Noto

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La scala a chiocciola é stretta, i gradini poco profondi e scivolosi; lì accanto penzola una corda che fa le veci di un corrimano.IMG_4542

Una prima apertura nella pietra porta in un terrazzino e lascia entrare la luce del sole; qualche altro gradino e non c’è niente più in alto, le campane sono al nostro fianco e Noto si srotola ai nostri piedi.
L’ora non è casuale. A ovest il sole tramonta rendendo le pietre della città ancora più rosa e i confini tra mare e cielo un po’ meno netti.
La luna spunta dietro la cattedrale e nel corso c’è un abituale passeggio serale.IMG_4553

Le cittadine di questa provincia barocca sono una più bella dell’altra e si corre seriamente il rischio d’abituarsi. Ma un punto di vista diverso aiuta e quassù, in compagnia dei tetti, c’è un’atmosfera quasi cinematografica e sembra d’essere spettatori di una scenografia ben costruita.IMG_4566

Spettatori silenziosi, (perché i bei film non si guardano chiacchierando), lasciamo che al garbato vociare di laggiù risponda il martelletto elettrico che percuote le campane. Non troppo a lungo, per fortuna, a dire il vero.
Poi il profilo del custode spunta dalla tromba delle scale e ci conta…”per non dimenticare nessuno”. Ignoriamo il sottinteso e tiriamo per le lunghe, aspettando, se non il buio, (che il custode dovrà andare a casa pure lui…) almeno l’accendersi fioco dei lampioni. Ci toccherà scendere e, per quanto bello, non sarà lo stesso.

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Castello di Donnafugata

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E chi meglio di un bambino poteva inaugurare il registro degli ospiti di questo nuovo anno e questo nuovo porto?
Anche se Michela e Gabriele, fedelissimi, ci avevano raggiunto già a gennaio, la prima new entry è quella del piccolo Matteo e dei “grandi”(mamma, papà, Nadia e Paolo) che hanno accompagnato e condiviso con noi il suo entusiasmo, la sua allegria e la sana e contagiosa vivacità che contraddistingue un bimbo “vero”.

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Matteo, Simonetta e Nicola

In attesa di rivederli tutti per mantenere la promessa di far timonare Capitan Matteo, mi chiedo a cosa avrebbe pensato la sua fantasia bambina, sentendo parlare di un luogo denominato “Castello di Donnafugata”.
Cosa si aspetterebbe di vedere, e noi con lui, se non un maniero medievale con torri e merli e ponti levatoi, e nella torre più alta, un’infelice principessa rapita al suo vero amore…?
E invece no!
Con buona pace delle favole, il castello è una casa, una bellissima, aristocratica e antica casa dove, nell’Ottocento, il barone di Donnafugata trascorreva i suoi periodi di villeggiatura.
A cercare di mantenere l’alone romantico ci provano le leggende attorno all’origine del nome: dalla fuga della regina Bianca di Navarra, all’etimologia araba “fonte della salute”.
Nulla di storicamente certo e fatica francamente inutile perché il posto è affascinante a prescindere.

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La mia anima “verde” più che le stanze affrescate,

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le scalinate nero-lava e i costumi in mostra, è inguaribilmente attratta dal giardino che circonda il castello.
Ficus giganteschi, pini marittimi e un diffuso profumo di macchia mediterranea fanno facilmente immaginare cosa doveva essere nel suo pieno splendore.

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Con Rosanna ed Anna alle radici del ficus

 

Intatto, dai tempi del Barone, spunta tra gli alberi un labirinto di pietra bianca: muretti a secco che si snodano e si arrotolano e interrompono il cammino.
Ci perdiamo col gusto dei bambini che giocano e di fronte all’ennesimo vicolo cieco, con una saggezza che difficilmente applichiamo nella vita, torniamo indietro, scegliendo strade opposte a quelle che ci hanno condotto dove non volevamo.

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Persi con Paolo, Rosanna e Alessandro mentre Anna é di vedetta.

