Si mise a caminare a ripa di mare, lento, un pedi leva e l’altro metti. Passiò una mezzorata bona, l’aria salata a picca a picca lo sbariò…(Camilleri – La paura di Montalbano)
Statua di Montalbano in via Roma
Ed eccolo qui, di ritorno dalla spiaggia, il noto commissario Montalbano, con fare noncurante, appoggiato ad un lampione.
La statua, nel centro di Porto Empedocle è collocata ad arte e quando c’è passeggio quasi non si vedrebbe, mimetizzata tra la gente, se non fosse oggetto delle attenzioni di tutti i turisti di passaggio.
Porto Empedocle doveva essere una tappa tecnica, le aspettative davvero poche, quasi da non scendere dalla barca. Ma, come spesso accade quando ci si aspetta il peggio, si finisce per restare piacevolmente sorpresi.
La cittadina, è vero, non è un concentrato d’arte e deve la sua fama soprattutto all’essere legata a scrittori famosi.
Oltre ad essere la Vigata delle indagini del Salvo di Camilleri, ha dato i natali a Pirandello
Statua di Pirandello, via Roma
e da qui è partito il poeta inglese Byron, come puntualmente ricordato da una targa, alla volta di Malta.
Sicuramente questi illustri signori hanno vissuto in un luogo molto diverso da quello in cui ci troviamo ora, ma passeggiare per la via pedonale del centro è piacevole e la visita alla torre di Carlo V, a guardia del porto, non è banale. Inoltre, la mostra di scultura allestita all’interno la rende inquietante ma ancor più degna d’interesse.
Scorcio della torre di Carlo V
Certo, resta lo sconforto di una spiaggia deturpata da una centrale elettrica che sembra strano non sia potuta sorgere in nessun altro luogo…
ma provo a consolarmi, mentre guardo le colline intorno, pensando che almeno una parte del paesaggio, in fondo, non è cambiata…
Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano di argille azzurre sul mare africano…
(Pirandello – Autobiografia)
Sciacca é esattamente come immaginavo fosse un paese di pescatori siciliano, prima di venire in Sicilia.
Il paese dal porto
Casette rannicchiate lungo il porto, con le facciate colorate per essere riconosciute al largo, dai pescatori sulla via del ritorno; pescherecci che entrano ed escono con casse di pesce e camion pieni di ghiaccio che li aspettano, colonie affollatissime di gatti che stazionano vicino ai cassonetti, capannelli di uomini che discutono del prezzo del pesce o bevono un bicchiere davanti al mare e l’immancabile statua propiziatoria sul molo.
Statua della Madonna del Soccorso
In questo caso è la rappresentazione della Madonna del Soccorso, patrona della città ed il motto sul suo basamento la dice lunga sulla vita dei pescatori e sul loro rispetto del mare. Che poi, a ben guardare, anche senza rischiare la vita in mare e indipendentemente dal fatto d’essere o meno credenti, ci si può augurare semplicemente che quella che ci aspetta sia una buona giornata e soprattutto si può essere grati se lo è stata…
Le vecchie mura
Dal porto una lunga e ripida scalinata porta a piazza Scandaliato, una grande terrazza panoramica adornata da palme e ficus. Il centro storico è racchiuso da quel che resta delle vecchie mura: chiese, palazzi, vicoli e, poco lontano, le terme, purtroppo chiuse.
Basilica Maria Santissima del Soccorso
In una piazzetta mi siedo accanto a…
Pietro Germi che qui ha girato, negli anni sessanta “Sedotta e abbandonata ” e “In nome della legge “. Nei negozi sono appese ancora le vecchie foto di scena, in bianco e nero, con una Sandrelli quasi bambina.
Poco lontano si celebra un matrimonio. Mi guardo intorno e penso che, tra abiti lunghi, veli neri, completi gessati e papillon al grande regista, forse, non mancherebbe, neppure oggi, l’ispirazione.
Ed ecco, per chi, come me, non è troppo forte in geografia, la cartina degli ultimi spostamenti
Se c’è una cosa che abbiamo sempre ignorato, anche con una certa sufficienza, in tutti i nostri viaggi “ante barca”, é stato il meteo. Del resto, quando la meta é nord europea non ci si aspetta certo il solleone … Col mare però é un’altra cosa e da cinque anni a questa parte abbiamo anche noi una discreta serie di siti meteo da controllare prima della partenza.
