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Il valore delle cose

L’olivo è da sempre uno dei miei alberi preferiti. Mi piacciono il suo tronco nodoso e contorto e le sue foglie sottili e appuntite. Mi piace la macchia verde della sua chioma che si tinge d’argento ad ogni colpo di vento e mi affascina la sua storia antica. Albero millenario, simbolo di pace, è coltivato da sempre sulle coste di tutti i paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, una sorta di segno di riconoscimento di tutti i popoli del Mediterraneo che ne traggono olive e olio per la gioia del palato. 

Ed ecco il punto in questione. È tutto in quel “traggono” che fino a qualche giorno fa era pura accademia. Una semplice parola che istantaneamente collegava mentalmente l’immagine dell’albero con quella dell’oliera sulla tavola. Ma a cambiare le carte in tavola è giunto l’invito di un amico a partecipare alla raccolta e così quel semplice verbo si è trasformato in una serie inaspettata di azioni, dando al tutto ben altro spessore.

Ed ecco, quindi, il nostro “traggono” dipanato in una lunga sequenza.   

Punto primo:  Potare (se non è già stato fatto, come succede nelle aziende “vere”) l’albero dai rami secchi o da quelli troppo alti per potervi lavorare, poi pulire (se non è già stato fatto, come succede nelle aziende “vere”) il terreno sotto l’albero e stendere la rete e… 

Pettinare” i rami per fare cadere le olive e…

Raccogliere la rete e…

Versare le olive nella cassa e spigolare le olive rimaste sul terreno, in comoda posizione genuflessa e…

Versare di nuovo le olive nella cassa e… 

ricominciare con un altro albero e un altro ancora finché, alla fine, si devono portare tutte le casse al frantoio dove inizia un’altra lunga sequenza di fatti. 

Le olive vengono separate dalle foglie,

lavate e frantumate (da cui il nome frantoio) creando una specie di impasto.

Questa pasta d’olive viene poi raffreddata e rimescolata lentamente (il nome tecnico è gramolatura)

Infine il tutto viene centrifugato per ottenere finalmente l’olio che, a quel punto, può essere ancora filtrato per ottenere un prodotto più stabile. 

Ed ecco fatto! La magia è compiuta! 

E di magia davvero si tratta anche se la bacchetta magica non c’entra. Volendo essere sincera devo ammettere che il fascino dell’esperienza è stato direttamente proporzionale alla fatica…e, credetemi, è stato molto, molto affascinante. Il mio più grande rispetto va alla gente che di questo vive. Io non credo ripeterò l’esperienza ma so che ogni volta che guarderò una bottiglia d’olio su uno scaffale o su una tavola imbandita vedrò attraverso la sua verde trasparenza il tempo, la fatica, gli uomini, le macchine, la cura e il rispetto che contiene e saprò quello che vale.    

Il paese col cappello da mago

Leonforte è un piccolo paesino al centro dei Monti Erei, molto vicino ad Enna, uno dei tanti gioielli seminati all’interno della Sicilia. Queste le coordinate reali, ma quelle non meno vere che solleticano l’immaginario ci portano direttamente nel regno di Oz. Dall’alto del belvedere di Villa Branciforti si può vedere la valle accucciata lì sotto e le colline intorno ad abbracciarla, le case vicine le une alle altre che si tengono per mano per non scivolare di sotto e il cielo a portata di mano.

Se, affacciati al muretto del belvedere, vi guardate ben bene intorno, vedrete, tra i tetti, spuntare sulla cima di un campanile un colorato cappello da mago. È ben mimetizzato, ma ad uno sguardo attento non sfugge la sua inconfondibile forma.

Poco lontano, in fondo alla valle, sorge un edificio bizzarro, che altro non è che una fontana monumentale.

La Gran Fonte (o Granfonte), voluta da Placido Branciforti, ovviamente principe (che in una fiaba, insieme al mago non può mancare…) ha 24 cannelle come le ore del giorno. Si narra, inoltre, che il regale, capriccioso come narrazione comanda, si fosse fatto costruire il palazzo che porta il suo nome con 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno.

Utilizzata da sempre dalla popolazione,

la fonte, adesso, è un’attrazione turistica e lo scenario ideale per foto di gruppo, sempre che si trovi qualche volontario disposto a scattarla.

All’ appello manca ancora, però, la protagonista di ogni fiaba che si rispetti: la bella principessa. In questo caso non ha trecce bionde e occhi azzurri ma una polpa zuccherina e succosa.

Si tratta della pesca di Leonforte, che, ignara del suo destino, da metà giugno in poi viene nascosta e protetta da un sacchetto di carta, pesca per pesca, ramo per ramo, fino al giorno del suo risveglio.

Ed è ad ottobre, appunto, il suo momento di gloria.

Durante la sagra della pesca è la regina incontrastata: cassette di frutti appena colti, pesche sciroppate, marmellate e, intorno a lei, a festeggiarla, il paese intero e tanti pellegrini venuti da lontano.