 

 

Saper fare

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Un leggero odore di tabacco dolciastro e aromatico ne segnala la presenza e indica i luoghi da cui è appena passato. Si muove con calma e parla, poco, e con altrettanta tranquillità. Con la pipa tra le labbra accudisce le barche che il cantiere gli affida e gli sbuffi di fumo sottolineano la danza delle mani.
La classe che contraddistingue gli artigiani veri ha molto più a che fare con la musica che con la tecnica. Perché, a guardarli, sembra che le cose non si possano fare che con il loro modo e con il loro tempo e il fluire delle azioni è come una melodia fluida e intonata. Tutte le volte che ne incontro uno mi incanto ad osservarlo, con il piacere e la consapevolezza di essere di fronte ad uno spettacolo, ma anche con un pizzico d’invidia e un po’ di rammarico. Perché accanto a queste persone di straordinario talento ed esperienza non c’è quasi mai nessuno. Nessun “apprendista stregone” in attesa d’essere iniziato e promosso.
Tutte quelle fantastiche capacità…”come lacrime nella pioggia”
direbbe qualcuno. Un patrimonio perduto…
E, con questi pensieri, nei tempi previsti e senza nessun intoppo, i lavori in cantiere sono giunti al termine. Cautha è di nuovo in acqua e noi, felicemente, con lei. Con un tempismo che ha del miracoloso i nostri amici enologi, Claudio e Veruska (http://www.baliadizola.com) ci hanno permesso di rifornire la cantina per festeggiare più che degnamente il ritorno a “casa”, cosa di cui siamo loro enormemente riconoscenti…Mai avuto in stiva un così vario panorama di bottiglie!
E mentre religiosamente ripongo le scatole in sentina, non posso non pensare che anche tutto questo è frutto dell’abile lavoro di artigiani della natura. Non solo mani, ma palati e…nasi racchiudono nel vetro scuro terre, cieli,  climi e colori diversi ma sempre con fatica, esperienza e, soprattutto, amore per quello che fanno.
Una vigna, una barca…talenti, mani sapienti e passione vera.
Lunga vita a chi “sa fare” e l’augurio sincero di trovare a chi insegnare…
Cin Cin!

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Lavori manuali

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Avete presente il detto “vuotare il mare con un cucchiaio”?
Ecco, questa è la sensazione che avevamo questa mattina guardando i nostri pezzetti di carta vetrata e la “smisurata” chiglia di Cautha. Il risultato finale dimostra che l’impresa, per quanto non semplice, non era poi impossibile e dà spazio a qualche altra riflessione.
1) Trovo difficile pensare che un manovale possa soffrire d’insonnia.
2) Trovo altresì improbabile che annoveri tra i suoi problemi l’inappetenza.
3) Per quanto mi riguarda, memore di “dai la cera, togli la cera” di Karatè Kid ( i miei coetanei ricorderanno…) mi sento pronta per il torneo.
3) E per finire, rileggendo questo post e valutandone lunghezza e complessità, ho la netta impressione che la mia vena artistica sia inversamente proporzionale a quella del mio apparato cardiovascolare…!
Ci risentiamo… a barca finita 😉

Atto di fede

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“La speranza è radicata nell’incertezza… La fede è radicata nella certezza assoluta. Dovresti dimenticare la speranza e il dubbio e avere invece fede e certezza, e poi avanzare coraggiosamente…” (L. Winget- Sta’ zitto smettila di lamentarti e datti una mossa)

Ebbene, come ciclicamente accade, siamo di nuovo senza “casa”. Cautha è andata in cantiere per la manutenzione ordinaria e noi stiamo ingrossando le schiere dei terricoli affittacamere.
Come ogni volta, vedere le nostre dieci tonnellate di barca uscire dall’acqua non è né piacevole né indolore. Sollevata dall’acqua, ondeggiante sulle cinghie che la sorreggono, mi fa sempre l’impressione di una balenottera spiaggiata, di una creatura fuori dal suo habitat naturale, cosa che, in un qualche modo, corrisponde a verità…
Escluso quindi il lato sentimentale della questione e, men che meno quello fisico, (visto la fatica che ci aspetta) resta, comunque, un aspetto molto interessante della vita di cantiere e riguarda tutte le altre barche. In secca, per manutenzione, per rimessaggio o per problemi più o meno seri, ci sono sempre moltissime imbarcazioni. E sempre, tra queste, c’è… l’atto di fede.

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Questa volta è una barca di ferro, di due simpatici inglesi. Disalberata e sventrata, l’hanno tirata in secca quando la linea di galleggiamento era già ampiamente sotto la superficie di…galleggiamento. La chiglia è disseminata di buchi ma lei, impavida e fedele, è rimasta al suo posto finché uno sguardo pietoso non si è accorto del danno. Ci sono ferite antiche sul suo scafo a testimoniare le miglia che avrà percorso col mare che entrava subdolo e, come un cancro, l’ indeboliva a poco a poco. Eppure ha resistito, è andata dove il vento la spingeva e ha tenuto, eroica, il mare lontano dagli uomini che ospitava. Come un cucciolo fedele che attende il suo padrone a prescindere dalle attenzioni che gli dedica.