Così, l’altro giorno, in previsione di lasciare Pantelleria per la costa sicula, abbiamo cominciato a consultare…
La cosa bella della meteorologia é che é una scienza, quella fantastica é che NON é una scienza esatta!
La legge del mare, poi, prevede che i bollettini non siano praticamente mai concordi e che, quindi, si debba mettere in conto un round atmosferico tra ottimisti e pessimisti.
Difatti, la domenica, le previsioni per il lunedì erano così schierate: ottimiste (quattro); pessimista (una). Siccome sono decisamente e incondizionatamente pavida, la pessimista vale sempre doppio; eravamo, quindi, 4 a 2.
Quando il lunedì mattina, all’alba, il bollettino per i naviganti ha annunciato burrasca a forza sette prevista nello stretto di Sicilia, ho deciso che i valori in campo erano 4 a 5 e ho indotto il consorte, (abbastanza facilmente… ) a tornare a letto!
Lunedì su martedì…rieccoci di nuovo… Sempre 4 a 1 (che vale sempre due), ma, questa volta, il bollettino antelucano non ha lanciato allarmi sospetti e siamo partiti.
Ovviamente il mare stile “tavola” previsto dai più non c’era e ci siamo trovati, invece, il mare molto mosso, previsto dai meno. Il vento, però, era teso e costante e arrivava al traverso, che, in soldoni, vuol dire che per cinque ore siamo andati via spediti, “ballando”, ma non troppo. Per indorare la pillola, ci hanno accompagnato per un lungo tratto un branco di delfini. Bellissimi, vicinissimi, giocavano con la prua della barca e saltavano sulle onde, non senza una certa vanità. Li abbiamo incontrati altre volte ma mai così vicini e così a lungo! Meravigliosi!
Poi, lentamente, il mare si è calmato, ma mentre le previsioni ottimiste stavano per cantar vittoria, la pioggia, prevista, (indovinate un po’ da chi…) ha fatto la sua comparsa. Non proprio il “temporale isolato” da pronostico, per fortuna, ma pioggia comunque.
Eravamo ormai agli sgoccioli ma, a Sciacca, la squadra degli ottimisti ha tentato uno sprint finale con un ormeggio asciutto e senza vento, non abbastanza, però, per designare parità…
Esito finale, quindi: bicchiere mezzo vuoto batte bicchiere mezzo pieno 1 a 0.
Ci tocca aspettare la rivincita…😉
Pantelleria, la perla nera del Mediterraneo.
Isola vulcanica, più vicina alle coste africane che non a quelle sicule, merita in pieno il suo soprannome. Nere di lava le scogliere, nera la terra, nera la sabbia, neri i muretti a secco che proteggono le viti dal vento.
Figlia del fuoco, l’isola è un misto di fierezza e condiscendenza. I vigneti, abbarbicati ovunque, sembrano posati sul suo suolo solo per sua gentil concessione
e i “dammusi” hanno l’aria d’essere l’unica abitazione che abbia deciso di tollerare. Queste case, basse, piccole, con i neri muri colorati da clematidi e bouganville in fiore, dove il bianco è concesso solo alle cupole e alle tende che sventolano appena, sono talmente integrate nel paesaggio che si fa fatica a vederle.
Abbiamo noleggiato uno scooter con cui abbiamo percorso il perimetro dell’isola passando da paesaggi marini a vedute rurali a scorci che sembravano una discesa agli inferi;
abbiamo fatto il bagno nello splendido Specchio di Venere, dalle acque tiepide, salmastre, scivolose e benefiche;
abbiamo cenato in una tenuta da sogno, da Salvatore Murana (grazie Vito per la dritta), bevendo il passito migliore mai sentito e un nettare divino, frutto di un arancio bicentenario e sono entrata nel suo giardino pantesco, una stanza a cielo aperto, di sassi, nera, che circonda e protegge gli agrumi;
eppure, tra tutte le sensazioni provate, quella più intensa resta quella di essere stata, in qualche modo, alla corte di una regina potente, affascinante, misteriosa, persino inquietante.
La corte della Perla Nera.
L’uomo è un animale empatico, tende ad assomigliare a ciò che ha intorno. Perciò, che senso avrebbe sminuire la felicità, nascondere la generosità, occultare la bellezza…?
Eppure accade.
E posso capire che un sacerdote battagliero che si è dato il nome d’arte di Don Chisciotte (e questo la dice lunga) sostenga che i lunghissimi anni durante i quali la chiesa e il convento di S. Francesco sono stati chiusi, siano un crimine contro l’umanità.