Tra questi anche noi, invitati da un gruppo di fantastici e giovanissimi ragazzi, conosciuti quest’estate a Marina. Fieri scudieri del loro regno, preparati e disponibili, ci hanno incuriosito prima e accompagnato poi per le strade del loro paese e nelle sale del suggestivo museo multimediale, dedicato al pittore leonfortese Liardo. All’entrata del museo, nato e gestito dalle loro giovani ed entusiastiche menti, si legge: ” Un popolo che non ha memoria dei propri artisti, è un popolo che non ha memoria di sé”

Di certo noi ci ricorderemo di questo artista girovago ed eclettico ma soprattutto ci ricorderemo di loro, dell’amore per la terra in cui vivono, del loro impegno, della loro passione e del loro magico paese dove i campanili calzano cappelli da mago.

Dagli Appennini all’ Etna

In questi anni moltissimi amici sono venuti a trovarci, la stragrande maggioranza “volando”. Qualche coraggioso ha sfidato le lunghe distanze che lo separavano dal profondo sud in sella ad una moto e qualche altro ha caricato la propria auto su un traghetto ma mai nessuno ha dato prova di coraggio come Claudio e Laura. Attesi ospiti ormai da anni, credo abbiano subito la pressione dell’imminente cambio di rotta. Decisi, quindi, a non lasciarsi sfuggire l’ ultima occasione di conoscere Cautha hanno snobbato aerei, moto e auto per imbarcarsi in un avventuroso viaggio in…

Ora, da quando queste lunghe tratte sono diventate, per così dire, di pubblico dominio, ho sempre pensato che 18 ore di strada (in andata e altrettante al ritorno) in compagnia di un’umanità sconosciuta fossero, sì abbastanza vicine all’idea di girone dantesco, ma anche, restando in campo letterario, il palcoscenico ideale per la trama di un racconto. Laura non è scrittrice ma architetto e in quanto ad ispirazione è attrezzata nel migliore dei modi. Se, camminando su una spiaggia tra i tronchi abbandonati dalla mareggiata, è riuscita a immaginare oggetti d’arredamento stupendi, (http://keraecodesign.com) magari riuscirà a trovare qualche spunto artistico anche in questo viaggio apparentemente diabolico.

Per noi, a prescindere da tutto, resteranno sempre degli eroi e, anche se il meteo inclemente e il loro soggiorno davvero brevissimo ci hanno impedito di uscire in mare, non possiamo che essere più che lieti e onorati della loro visita.

Benvenuti ragazzi!

Le “Colpe” dei bambini

Il pianoforte è bianco e lucido, elegante e discreto nella sala d’aspetto dell’aeroporto. Non è più una novità. Da qualche tempo l’idea di lasciare uno strumento a disposizione di chi attende il proprio volo è diventata di moda e il cartellone lì accanto sottolinea la bella iniziativa.

L’idea mi piace e spero che qualcuno tra i tanti presenti abbia voglia di condividere la sua passione, perché pare impossibile che tra tutti non ci sia nemmeno un “ pianista”. Così, quando due bambinetti di otto, nove anni si avvicinano mi preparo a godermi con benevolenza qualche semplice brano da amatori alle prime armi.

L’illusione dura poco. I due in totale disaccordo e in netta competizione si gettano sui tasti, pigiandoli a casaccio a piene mani, un dito alla volta o con improbabili e cacofoniche scale. Tempo qualche secondo e il fastidio sonoro è insopportabile. Gli spettatori si agitano sulle seggiole, più di uno sguardo cerca gli adulti a cui appartengono i sacrileghi senza risultato. Un omone grande e grosso con sembianze da vichingo e una cuffia sulle orecchie, evidentemente non sufficiente, lancia occhiate come dardi. I bimbetti vanno e vengono dal pianoforte intervallando momenti di impagabile silenzio ad attimi di devastante rumore.

Approfittando di un attimo d’assenza un distinto signore si avvicina al piano, sembra mosso da urgenza, come fosse costretto. Posa il suo corposo libro lì accanto e comincia a suonare. Note e melodia escono dal bianco strumento. I volti si distendono. Una signora posa il libro che stava leggendo e si gode sorridendo la performance… Troppo breve! Pochi minuti e il pianista se ne va. La speranza sottintesa dell’intera sala d’aspetto è che gli infanti abbiano capito la differenza ma, ahimè, tutto ricomincia come prima.

Mi ritrovo a sperare che l’omone perda la pazienza, della quale non sembra così ricco e agisca con l’autorità che il suo fisico possente gli concede. E invece è un distinto signore di una certa età che prova un’ estrema contromossa. In uno degli attimi di silenzio si alza e cala il coperchio sui tasti. Al mio sguardo di ammirata riconoscenza per quella che penso sia un’ abile mossa risponde con un sussurrato ma non per questo meno valido: “E che c…”

Pochi istanti dopo, ignaro dell’avvenuto, uno dei bimbetti si lancia all’attacco ma si blocca di fronte all’ostacolo inatteso e corre dal padre a chiedere spiegazioni. Ci siamo, mi dico. L’adulto, finalmente consapevole, gli spiegherà il rispetto degli spazi pubblici, la bellezza della musica, la differenza tra un gioco e uno strumento… e invece…Il babbo si avvicina e, gongolando per il ruolo d’eroe che sta ricoprendo, risolleva il coperchio consegnando ai pargoli il balocco rubato.