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A vederla, così, quasi mi commuove e mi vergogno un po’ dei miei mille dubbi e dell’ansia di cui circondo la mia creatura acquatica.
Gli inglesi in questione, certo lontani da questi pensieri, ci informano di voler arrivare alle Canarie… E con quello che non può che definirsi un puro atto di fede aggiungono, ridendo e senza un briciolo di preoccupazione: “if the boat don’t sink”…

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Gustose sorprese

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Ahimè!
Sono consapevole che questo post provocherà senza alcun dubbio l’ilarità dei lettori siciliani e di tutti coloro che frequentano i mercati ortofrutticoli (del nord e del sud), più di quanto abbia mai fatto io. Ma correrò il rischio e mi cimenterò in una dichiarazione imbarazzante: ho assaggiato per la prima volta il cedro.
Finora, oltre alla consapevolezza accademica che si trattava di un agrume e il ricordo gustativo della gialla bibita a bollicine, il frutto in questione non mi evocava altro. Poi, qualche giorno fa, dal fruttivendolo, nella cassetta accanto alle arance, sono comparsi questi loro parenti stretti.
L’aspetto, a onor del vero, non è dei più accattivanti: sembrano limoni obesi e bitorzoluti (il famigerato inestetismo, incubo della “prova costume”, dovrebbe essere chiamato, non buccia d’arancia ma buccia di cedro…). Comunque, vittima della curiosità, nonché un po’ vergognosa per l’ignoranza, l’ho comprato.
A casa (si fa per dire…) la prima sorpresa. Incerta sul come mangiarlo, ho cominciato col tagliarne una fetta e mi sono ritrovata con una… polpa? buccia? bianca di dimensioni imbarazzanti e un piccolo cuore riconoscibile come quello del limone.
Cosa ci faccio con sta roba bianca? Si mangia? Non si mangia? Sarà mica velenosa?

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Rifuggita la tentazione di chiamare amici o cercare su Wikipedia, in un impeto di coraggioso sperimentalismo, l’ho assaggiato!
E…si sono aperti i cancelli del paradiso.
E’ la polpa più dolce e aromatica che abbia mai sentito. Una caramella agli agrumi, con una consistenza soda, quasi croccante, succosa e dolcissima.
Una droga!
Da adesso in avanti, il mio frutto invernale preferito!
Fortunatamente abbiamo scoperto che la stagione è appena cominciata e avremo modo di rimediare alla “fruttata” ignoranza pluriennale.
In conclusione, se c’è qualcuno tra voi che non si sta facendo (meritate) beffe di me, ma è anch’esso all’oscuro del gusto del magico frutto, esca al più presto da questa triste condizione e corra a comprare un cedro.

Compiti a casa

Foto di Daniela Sola
Foto di Daniela Sola

Il mio amico è un professore. E ad avere amici professori, capitano, a volte, richieste curiose.
Così, cito testualmente:
“Compiti per l’anno nuovo per quelli che tengono un blog e vivono spesso in barca in Sicilia: scrivi tre cose buone che ti porti dietro da Bologna. Non valgono le persone, le cose di casa, i cibi…”
Tutto qui? E che ci vuole?
Bologna in pieno periodo isterico-natalizio è semplicemente piena di gente che corre come morsa dalla tarantola, il cielo è grigio, c’è nebbia, traffico, smog, freddo e umidità.
Tre cose buone…?
Il suono del mare è un miraggio tra le pareti di cartapesta del condominio che trasudano televisori a tutto volume e coppie che litigano.
Tre cose buone…?
E non posso parlare di rivedere gli amici, di stare con le persone care, del profumo delle lasagne al forno.
Tre cose buone…?
Mentre l’aereo decolla penso con sollievo al sole che mi aspetta, all’aria pulita, al colore del cielo. Nel finestrino scivola di lato, appena fuori dalla nebbia, la cupola di S. Luca…
All’ombra della sua sagoma rotonda, così familiare e materna, ci sono le bancarelle dove compravo i vestiti delle bambole e l’albero di Natale in piazza, che è grande anche adesso che non ho piú tre anni; i bar, dove quando chiedo una pasta non pensano agli spaghetti e i sanpietrini su cui ballonzola la bicicletta; le osterie, i concerti in piazza, le baracchine dei gelati, la s emiliana e il modo di scherzare che conosco da sempre; l’erborista all’angolo e i giardini dove portavo le bambine in passeggino, il “rusco” e il “tiro”…
E mentre l’aereo vira ancora un po’ guardo la sagoma della Basilica che si allontana e, non a ciò che rappresenta, nè all’immagine sacra che racchiude, ma a lei, proprio a lei mi raccomando.
Lassù, dall’alto del colle, proteggi, come hai sempre fatto, questa città.
La città dove sono nata e dove sono cresciuta.
La città che ricordo e riconosco.
La città che è stata casa mia.
La città che non lo è più.
La città dove non vivo e dove non vivrei, ma ancora e sempre
la mia città.