Quando l’incontriamo è armato di un tubo per l’acqua col quale cerca di “restaurare” il prato del vecchio convento francescano, che, nonostante lo stato d’abbandono, emana ancora un fascino antico
e ci parla della sua chiesa con orgoglio.
E ne ha ben donde. Se l’esterno non attira sguardi ed attenzione, l’interno é un’ esplosione di barocco, da lasciare letteralmente senza fiato.
E non è l’unica sorpresa di questa cittadina.
Il piccolo teatro Garibaldi, restaurato da poco, é un gioiellino. Interamente in legno, senza palco d’onore, costruito nel 1848 dai maestri d’ascia col legno delle barche, ha un albero maestro come trave nel soffitto a sorreggere la coperta di una nave. A quel tempo era il ” Teatro del popolo”, costruito da e per il popolo, riciclando ciò che avevano. Entrando si sente ancora, intensissimo, l’odore del legno.
Subito fuori, si incontra la kasbah, ricordo arabo. Vicoli e vicoletti, decorati da insegne di ceramica che raccontano storie e leggende del luogo.
E c’è anche il vicolo dei pensieri bambini, dove, le frasi da cioccolatino acquistano un altro senso se scritte da un bambino di sei anni…
Per ultima la “chicca” più scontata. Il Satiro. Una statua di bronzo dell’antica Grecia, risalita da 500 metri sotto il mare nelle reti dei pescatori di Mazara.
Quando ieri siamo andati al museo per vederlo ci ha fermato un anziano signore, raccomandandoci gli altri luoghi nascosti della città. “Dopo averla visitata dicono tutti che Mazara é stata una piacevole sorpresa; se mi date ascolto, lo direte anche voi”
23-08-2014 / 31-08-2015
Ci sono anni leggeri come piume, altri pesanti come piombo. Poi, ci sono anni come questo, intensi, densi di gioie e dolori, incontri e commiati.
Ieri Cautha ha lasciato la sua casa a Marina Levante per tornare ad essere “senza fissa dimora “. E non è stato facile, nè indolore. Così ho rispolverato un vecchio gioco, quello dell’elenco.
Le regole sono semplici. Si tratta di elencare 20 ricordi legati a un luogo, a una persona, a una vacanza, senza metterli in ordine, senza ripensarci. Un ritratto istintivo, a larghe e informi pennellate, solo quello che viene in mente nel tempo di scrivere fino a venti. E se il 21 sembra, a ripensarci, più importante dell’1, non importa. Il gioco è questo.
Ecco quindi, in ordine sparso, casuale e istintivo il mio anno, nella mia Trapani.
1) Vento, vento, vento. Sgarbato, delicato, freddo o torrido ma sempre e ovunque compagno quotidiano
2) I meravigliosi tramonti di Torre Ligny, mai uno uguale all’altro
3) Dario e il nostro libro virtuale sulla decrescita felice e le barche a otto piani
4) Maria (una delle persone più dolci e pazienti che abbia mai conosciuto ) e i suoi coraggiosi tentativi d’insegnarmi a cucinare
Dario, Maria e il resto della baracca
5) I delfini al largo di Levanzo e i colori del mare
6) II ficus enorme e meraviglioso di Villa Margherita, uscito dalle pagine illustrate del Libro della Giungla
7) La “cedrinella” del mio fruttivendolo di fiducia, a cui non mancava mai una battuta allegra e spiritosa e che sosteneva che avrei presto portato alla morte la profumata piantina a causa delle carezze che le propinavo ogni giorno
Luigi e il suo staff
8) Salvatore, un agente del turismo perfetto ed efficiente, travestito da benzinaio. Di qualunque informazione si avesse bisogno si poteva contare su di lui
Salvatore in veste di benzinaio
9) Le cene e i canti con gli amici nella terrazza del marina; per quanto improvvisati e spontanei non avevano niente da invidiare alle più blasonate serate mondane ( merito anche delle lezioni di canto di Fiorella…)
Fiorella e Ninni
10) Via Fardella vista dall’alto, che sembra quasi S. Francisco
11) Gli amici del Vicoletto, che da ottimi ristoratori sono anche diventati datori del primo lavoro di Daniela…quello che non si scorda mai…
Selfie telefonico dei 3 “Danieli”, mamma Manu, papà Marco e Terry
12) I pasticcini di mandorla dopo il caffè, le torte di compleanno, la granita di gelsi con la panna…
13) Stuzzichello, mitica paninoteca con ritmi romagnoli, che ci ha risolto innumerevoli cene
14) Vito, eclettico chef velista, grazie al quale ho assaggiato per la prima volta i ricci e il suo favoloso pane da “barca”
Vito all’opera
15) Giovanni e Stefano, meccanici e amici che sono riusciti a rimettere il capitano nei suoi vecchi panni di rappresentante, sfogliando il catalogo d’attrezzi sul pozzetto
Giovanni e Stefano …quello giovane…
16) Il forno del 1800 di Pollina, la passione e l’orgoglio nel mostrarlo e il pane caldo, a tutte le ore
Roberta, la nostra fornarina preferita, e il signor Pollina
17) La prima volta ad Erice (che ci aspettavamo quattro casupole in croce…)
18) Il profumo del pollo allo spiedo di “Capricci”, dove la spesa era un dettaglio, perché era come entrare accolti in salotto, tra amici
Casimiro e lo staff di Capricci
19) Il blu profondo del cielo e i limoni al ciglio della strada
20) Il cd del Coro della città di Trapani, un dono, frutto di un incontro, tanto gradito quanto inaspettato, con Pietro, il suo presidente
E…
non è per niente facile smettere…mille altre immagini e persone spintonano per passare, ma i giochi sono una cosa seria e non posso barare.