La signora, che ha smesso di sorridere da un pezzo, si tuffa nel suo libro staccando i contatti dalla realtà, noi e il distinto signore dalla colorita imprecazione ci alziamo e cerchiamo un posto il più lontano possibile. L’omone se ne era già andato…

E mi dispiace di aver sperato in una sua decisa reazione…” I bambini vengono educati da quello che gli adulti sono…” diceva Jung. Me ne ero dimenticata: non è mai colpa loro!

Questione di sogni

L’altro giorno, per puro caso, mentre ero intenta a faccende che, se la barca fosse una casa si direbbero domestiche, ho sentito, senza vederne le immagini, la pubblicità di un’auto. C’era una voce fuori campo che ricordava ad una persona presumibilmente adulta che delusione sarebbe stata per il suo “io adolescente”  vedere come sarebbe diventato da grande…delusione per tutto, tranne, ovviamente, per l’auto, l’unico sogno, a quanto pare, che il fortunato guidatore era riuscito a raggiungere nella sua vita.

Un pensiero agghiacciante!

Eppure, per vendere un prodotto, gente che di mestiere convince altra gente, dà per scontato che la vita porti ognuno di noi lontano anni luce da ciò che era, da ciò che amava fare, persino da ciò che amava mangiare…e forse è così. Forse è la verità della statistica, dei  grandi numeri, della maggioranza.

Ma per fortuna la realtà, a volte, va in direzione ostinata e contraria (cit. De Andrè) e non tutti dimenticano se stessi nelle pieghe del tempo.

La coppia di sconosciuti che qualche sera fa ballava tra i tavoli di una drogheria non ha dimenticato ciò che era e non l’hanno fatto i commensali, seduti ai tavoli, che tenevano il ritmo al suono di vecchi vinili suonando bicchieri e coperchi e nessuno dei presenti che cantava e si divertiva come faceva da ragazzino.

Festa in valigia a Delicatessen

Non hanno dimenticato se stessi quelli che sanno emozionarsi e ridere e parlare con gli sconosciuti, quelli che amano il loro lavoro, anche se non è quello che pensavano di fare a dieci anni, quelli che cercano sempre qualcosa da imparare anche se sono “arrivati”, quelli che con gli amici di un tempo ci stanno bene come un tempo anche se non si vedono quasi mai. 

Marco e Natalia in visita.

Non hanno dimenticato se stessi quelli che sono rimasti curiosi come bambini, quelli che non si accontentano della prima risposta, quelli che vogliono capire, quelli che fanno progetti soffiando sulla torta di compleanno. E poco importa se le candeline sono venti, sessanta o ottantanove perché, in fondo, è molto semplice. 

Non c’è un’età dei sogni, ma solo sognatori. 

E i sognatori sognano da sempre e non riusciranno a smettere mai,  perché i sogni non hanno fine

e i sognatori non hanno età. 

Metronomi

tic tac 

tic toc tac

toc toc tic

I metronomi, colorati e in fila, oscillano implacabili. Segnano tutti lo stesso tempo, ma sono partiti in momenti diversi sicché, coerenti con se stessi ma dissonanti gli uni dagli altri creano un ritmo che ritmo non è. Carlo Ventura (il papà teorico del nostro approccio alla salute) parla di musica, di cellule, di vibrazioni, di consapevolezza, di società e, naturalmente dell’esperimento coi metronomi .https://youtu.be/UMqDkqisK-Q

Così, mentre questi  continuano imperterriti a tenere ognuno il proprio tempo, io penso che questa confusa e disordinata cacofonia non è ciò per cui sono stati creati.

È questione di un attimo e poi un’ assonanza di pensieri giunge inaspettata.

Mozart, che alla precisione dei metronomi aggiungeva un genio fuori dal comune, ci sembra nato per essere ciò che stato, ma quanto hanno pesato l’autorità e la “tirannia” di suo padre per il talento che ha regalato al mondo? Senza di esse  il giovane Amedeo avrebbe trovato ugualmente la sua strada? E sarebbe stata quella? E se avesse fatto altro, il mondo sarebbe stato privato del suo incanto ma lui sarebbe stato più o meno felice? 

E il dirigente d’azienda che sognava di fare l’allenatore di calcio ha trovato la sua strada o l’ha persa?

E, più semplicemente, noi riconosciamo davvero ciò che sappiamo fare meglio? Ascoltiamo i nostri talenti o li temiamo? Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la strada o dobbiamo incamminarci  in direzioni sempre nuove per trovarla? E quante strade abbiamo? Una, quella con la s maiuscola, o tante?

Beh, forse non sono dilemmi così comuni ma certo sono domande che qualunque educatore si è fatto ed io, anche se ora sono lontana dai banchi, continuo a farmi domande e ancora a non trovare risposte certe.