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Foto di Stefano Zocca.

Buon anno

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Eccoci qua, ancora una volta al report di fine anno.
E nel condividerlo con voi è d’obbligo un grazie sincero.
Grazie a chi ci conosce solo “sullo schermo” e a chi ci vuol bene da sempre.
Grazie a chi legge il post tre secondi dopo la pubblicazione e a chi si ricorda ogni due mesi.
Grazie ai commentatori assidui e a chi non lo è mai stato.
Grazie…
Grazie di cuore a tutti per esserci e per aver condiviso anche quest’anno insieme a noi.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 55.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 20 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto 

Sala d’attesa

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15.30: primo pullman
18: secondo pullman
22: aereo
Arrivo previsto a Bologna: prima di mezzanotte.
Stiamo tornando sul continente per Natale e il viaggio con i mezzi pubblici è una mezza tradotta militare.
Conosco abbastanza bene il gentil consorte per sapere che è in momenti come questi che rimpiange di non esser più proprietario di un’auto. Ma, nel mio universo, dove la fantasia spadroneggia alla grande sulla logica, i mezzi pubblici sono un serbatoio inesauribile di storie.
Anche se il mio preferito è il treno (mi piace lo sferragliare sulle rotaie, la gente che sale e che scende, i vagoni come piccoli salotti in fila) tutti sono ugualmente generosi nel dispensare trame.
Ora, per esempio, in attesa, seduti accanto a me, ci sono due studenti di medicina. Stanno scoprendo che sono diretti allo stesso convegno. Lei piuttosto elegante, lui più alternativo… L’intreccio rosa è persino troppo scontato.
Poco più in là due donne si salutano con gran calore; una con accento bergamasco ringrazia, ringrazia e ringrazia. L’altra si schermisce invocando i doveri dell’amicizia… Che ne dite di un thriller?
In un angolo una bimba ha il muso lungo e dá la mano a una signora che non le assomiglia affatto…Dramma sentimentale assicurato.
Trame improbabili, banali, assurde, quasi certamente lontane anni luce dal vero e proprio per questo sublime esercizio di fantasia.
E mentre intorno, la gente cambia, si sposta, va e viene, io mi metto comoda.
Smetto di scrivere…post inviato…
E sono di nuovo pronta.
Quel signore che corre…

Aspettando Natale


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Ci si abitua in fretta alle situazioni piacevoli e, infatti, un anno è bastato.
In questi giorni gironzolo in tenuta primaverile tra alberi di Natale, luci e presepi, con gran disinvoltura, come se il sole e il clima temperato fossero da sempre compagni abituali di queste feste, un tempo non così lontano, ghiacciate e nevose.
Qui del resto è la normalità.
I “condomini” del porto hanno montato lucine e addobbi sugli alberi delle barche, con vere e proprie prodezze funamboliche,

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il presepe si è trasferito su una zattera galleggiante

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e nelle vie delle cittadine spuntano i simboli noti.

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Non solo. Quest’anno il clima internazionale ha contagiato anche le feste. E il 6 dicembre la comunità olandese ha inaugurato il periodo natalizio invitando tutti al loro Sinterklaas, una ricorrenza sentitissima, dove S. Nicola (il vero e primo Babbo Natale, a quanto pare) porta doni a tutti i bambini lasciandoli nei loro zoccoletti di legno e a noi ( che bambini più non siamo) nelle scarpe da nautica portate per l’occasione alla festa.
Questa domenica, invece gli onori di…casa (si fa per dire) li ha fatti la comunità scandinava festeggiando S. Lucia con candele bianche, canti, dolci e vin brûlé.
E tra una ricorrenza e l’altra si susseguono cene organizzate e aperitivi musicali. Insomma, il fermento festaiolo non manca e ognuno a suo modo si prepara.
E così anche Cautha, fedele alle proprie tradizioni lillipuziane, si adorna, e, in meno di mezzo minuto, sfoggia il suo  alberello di Natale!

