvivente, il ragazzino di quindici anni che costruisce una Dune Buggy con pezzi di recupero e poi…
storie di mare, di tempeste, di pesche miracolose, di paradisi perduti, di scelte che acquistano il loro senso solo guardandole dal futuro…
Ci sarebbe materiale per decine di romanzi, ad essere scrittori veri, ma mi consolo, perché in un mondo così pieno di parole, ma di parole così spesso vuote, anche solo ascoltare diventa un privilegio e un lusso farlo con piacere.

“Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”
(Barricco-Novecento)

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Finalmente il sole!

 

Singing in the rain

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Se avessi cantato sotto la pioggia in quest’ultimo periodo, quasi sicuramente sarei pronta per Sanremo. Qualcuno potrebbe obiettare che non ci vuole poi molto, ma il fatto resta: siamo in Sicilia e piove da un mese.
La pioggia non rende la vita particolarmente comoda a nessuno ma diventa veramente fastidiosa in barca: bisogna trovare un posto dove fare sgocciolare le giacche fradicie senza allagare le cabine, togliersi le scarpe nel pozzetto diventa un’operazione da fachiri… e amenità simili.
A consolarmi c’è (incredibile per chi mi conosce) la spesa quotidiana. Ho sempre detestato far la spesa (non a caso il mio frigorifero e la mia dispensa erano la prova inconfutabile dell’esistenza dell’antimateria ), ma qui c’è un’abitudine meravigliosa.
I fornai sfornano pane per tutto il giorno!
Entrando in un forno alle sette di sera si è certi di uscirne accompagnati dall’esortazione:
“Attenzione che brucia!!”.
Prima d’ora il pane caldo era solo un ricordo della mia infanzia. Nello sperduto paesino in cui passavo l’estate il pane bisognava ordinarlo e alle undici veniva consegnato alla bottega tuttofare del luogo. Il compito di portarlo a casa toccava allo stuolo di ragazzini villeggianti e locali a cui appartenevo e che si assiepavano a quell’ora davanti al mitico “bottegone”. Resistere alla tentazione di una pagnotta calda é difficile sempre, impossibile a 14 anni e i sacchetti arrivavano nelle rispettive abitazioni molto più leggeri di quando erano stati presi in consegna.
Il pane appena sfornato é un’opera d’arte: ha un caldo colore dorato e quando si spezza, per un attimo, il vapore che fugge dall’interno ne confonde i contorni. Scalda le mani e scricchiola piacevolmente sotto i denti. Il profumo,fragrante, è l’anticipazione del gusto: più o meno salato ma sempre con un retrogusto dolce, croccante al primo morso, nasconde una mollica morbida e umida. Sembra fatto apposta per appagare tutti i sensi.
Così, sotto l’acqua torrenziale di questi giorni, comprare il pane quotidiano diventa una faccenda tutt’altro che sgradevole e non vedo l’ora di rispondere al fornaio: ” Grazie, non si preoccupi, farò attenzione…”.

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Quando S.Valentino coincide col carnevale…

Se una ammette la propria “amnesia da ormeggio”, questo è il regalo di S. Valentino che deve aspettarsi😂😂😂

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