Ma i metronomi non hanno dubbi sul quale sia il loro scopo.La piattaforma elastica su cui sono posati li ha in qualche misterioso e meraviglioso modo portati ad oscillare ad un ritmo che non avevano prima, così qualcuno ha rallentato, qualcun altro accelerato e adesso “guardano” all’unisono a destra e a sinistra, suonando come uno strumento perfettamente accordato… sviluppando delle armoniche che da soli non avrebbero mai avuto…

tic tac

tic tac

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Quelli che…

Ci sono quelli che, camminando fianco a fianco al mare sferzato dal vento, non hanno nulla per proteggersi se non un profondo e rancoroso disappunto… e quelli che non hanno occhi che per il bianco e potente fascino delle onde vaporizzate nel cielo.

Lungomare Marina di Ragusa

Quelli che, con la valigia preparata per un giorno di sole,  reagiscono ad un cielo grigio con invettive e lagnose lamentele…e quelli che scoprono sotto le nuvole percorsi alternativi e luoghi nascosti.

S. Vincenzo Ferreri

Quelli che in un’aiuola incolta vedono terra e gramigna…e quelli che vi scorgono una rossa e allegra invasione di papaveri.

Quelli così presi dalle loro aspettative che non riescono a vedere altro che ciò che manca …e quelli così presi dalla vita che non possono che vedere tutto ciò che c’è.

Musicanti a Ragusa Ibla

Quelli con i quali la condivisione di luoghi, momenti, amici è solo un mero esercizio di cortesia…e quelli con i quali diventa non solo un piacere ma anche motivo d’orgoglio e di riscoperta, quasi fosse di nuovo la prima volta.

Piazza Hodierna

Ci sono quelli  come tanti…e quelli come Giorgia, Paola e Pietro.

Benvenuti di cuore ragazzi nel nostro registro degli ospiti!

Sogni

Come di consueto sono i piccoli gesti che introducono grandi eventi. Sicchè è dal divieto di parcheggiare auto e moto all’interno del porto e dalle panchine spostate ai lati della strada che si è annunciata la regata di Laser a Marina di Ragusa. Per i non addetti ai lavori il Laser è una piccola barca a vela, utilizzata dalle regate amatoriali fino alle competizioni olimpiche e a Marina si è svolta la seconda tappa dell’Italia Cup Laser.

Tutte le manifestazioni sportive mi hanno sempre affascinato ma quelle che hanno la natura come scenario e primo avversario ancora di più. In questi giorni di gare il porto è rinato a nuova vita, tutto un brulicare di giovani atleti, un vociare allegro, file infinite di barchini sui carrelli, la strada piacevolmente intasata dai Laser che aspettavano di scendere in mare.

Con l’acqua a mezza gamba lo staff di supporto, tutto africano, brillava d’orgoglio mal celato, mentre aiutava la discesa in acqua e riponeva i carrelli in matematico ordine. 

Dalla piazza sopra il porto scendeva il brusio  dei commenti dei crocchi di passanti, tutti fermi col telefonino in mano a scattare foto da postare agli amici. E poi, dopo il via, lo spettacolo si è spostato in mezzo al mare, calmo e amichevole per l’occasione, regalando agli occhi dei passanti un piccolo turbine di vele bianche. Un’atmosfera davvero di festa!

E in mezzo a tutto ciò, mi si è insinuato un pensiero estraneo, un articolo letto da poco su Internazionale sul cosiddetto “dream gap” il divario che separa le bambine, a partire dai 5 anni, dal loro pieno potenziale. Un po’ come dire, secondo gli studi citati, che ,fin da piccolissima, una bambina pensa di non poter ottenere grandi traguardi nella vita. È una ben triste affermazione ma ciò che ho visto qui  è stato spirito di collaborazione, una mano che aiuta l’altra nello spostare le cose, nell’infilarsi la muta…e poi la grinta e la determinazione prima della partenza e sana e rispettosa competitività che sfuma in amicizia quando è tutto finito. E l’ho visto sui volti dei giovani atleti, tanti ragazzi e, ebbene sì, tante ragazze, uniti nello spirito, nella passione e nelle aspirazioni.

E questa volta, più del solito, mi è sembrato bellissimo.

Volta la carta

Prima di essere una bellissima canzone di De Andrè “Volta la carta” è una filastrocca popolare che accosta verso dopo verso concetti molto distanti, uniti tra loro dalla rima e dal lento adagio…volta la carta.

Anche nella vita a volte accade che cose completamente distanti siano unite da gesti, da suoni o da luoghi.

Per esempio tutti accosterebbero un nastro trasportatore al lavoro o tutt’al più ad una visita guidata in qualche azienda del territorio

e invece,

quando il principale dell’azienda è un appassionato musicista può succedere che tra bancali e macchinari si improvvisi un concerto con tanto di maestro di violino, ristorazione (leggi grigliata) e pubblico di ogni età. È un uomo che “volta la carta” ma non solo.