Devo fermarmi qui e chiedo scusa a tutti quei ricordi sottratti all’elenco per amore di una regola.
Arrivederci Trapani, siamo stati davvero bene e… grazie di tutto!
Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione.
(Nelson Mandela)
É inutile. Indipendentemente dalla latitudine, la fine d’agosto per me ha il sapore della fine dell’estate. Le giornate più corte, il vento più fresco, qua e là un odore di foglia caduta, in vetrina penne, quaderni e giubbotti a maniche lunghe…
É ancora vago, lontano e sfumato ma il commiato é già nell’aria.
E un commiato reale c’è stato.
Ieri abbiamo salutato i nostri amici Luigi e Daniela che hanno trascorso le loro vacanze proprio qui, tra cambi d’alloggio, immersioni, spiagge, panelle e cannoli. A loro spetta, come di consueto, la firma nel registro degli ospiti, ed è una firma speciale perché sarà probabilmente l’ultima del registro “targato” Trapani.
Intanto, ignara di saluti e rientri, Trapani si sta preparando ad un evento effervescente e adrenalinico: il campionato mondiale di vela, categoria Melges. Ad essere onesti più che prepararsi la città sembra subire passivamente l’evento. La prima regata ci sarà mercoledì, i volantini che pubblicizzano il tutto sono comparsi solo oggi e gli unici a girare tra gli equipaggi con la macchina fotografica in mano, finora, siamo stati noi.
Probabilmente a Ravenna sarebbe stata necessaria la forza per tenere lontani i curiosi… ma così non mi sarebbe stato possibile osservare le squadre al lavoro e subire, come sempre mi succede, il fascino del retroscena.
Al pari della prova sportiva, é il brulicare d’attività che la precede che mi affascina. Persone che lavorano per uno scopo comune, concretamente insieme, al di là dei luoghi comuni, in un’atmosfera vaga ma tangibile di determinazione e di fiducia. In fondo nessuno gareggia se non spera di vincere e, come ho letto nella T-shirt bianca del ragazzo che lavorava, chino, sul ponte della barca: when nothing goes right…go left!
C’è un motivo per cui, tra le Egadi, Marettimo copre il posto d’onore nel cuore dei trapanesi. Qualcosa avevo già intuito quando vi ero sbarcata per una breve notte con Cautha, ma molto più convinta sono ora che, grazie ad un passaggio con il meno romantico ma tanto più veloce gommone di Dario ho potuto vederla da vicino e più a lungo.
Marettimo è un sasso aspro e scontroso, gettato in mare aperto da una mano distratta. Ha spigoli, guglie, profili, ricami di una vera montagna, dove, per sbaglio, è stato dimenticato un piccolo pugno di sabbia.
E attorno a quell’errore si sono raccolte, in difesa, le piccole case bianche dei marettimani e sui fianchi dei monti che le sovrastano sono accorsi i pini marittimi, come a segnare un confine illusorio tra il regno delle pietre e quello dei viventi.
Il mare che la circonda è mare aperto e profondo, la costa della città è lontana e il faro lancia il suo richiamo tra le onde del Mediterraneo.