E ancora, tutti accosterebbero ad una semplice bottega o “putia”, come si chiama da queste parti, una spesa salutare  o la cucina del territorio

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foto di Delicatessen da Instagram

e invece

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Roxi dei Born It in abiti tradizionali malesi

può diventare il palcoscenico di una festa, una “Festa in Valigia” che dalla Sicilia sbarca in Malesia , con tanto di musica e cibo tradizionale

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I Born It in concerto

mentre i muri per l’occasione vengono nobilitati a supporti per un’inedita mostra fotografica. 

È una squadra che “volta la carta” ma non solo.

Quello che unisce queste ed altre situazioni simili è l’entusiasmo, la voglia di fare, di condividere, di coinvolgere, una voglia che ho trovato qui, in questa terra, più che altrove ma che, comunque, per sua natura non ha né patria né età.

Quindi, non importa quanti anni avete né dove siete, perché se volete giocare con me non avete altro da fare che continuare…

C’era una fabbrica col cancello aperto,

volta la carta e si vede un concerto

un concerto in una bottega onesta

volta la carta e si vede una festa

una festa…. 

 

 



Nella vecchia fattoria…

Sorpresa mattutina

Icarìa è nata. Dopo un paio di falsi allarmi, qualche mattina fa, accoccolato sulla paglia abbiamo trovato un fagottino di pelo bianco e nero. Un lieto evento per noi di…famiglia perché, benché il papà Icaro (da cui il nome) non ci sia più,  conosciamo molto bene il papà adottivo per averlo trasportato per 70 km sul sedile posteriore di un’ utilitaria dall’allevamento fino a casa…

Passeggero bizzarro…

Sto parlando di capre, tibetane per l’esattezza, il che però non spiega cosa abbiano a che fare questi simpatici animali  con una barca a vela. È difatti opinione comune che l’amore per il mare fugga da tutto ciò che è terrestre e stabile. E invece, sebbene i contesti siano completamente diversi, il respiro della natura ha lo stesso ritmo in acqua e in terra e  vivere rispettandolo,  in una malga, in una fattoria o in una barca non è poi così diverso. Lo testimoniano diversi amici che da navigatori si sono trasformati con ottimi risultati e grande soddisfazione in gente di terra a tutto tondo. E anche noi, sulla nostra rotta abbiamo incrociato una piccola e folcloristica fattoria di un amico, di cui seguiamo le vicende, l’ultima delle quali è appunto la nuova nascita.

inutile specificare che da buona cittadina non avevo mai visto un capretto di poche ore, nè del resto avevo mai raccolto le uova nel pollaio, nè arance, olive o limoni direttamente dall’albero. Insomma il mio contatto con la terra si limitava al mio piccolo giardino e a qualche vasetto di peperoncino e basilico. Sicchè, a ben vedere, questa scelta di vita rischia di portare a galla più che la mia anima da marinaia, quella da contadina…

Decisamente un aspetto imprevisto, lontano anni luce da qualsiasi pronostico precedente alla partenza di 4 anni fa. Ma se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che, per quanta fantasia si possa mettere nell’immaginare il futuro, la vita ne ha sempre di più. Così, non metto limiti al destino e… se arriverò a mungere latte di capra ne sarete prontamente informati…!

Icarìa con la mamma

 

Pantalica

L’impressione è quella di trovarsi in una specie di far west nostrano, circondati da canyon e da vegetazione selvaggia.

Il millenario scorrere del fiume Anapo ha creato queste gole, gli inaccessibili altopiani che le sovrastano e le rive appena accennate del fiume che scorre sotto le ripide pareti.

Luoghi strani e certo non comodi per far nascere insediamenti eppure, molto prima della venuta dei Greci, popolazioni locali sono fuggite dalle coste e dal mare e si sono rifugiate qui, alla ricerca di un’ estrema difesa. Da cosa o da chi non ci è dato sapere per certo ma poco o nulla è rimasto dei loro villaggi.

Invece, per qualche bizzarro disegno più geologico che divino, le loro necropoli sono rimaste intatte attraverso i secoli. Le pareti scoscese sono bucherellate come groviera da una moltitudine di piccole grotte scavate a beneficio dei defunti.

Circa 5000 tombe si aprono nella roccia creando una scenografia che non ha più nulla in comune con cowboy e indiani ma che è di una suggestione unica.

Dichiarato sito Unesco, la necropoli di Pantalica si lascia corteggiare dai visitatori . In queste giornate invernali però il sito è deserto e percorriamo sentieri, affrontiamo guadi

e ci intrufoliamo nelle grotte

in completa sintonia con l’ambiente.

E se i più avventurosi ( e giovani…) tra noi progettano di tornare  con tende e sacchi a pelo per una notte “primitiva” a me è bastato questo breve e diurno tuffo tra  boschi e rocce per immaginare e rivivere quell’emozione profonda e selvaggia che più di duemila anni fa deve aver accompagnato le anime degli antichi scultori di questi luoghi.

Pantalica muore e rivive nella sua culla.
Un alveare di case e tombe sulla montagna.
Dorme nel sogno il trofeo della vita…

(Santi Martorino – Le Muse di Pantalica)

 

 

Visite d’inverno

Il telefono emette il trillo usuale di WhatsApp portandoci le notizie che attendevamo.

“…Qui in hotel ci hanno accolto come Colombo di ritorno dalle Americhe…”

È Alberto che con la sua consueta ironia ci comunica la sua posizione attuale. 
Finalmente, infatti, dopo molte promesse e un tentativo fallito per causa di forza maggiore, quest’anno Alberto e Patrizia sono riusciti a venirci a trovare e lo hanno fatto in compagnia di una nostra vecchia fiamma: la moto.
Accompagnati da un benevolo meteo che ha dispensato generosamente giornate di sole e cielo terso ci hanno raggiunto per trascorrere insieme un po’ di giorni e tutto è andato veramente benissimo finché, proprio con l’ avvicinarsi della loro ripartenza, il novello anno non ha deciso di ricordare a tutti che l’inverno era già cominciato. Niente di drammatico s’intende, la temperatura notturna non è scesa mai sotto i 5 gradi, ma per i locali dal sangue mediterraneo questo è paragonabile alla notte artica.
Sicchè, posso immaginare l’effetto che avranno fatto i nostri due centauri allo sbigottito oste che li ha visti arrivare incuranti della temperatura e delle previsioni minacciose. incerto tra una incommensurabile ammirazione e una altrettanto smisurata commiserazione, avrà comunque optato per fare gli onori del caso ai nostri eroi senza macchia e senza paura.
Onori che, scherzi a parte, si meritano perché va detto che in moto, come in barca, le condizioni meteo sono tutt’altro che ininfluenti e, anche se sono trascorsi diversi lustri, io ho ricordi ancora molto vividi di mani congelate, tute zuppe d’acqua e miraggi stradali di stufette e caminetti.

… Noi qualche lustro fa…


Così, con cognizione di causa e spirito cameratesco, oltre che amichevole, non possiamo che augurarci che il tempo sia clemente e consenta ai nostri amici un confortevole ritorno.

Buon viaggio ragazzi e benvenuti nel registro degli ospiti!

 

 

 



Caccia all’intruso: finale

Ci siamo.Domani è Natale. Le “finestrelle” sono quasi tutte aperte; siamo arrivati, per così dire, alla resa dei conti.

Sono rimasti in lizza un verde pascolo e una torre.

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Il primo è uno dei tanti prati che si snodano lungo le colline, a poca distanza dal mare. Qui le mucche pascolano tutti i giorni, placide ed incuranti del meteo e del passaggio dell’uomo.

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La seconda è una torre, o meglio, ciò che ne rimane, appartenuta un tempo ad un grande castello. Tipico fortilizio medievale fu attivo ed abitato nel Medioevo e dall’alto dominava il paese che andava nascendo ai suoi piedi.

Una delle due immagini è stata scattata una ventina d’anni fa, quando le creature erano ancora piccole, in Cornovaglia; l’altra un mese fa, durante una gita fuori…porto con la zia Monica e Silvia (già grande).

E la foto che segue non lascia dubbi su quale appartenga alla Sicilia

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Silvia sulla torre di Buccheri

Ebbene sì, i resti sono quelli del castello di Buccheri, quella che fu definita “la più formidabile fortezza della Val di Noto”. Ora di formidabile sono rimaste solo poche pietre ma il luogo è comunque suggestivo e la vista spazia sul paese, sulla piana di Catania fino al mar Ionio, rendendo evidente il motivo che ne ha decretato la costruzione proprio qui.

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È dall’alto di un castello, quindi, che finisce questo inusuale calendario dell’avvento e, che abbiate indovinato o meno, resta il fatto che la Sicilia nasconde paesaggi davvero inaspettati.

Così, per finire in bellezza, vi lascio con un’ultima immagine “fuori gara”

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Vista per sbaglio, sollevando lo sguardo su un muro di una casa di Monterosso Almo mi ha catturato per le sue parole, sbiadite sulla pietra ma non nello spirito e ora mi sembra il modo migliore per augurare a voi tutti

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Caccia all’intruso: terza eliminazione

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Il lago appare dall’alto della strada e sembra niente più che un piccolo bacino artificiale dalla forma allungata e irregolare, come il braccio di un fiume, ma, passate poche curve, eccolo che riappare adagiato in una larga conca e ancora dopo e dopo ancora altre nuove forme contengono le acque del fiume.

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Il lago di Santa Rosalia è un lago artificiale formatosi dalla costruzione dell’omonima diga sul fiume Irminio ed è uno dei più ampi della Sicilia. Circondato da colline boscose ha sponde frastagliate e piccole numerose insenature. Il luogo è frequentato dai pescatori, (che vi trovano carpe di dimensioni imbarazzanti…) evidentemente solo nel fine settimana perché la stradina che ne costeggia le rive è deserta. La pace regna sovrana e mentre flora e fauna condividono la quiete con fioriture delicate, garrire d’uccelli e fruscii tra l’erba la presenza dell’uomo è ridotta ai resti delle abitazioni di un tempo, semi sommerse dall’acqua.