Fermarsi per la notte in rada è un’ opzione da scegliere con prudenza. Autorevole e intransigente, come solo chi conosce il proprio valore, l’isola esige rispetto, ma si addolcisce nelle calette dall’acqua trasparente, dove si nuota come in un acquario, accanto a spiagge di ciottoli e capperi.
So che qualche ora è davvero poco e basta appena a sfiorare l’essenza profonda di Marettimo : i sentieri all’interno imporrebbero tempo e scarponi e gran parte dell’isola è riserva integrale e si può solo guardare e immaginare, da troppo, troppo lontano…
Ma il fascino non è schiavo del tempo e, nel mio immaginario, l’isola resterà un piccolo, segreto, splendido scrigno, custode di inafferrabili tesori.
Spesso l’empatia é un sentimento scomodo e pericoloso e l’essere troppo permeabili alle emozioni altrui può fare male; eppure ci sono anche occasioni in cui può essere un lieto dono.
Max e Ale sono due amici conosciuti da non molto,
due belle persone con un bel sogno: veleggiare verso e oltre oceano fino a spiagge caraibiche… Sogno di molti, forse, ma è per loro che, adesso, è il momento di farlo diventare realtà.
Potrebbe essere una semplice notizia di cronaca “portuale”, per alcuni occasione di invidia o di giudizio e, invece, grazie alla mia pelle sottile, malata d’empatia, mi sento emozionata, curiosa, persino un po’ impaurita, ma decisamente contenta per la loro Avventura con l’a maiuscola.
Così, rileggendo il must degli incipit dei romanzi di mare, auguro buon vento a loro e a tutti quelli capaci di essere felici quando un sogno si realizza, sapendo che il contraltare di soffrire per gli altri è di poter anche gioire con loro.
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.
Ci siamo!
É arrivato il mese più atteso dagli italiani. Ferie, vacanze, sole, mare, file in autostrada, ristoranti affollati ma soprattutto… partenze.
Si parte per pochi giorni o per settimane, per luoghi vicini o mete lontane. Si svuotano le città, si riempiono mari e monti e Trapani diventa altro.
Pullman di turisti depositano il loro contenuto umano sulla banchina del porto. Barconi colmi di aspiranti bagnanti costeggiano le Egadi fermandosi in un paio di rade per un cronometrico bagno collettivo, la musica dei trolley fa da sottofondo al passeggio per le vie del centro e, al porto, arrivano nuovi equipaggi e partono vecchi amici.
Alcuni torneranno presto, altri hanno vele spiegate verso progetti diversi o avventure lontane.
Ci mancheranno, ma non li avremmo mai conosciuti se un anno fa, anche noi, non avessimo “perso di vista” qualcosa e qualcuno.
E siccome diffido degli addii e confido negli arrivederci, è a cuor leggero che auguro a loro e a tutti voi, onorando lo stereotipo d’agosto,
Nessun altro elemento della natura ha avuto per me connotazioni così diverse come il mare.
Da bambina é stato il rito del bagno in riviera, almeno due ore dopo il krapfen alla crema, con il salvagente a forma di gallo; mio papà che cercava di farmi nuotare e mia mamma sulla spiaggia ad aspettare, con l’asciugamano aperto per avvolgermi, incurante che fosse agosto…
Da ragazza è diventato obiettivo di ricerche in infradito, con gli amici, verso calette con l’acqua trasparente, nei luoghi incantati del mare nostrum: Calabria, Spagna, Grecia.
Poi, una lunga frequentazione passiva, potrei dire: Europa del Nord, paesaggi affascinanti, acqua che perdeva sale e diventava laghi e fiumi e, quando era mare, era solo da guardare o da sfidare con un bagno veloce, a cui non rinunciavano mai le nostre bimbe.
Infine é arrivata la barca e con lei un modo totalmente diverso di vivere il mare. Non più dentro ma sopra, non più verso ma attraverso. E anche le emozioni sono cambiate: ancora ammirazione e piacere ma anche rispetto, curiosità e timore.
E in questi giorni anche puro divertimento. Un’ emozione che non potrei permettermi di provare senza un valido aiuto.
Michele ha tenuto a “battesimo” Cautha e gioca col mare e col vento da quando era bambino. Ci é venuto a trovare con Elena e, con lui al timone onde, vento e vele sono diventati strumenti perfettamente accordati. E sfidare una barca sconosciuta in una regata improvvisata é parso quasi naturale… Il ritorno da Favignana tra cambi di rotta tattici, regolazioni fini ( per noi profani…) e il clima simpaticamente adrenalinico é stato davvero un bel gioco. L’assenza di un traguardo rende difficile proclamare il vincitore ma, questa volta, é proprio il caso di dirlo, per me è già stato uno spettacolo il solo partecipare…
Benvenuti ragazzi, nel registro degli ospiti!
…fin da piccolo il Baffo, addirittura da neonato, già presentava due baffetti che, giorno dopo giorno, crescevano a vista d’occhio. A cinque anni aveva scoperto che i suoi baffi, oltre che crescere smisuratamente, erano vivi, si muovevano e, ahimè, mangiavano anche, così era sempre costretto a chiedere a sua mamma il bis di pasta e carne…
(Silvia Sola – Come un pesce fuor d’acqua)
A volte capita di chiedersi da dove diavolo gli scrittori prendano spunto per i loro personaggi e quanto di vero ci sia nelle fantasie che regalano alla carta. In questo caso ( data la frequentazione ravvicinata…) lo so per certo. Il macellaio che perde i baffi scatenando una rocambolesca ricerca ad opera delle scatenate protagoniste è ispirato per…baffi e simpatia al mitico barista del paesino in cui ho trascorso i miei ultimi 14 anni terrestri. Francesco è conosciuto da tutti gli abitanti del luogo e la sua cordialità e cortesia sono fuori discussione, ma vive e lavora a 750 Km di distanza. Figuratevi, quindi, la sorpresa, quando con una telefonata ci ha avvisato di essere di passaggio a Trapani.
Un altro incontro di quelli che mai ci saremmo aspettati. Tutto merito di sua figlia Federica (piacevolissima conoscenza) che ha avuto l’idea del viaggio e soprattutto ha insistito perché ci chiamasse…
E così, come ultimamente accade spesso, abbiamo trascorso un po’ di tempo con vecchi amici e , volendo restare in ambito “letterario”, abbiamo verificato che i… baffi… al timone se la cavano altrettanto bene che con la macchina del caffè…
Ebbene sì, è già passato un anno da quando abbiamo lasciato lavoro, casa e terraferma.
L’otto luglio di un anno fa partivamo e, come sempre mi accade quando cambia qualcosa nella mia vita, io lo facevo con meno aspettative possibili. Ho sempre pensato che immaginare troppo di qualcosa che deve ancora accadere predisponga alla distrazione. Quando ci si aspetta che le cose vadano in un certo modo si finisce col non vedere in quali altri modi potrebbero andare. Al contrario, non sapere esattamente cosa ci aspetta, ci rende curiosi, attenti e pronti a cogliere quello che di buono si prospetta all’orizzonte.
Ecco, un anno fa partivo proprio un po’ così, sperando in belle sorprese. E le sorprese ci sono state, piacevoli e molte.
Tra tutte una delle più sorprendenti, che mai avrei immaginato, é che, a dispetto di ogni logica, proprio l’allontanamento mi ha portato a risentire e rivedere amici “perduti” nel tempo. Tramite il blog sono tornata in contatto con persone di cui non avevo notizie da anni e quest’ estate sarà di certo quella passata con più amici da 30 anni a questa parte. Mai fatto vacanza insieme a così tante persone! Il registro degli ospiti ne è testimone.
Proprio la scorsa settimana, per esempio, a distanza di pochi giorni, abbiamo rivisto due amiche con le quali (la vita è davvero piena di coincidenze…) avevamo trascorso la nostra prima estate al sud, nel lontano 1980. Entrambe perse di vista da anni e ritrovate con immenso piacere.
In un mare dello stesso blu di un tempo, con qualche anno in più ma con lo stessa voglia di stare insieme, un benvenuto di cuore, quindi, a Sandra, a Carla e, con loro, a Ettore e Marco.
La chiesa di S. Pietro é veramente poco appariscente, mimetizzata com’è in mezzo a case di identico colore, ma salta agli occhi di chi é abituato a guardare in alto.
Svettano, infatti, sopra ai tetti, un cupolone color di pietra e tre cupole più piccole verde smeraldo.
Il passante curioso che accetta l’invito del suo portone aperto si trova in un interno non particolarmente suggestivo, ma se, fedele al suo primo istinto, alza lo sguardo, volgendo le spalle all’altare, si trova davanti l’organo di S. Pietro. É l’ottocentesco organo monumentale di Francesco La Grassa.