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La mia immaginazione emiliano romagnola lo immagina con canoe che si spostano leggere e biciclette a noleggio lungo il percorso ma il sole primaverile a dispetto del calendario, il silenzio, i profumi e le piccole increspature sulla superficie dell’acqua lo rendono un piccolo paradiso privato e, con una buona dose di egoismo, penso che la cosa migliore sia goderselo alla “siciliana”…

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Lasciandovi liberi di immaginarlo come lo preferite…resta comunque il fatto che siamo in Sicilia e l’intruso è ancora a…piede libero fino alla prossima settimana.

    

 

Caccia all’intruso: seconda eliminazione.

Ed eccomi qui ad aprire la seconda finestrella di questo “calendario dell’avvento settimanale”

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Questa volta le foto svelate sono due, accumunate dalla vicinanza chilometrica, entrambe ai lati della stessa strada, a qualche curva di distanza l’una dall’altra.

La strada in questione collega Monterosso Almo con Buccheri, due piccoli borghi non troppo distanti da Ragusa anche se appartenenti a due diverse province e si snoda in un paesaggio sorprendente, che poco o nulla ha di siculo.

 

IMG_4795Siamo sui Monti Iblei, e ci inoltriamo tra i boschi e i prati di Monte Lauro, vulcano ormai spento, spuntato dal mare in un passato lontanissimo. Della sua antica origine marina resta poco e niente, ora ci sono boschi di conifere e pascoli verdissimi, pinete e vento che fa suonare gigantesche pale eoliche riempiendo l’aria con vibrazioni potenti e profonde.

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Se abbiamo lasciato la spiaggia  in maniche di camicia qua dobbiamo correre ai ripari e chiudere la giacca a vento e calcare bene la cuffia sulle orecchie. Nulla ricorda il clima mediterraneo e quando all’improvviso appare il gigantesco complesso di antenne paraboliche il salto nel tempo e nello spazio sembra realtà. Si tratta non di una fantasiosa stazione extraterrestre ma della stazione RAI più a sud d’Italia, nata nel febbraio del 1957, e gestita, allora, da personale che  veniva rigorosamente dal “nodde”.

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Adesso di misterioso resta solo il suggestivo impatto visivo, il volo dei rapaci che vi girano intorno e la forte somiglianza con… altrove…che ha probabilmente indotto in errore molti di voi. 

Così non vi resta che provare di nuovo tra le tre rimaste e attendere la prossima località svelata.

 

Sorpresa

Amo i misteri. Adoro le sorprese.
Da bambina Nancy Drew era la mia eroina (le femminucce della mia età ricorderanno la protagonista dei “Gialli per Ragazzi”) e i cancelli chiusi hanno sempre fatto volare la mia fantasia.
Ebbene, una delle prime cose che ho apprezzato di questa terra è stata proprio la sua capacità di sorprendere, il suo nascondersi e svelarsi diversa e unica dietro ogni curva, oltre ogni collina.
Qui poche decine di chilometri nell’entroterra diventano un vero viaggio nel tempo e nello spazio, tanto da domandarsi se si è sul serio dove si sa d’essere.
Così, per giocare un po’ con voi vi lascio con queste immagini. Una sola non appartiene alla Sicilia, ma quale?
Provate ad indovinare, ma non abbiate fretta: come nei migliori gialli il mistero sarà svelato nella prossima “puntata”.

I colori del mare

 

Il mare, sempre blu nei disegni dei bambini, è invece un costante mutare di colori, di umori e mai simile a se stesso.
C’è il mare allegro che conosciamo tutti, quello delle cartoline, delle ferie spensierate, attese e rimpiante;
c’è il mare schiumante adrenalina delle competizioni: l’uomo contro l’uomo e l’uomo contro la natura, sfida e avventura;
c’è il mare  autorevole, scuro e profondo che chiede umiltà a chi l’attraversa e quello romantico, tinto del rosso del  tramonto.
E  poi, sconosciuto ai più, c’è anche il mare del lavoro, della fatica, delle reti troppo leggere, delle notti troppo fredde e il mare del buio e della paura che non riesco e non posso immaginare.
Una paura che resta negli occhi, annidata, arrotolata tra i ricordi come un’infida serpe. E non bastano un lavoro e lo scorrere sereno del tempo per dimenticare e vincere. C’è bisogno d’altro.
C’è bisogno di tempo, di forza e di coraggio e c’è bisogno di persone, di persone sincere, di persone vere, di rispetto e di affetto.
Se si trovano, se si ha la fortuna d’incontrarli, allora può darsi che il vento sia uno zefiro delicato, le onde un lieve ondulare e il cielo un benefico calore; allora può darsi che i sorrisi si allarghino, i ricordi svaporino un poco e il mare risplenda dei colori dell’amicizia.