Questo geniale personaggio costruì e vendette il suo primo organo a 15 anni e, a poco più di venti, ne aveva realizzati una ventina.
Per questo capolavoro impiegò undici anni di fatica.
I numeri legati a questo strumento fanno impressione: sette tastiere ( che possono essere suonate a dodici mani), otto giganteschi mantici, quattromila canne, cento registri. Un’opera sorprendente che non può che suscitare un’ammirata meraviglia.
Qualche giorno fa, in occasione dei festeggiamenti per S. Pietro, abbiamo avuto il piacere di sentirlo all’opera, durante la prova generale del Requiem di Mozart. Più ancora dell’abilità dei coristi e degli organisti era impressionante la qualità del suono: limpido e pulito con un’ acustica veramente fuori dal comune.
E pensare che da quasi duecento anni, dall’alto della sua collocazione, fa scendere la sorprendente varietà di suoni che può produrre: ottoni, corni, violini, tamburi, pifferi, piatti, campanelli… È un po’ come fosse l’antenato illustre delle nostre tastiere.
Un’ orchestra nascosta in un organo, nascosto in una chiesa, nascosta dalle case… Sono contenta di averli scoperti!
A dispetto dell’apparenza e dello Zingarelli, la baracca in questione non è una catapecchia sul lungomare di Rimini ma un modo tutto romagnolo per dire festa, baldoria e, per fregiarsi di tale nominativo, ha bisogno di alcune caratteristiche imprescindibili.
– Il numero di persone deve essere almeno superiore a cinque, meglio se sono molte di più.
– I partecipanti non è detto siano amici da lunga data, anzi, la conoscenza recente é un valore aggiunto.
– L’entrata é rigorosamente “libera”; chiunque sia di passaggio é invitato a restare e ad unirsi al mucchio.
– Ci deve essere cibo in abbondanza, se cotto “alla vecchia”, sulla griglia ancora meglio.
– Ci devono essere vino ed alcolici nella misura di tre/quattro volte il cibo a disposizione.
– Gli astemi sono tollerati…a loro rischio e pericolo.
– Prima o poi qualcuno deve cominciare a ballare e a cantare, fino a contagiare l’intero gruppo; se, a questo punto, c’è anche qualcuno che suona, la baracca é particolarmente riuscita.
– Il tutto deve protrarsi ben oltre la mezzanotte.
– Luogo ideale: mare.
– Stagione ideale: estate.
Con nomignoli diversi ma accezioni molto simili credo che si faccia baracca in tutto il mondo, ma i paesi mediterranei e i luoghi per loro natura predisposti all’ incontro, come i porti, ne sono gli indiscussi protagonisti.
La foto testimonia una baracca particolarmente riuscita con la quale, rinnovando la certezza che gli uomini, in fondo, sono fatti per stare insieme, abbiamo dato il benvenuto, nel registro degli ospiti, a Stefano e Michela, carissimi amici da sempre.
21 giugno.
In ordine d’importanza: compleanno di mia cognata, solstizio d’estate, giornata internazionale dello yoga.
Quando avevo vent’anni proprio per la mia frequentazione con quest’ultima disciplina ( e anche per una predisposizione naturale che impediva ai miei pensieri di procedere in modo lineare…) la mia amica Raffi mi aveva soprannominato Nodo.
Anche adesso che sono “grande” il soprannome e i nodi continuano a piacermi molto e in una barca, a differenza di quel che succede coi pensieri, risultano persino molto utili. Pare che l’arte di annodare risalga addirittura al Neolitico, alcuni storici la collocano prima della scoperta del fuoco e della ruota e comunque l’uomo ne ha fatto largo uso da sempre. C’è un grande fascino nell’idea che ad un semplice filo, inerme ed inutile, basti piegarsi su se stesso, girarsi, infilarsi sopra e sotto le proprie fibre per diventare un anello, un incrocio, un fermaglio, capace di sollevare, fermare, unire, sostenere. Un’ arte povera e un tantinello magica, ricca di nomi suggestivi: la gassa d’amante, il nodo a pugno di scimmia, a diamante, del chirurgo…
È impressionante la quantità di nodi esistenti e in questi giorni abbiamo avuto il piacere di impararne e affinarne alcuni grazie alla pazienza di Filippo, uno skipper di Rimini che ci sta regalando generosamente la sua grande esperienza.
Mentre guardo Stefano alle prese con le impiombature e Daniela con i braccialetti, mi viene da pensare che una delle cose belle dei lavori manuali é che prescindono dal giudizio esterno, perché il risultato parla da sè e la prima persona che lo capisce e lo valuta è proprio chi l’ha fatto.
Chissà, potrebbe essere un bel sollievo un risultato così immediato per i maturandi che proprio in questi giorni traboccano di aspettative e dubbi. Perciò ragazzi, magari, tra un libro e l’altro, provate ad annodare funi e…in bocca al lupo!
Di solito il numero accanto al nome di una barca ne indica la lunghezza, generalmente in piedi, ma questa volta le cifre hanno davvero poco a che fare con lo spazio e molto a che fare col tempo.
Il fatto è che quando qualcuno detesta qualcosa, spesso quel qualcosa finisce con lo spuntare, per dispetto, ad ogni occasione. Così una nemica giurata dei numeri come me si è ritrovata, nel tempo, non solo ad amministrare contabilità casalinghe e aziendali ma a scoprire che il caso aveva sistemato i fatti più importanti della vita sulla tabellina del 5.
Fidanzata +5 Sposata +5 Primogenita +5 Secondogenita. “Quindici anni divisi per cinque col resto di zero” canterebbero allo Zecchino d’Oro.
Ma non basta, quando è stato il momento di scegliere la data di nascita delle creature il destino ha deciso di superarsi.
Ed ecco perché 16 non sono nè metri nè piedi, ma il numero scritto sulla torta di compleanno di Silvia e Daniela a cui facciamo gli auguri, ogni anno, a distanza di un mese, lo stesso…16!
“Nelle ore in cui era restato là dentro, la nebbia aveva invaso la città, una nebbia spessa, opaca, che involgeva le cose e i rumori, spiaccicava le distanze in uno spazio senza dimensioni, mescolava le luci dentro il buio trasformandole in bagliori senza forma né luogo.”
( Calvino – Marcovaldo )
Passi la nebbia di maggio ad Erice, giustificata dai 700 metri sul livello del mare, ma quando siamo usciti per una veleggiata verso le isole, ieri, certo non potevamo pensare che all’imboccatura del porto ci aspettasse un grigio nulla che lasciava intravedere poco o niente oltre la prua.
Come Marcovaldo ho sempre trovato la nebbia affascinante, piacevole il suo velare e svelare e scontornare i paesaggi rendendoli quadri ad acquerello. Ma quel nulla così intrigante sulla terraferma assume una connotazione decisamente più sinistra e surreale in mare, su una barca che scivola sulle onde verso e lontano da non si sa cosa. E la sirena dei traghetti che proviene da un altrove invisibile non è un suono rassicurante…
Guidati dall’ottimismo e da Santo GPS procediamo ugualmente verso Levanzo e, in breve, la nebbia si dirada e, al ritorno, ne resta solo un piccolo strascico all’orizzonte.
Mi viene in mente… “La nebbia arriva su zampine di gatto. S’accuccia e guarda la città e il porto…” e anche se non ricordo né finale né autore penso che le parole acquistano un senso diverso quando sono state realtà.
Quando il grandissimo Carl Barks inventò Gladstone Gander, il nostrano Gastone Paperone, probabilmente aveva un vicino di casa come il nostro.
Michele, qui nel registro degli ospiti con Emanuela, Gaia ed Alessandro, in comune col suddetto papero, infatti, non ha solo la capigliatura bionda…
Durante gli anni di convivenza muro a muro, le mitiche grigliate organizzate nel suo giardino non sono mai state turbate da un tempo che fosse meno di splendido.
E se si spostava per una settimana bianca o una vacanza estiva, il meteo si organizzava, dirottando le perturbazioni quel tanto necessario per assicurargli un clima ideale.
La foto dimostra che non si è smentito nemmeno questa volta.
Mare piatto e vento moderato quando siamo usciti a vela, cielo velato per la visita a Segesta, (il caldo eccessivo avrebbe potuto essere fastidioso…), sole estivo allo Zingaro e a Favignana per il bagno dei bambini…
E, a proposito di bambini, Gaia ed Alessandro sono stati provetti timonieri, portando la barca con destrezza anche se, per vedere la prua, dovevano stare in punta di piedi.
Peccato davvero che i nostri amici non abbiano una barca a vela. Se facessimo le vacanze insieme, oltre al piacere della loro compagnia, potremmo tranquillamente fare a meno dei bollettini meteo
Ps. A richiesta e, per un modico compenso, posso svelare data e destinazione delle loro prossime vacanze!!