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Ciccio, Silvia, Sulay, Andrea e Luca

Andata e ritorno

Le anime nomadi non conoscono ritorni. Le loro sono eterne partenze, continuo divenire, viaggio e scoperta.
È l’eccitazione del primo passo che le guida, il bisogno di andare… dietro la curva, al di là della collina, oltre il capo…
E se capita di ripassare in qualche luogo   (che  la terra è pur sempre tonda) rivedere volti amici è un piacere che ha una data di scadenza.
Altrove, volti sconosciuti attendono d’avere un nome e il loro mondo ancora ignoto ha il brivido dell’imprevisto e il fuoco dell’avventura e nulla può esserne all’altezza.

Le anime stanziali non conoscono partenze. I loro sono solo allontanamenti, brevi parentesi, un battito di ciglia su qualcosa d’altro.
È la nostalgia che le guida, il piacevole languore di staccarsi un breve istante per godere ancor di più di ciò che appartiene loro da sempre.
E il ritorno è di gran lunga il momento più bello.
La serenità del mondo a cui appartengono e che hanno contribuito a costruire, colmo di memorie calde e rassicuranti non teme rivali.

Io non sono né l’una né l’altra o, forse, un po’ dell’una e un po’ dell’altra e amo l’eccitazione delle partenze quanto il conforto del ritorno.
Le cime che legano la mia “casa” e che mi rendono libera di spostare la mia vita sciogliendo un nodo mi tengono anche stretta, come radici idroponiche, alla terra che ha volti amici e profumi, colori, luoghi conosciuti.
Così, dopo solo (direbbe un’anima nomade) poco più di mille interminabili (direbbe un’anima stanziale) miglia, la familiare sagoma del faro di Punta Secca all’orizzonte mi accoglie a braccia aperte come un amico fedele.

Siamo tornati a casa .

I doveri dell’estate.

immagine tratta da internet

Pomeriggio inoltrato. L’ora degli arrivi. Una delle tante barche s’avvicina. Un lui e una lei a bordo.
Anche ad un occhio distratto l’atmosfera a bordo non sembra delle migliori. C’è nell’aria una cappa di tensione che traspare da ogni movimento, da ogni esclamazione.
Lei armeggia coi parabordi, lui timona nervoso. Non sono il ritratto della felicità. E anche a motore spento e, come dire, a giochi finiti, seduti nel pozzetto sembrano due estranei, vagamente annoiati.
Ma ecco, il miracolo! Appare lui, l’incontrastato re dell’estate: lo smartphone, e tutto cambia.
Gli sguardi si fanno vigili, si guardano intorno alla ricerca dell’inquadratura migliore…che si veda il tramonto…mi raccomando. I volti si animano, spuntano sorrisi che chissà dov’erano sepolti fino a un attimo prima. I due si avvicinano, si abbracciano, sembrano sposini novelli in luna di miele. E l’epilogo è inevitabile: un selfie con tutti gli attributi.
Corretto giusto un po’ per rendere il blu più blu e accompagnato dalla didascalia di rito caratterizzata da almeno tre punti esclamativi, sarà presto pronto per essere postato. Testimonianza doverosa per amici, parenti, colleghi di quanto sono fortunati, di quanto si stanno divertendo. Peccato che, repentino come un fulmine, tutto torni in un attimo come prima.
Indecisa tra l’essere divertita o profondamente sconsolata, mi sento di dispensare un consiglio. Se siete non dove vorreste essere, se state lavorando, se soffrite il caldo lontano da luoghi di villeggiatura e rosicate davanti a istantanee blu a trentadue denti, beh, lasciate un po’ di spazio nella vostra mente al beneficio del dubbio.

Incontri marini

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Un vento particolarmente benevolo sospingeva la barca sulla giusta rotta. Le coste italiane non erano più in vista, quelle greche non ancora. Certo la meta non distava giorni e giorni ma comunque, intorno, c’era acqua soltanto. L’uomo e il mare possono essere uniti da sentimenti diversi e opposti: inquietudine, timore, solitudine ma anche orgoglio, sfida, eccitazione, aspettativa. Un mix di tutto ciò credo sia presente in tutti quando intorno c’è solo blu. Le proporzioni possono variare a seconda del meteo, dell’equipaggio, della barca, della meta, del motivo che induce ad attraversare il mare e, in larga misura, dal proprio carattere. Tuttavia sono sicura che la compagnia di un branco di delfini, delle vele all’orizzonte o il saluto di una barca che procede in senso opposto non possano che far piacere. A maggior ragione il gracchiare disturbato della radio di bordo che rispondeva al mio “Blu, Blu, Blu per Cautha” è stato una gioia.

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Erano Michela e Gabriele sulla loro “Blu”. Partiti da Brindisi stavano facendo rotta su Ereikoussa dove, qualche giorno fa, ci siamo incontrati.  Dopo una trasferta a Corfù, che, come ricordavo, nonostante il turismo d’alta stagione resta una città affascinante con il suo piccolo porto all’ombra delle mura della fortezza e il cielo ingombro di rondini e di frinir di cicale, ora le nostre barche affiancate si stanno godendo una baia finalmente deserta. Dopo aver sopportato tre discoteche galleggianti che ci hanno trasportato per un paio d’ore in un  inferno di decibel, condividere il rumore del vento con un paio di buoni amici è davvero  una benedizione.

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