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Imprese eroiche

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“Siete degli eroi!”
La ragazza dietro al bancone di “Vino e dintorni” é simpatica e sincera e si rivolge proprio a noi che, impegnati a degustare vino e ad assaggiare pasticcini, non sembriamo, a dirla tutta, proprio degli eroi…
Anna e Paolo, che hanno fatto il giro del mondo, qualche motivo in più per sentirsi degni di tale appellativo forse l’avrebbero ma l’ammirazione che ci viene tributata questa volta non ha nulla a che fare con le barche.
Il fatto é che siamo a Scicli, ad una degustazione dei vini della cantina Ferracane. Abbiamo conosciuto poco tempo fa i proprietari, così non abbiamo perso l’occasione di passare a salutarli.
E proprio qui entra in gioco l’impresa “eroica” perché i 14 km che separano il porto dalla cittadina barocca li abbiamo percorsi in bicicletta e, cosa che stupisce ancor di più la nostra simpatica amica, dovremo ripercorrere la stessa strada al ritorno, di sera, col buio.
Penso agli anni di cicloturismo austriaco e mi viene da sorridere…
Vino e pasticcini, comunque, sono ottimi e Scicli, al tramonto, é un’esplosione di rosa e dall’alto della chiesa di S. Matteo,

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le casine con i tetti uguali, illuminate dalla fioca luce gialla dei lampioni, sembrano proprio quelle del presepe.

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Come al solito, uno spettacolo!
E, presenti o no, all’incanto che ammalia noi comuni mortali, di sicuro, non potrebbero sfuggire neppure dei veri eroi.

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Buco diurno

 

Ps. Desideroso di un po’ d’avventura Paolo sfoggia la sua abilità di riparatore di gomme bucando sia all’andata che al ritorno!!

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Buco notturno

 

Mobili e immobili

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foto di Luana http-//www.sy-agogo.ch

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ‘l molle limo;
null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.
( Dante – Purgatorio)

 

Perdonate la citazione un po’ pretenziosa ( merito, tra l’altro, solo della fresca memoria liceale di Daniela) ma l’umile giunco che asseconda il volere del vento ben si adatta a questi primi giorni d’inverno.
Quando il maltempo apre le giostre non solo il canneto che circonda Marina di Ragusa ma tutto il mondo attorno assume contorni diversi e si divide in immagini distinte e contrapposte, dialoghi mobili ed immobili sfide.
Sono immobili le case davanti al porto, chiuse ed impettite, mentre gli alberi sferzati dal vento sfiorano le loro imposte. È immobile la diga, mentre le onde la sommergono e schiumano beffarde dentro al porto. Sono immobili i tronchi delle palme, mentre le fronde si piegano e si aprono e danzano al suono delle raffiche. Immobile è la spiaggia, mentre il mare la sommerge e l’abbandona in un ribollir di schiuma. Immobili gli avventori dentro al bar, davanti ad un caffè, mentre fuori, sui pontili, camminiamo contro vento, spettinati e piegati, col viso verso terra a difenderci dalla pioggia battente. E mentre la barca scalpita, scricchiola, ondeggia e sfiora con l’albero gli alberi vicini, le bitte sono immobili sul pontile.

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Mobili e immobili, dubbi e certezze, sogni e realtà.
Non c’è spazio per le sfumature sotto la tormenta. Tutto è chiaro.
“Con me o contro di me!”gridano le raffiche che spazzano il cielo.
Il vento non accetta compromessi ed impone al mondo di scegliere.

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Foto di Luana http-//www.sy-agogo.ch

Cenere e lapilli

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Verne la sapeva lunga.
Quale miglior finale, infatti, dopo un viaggio al centro della terra, che non essere catapultati nella realtà consueta dalle fauci di un vulcano?
Questi monti, apparentemente innocui e bonari, sembrano fatti per stuzzicare l’immaginario, per appagare il desiderio d’avventura.
L’Etna non è certo un’eccezione. Già da lontano la sua sagoma promette d’essere non solo ciò che sembra. Le dolci pendici e la cima smussata farebbero pensare ad una pacifica montagna ma le volute di fumo che escono dalla sua bocca non lasciano dubbi.

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Mano a mano che ci si avvicina si lascia il paesaggio marino per inerpicarsi tra paesini che, non fosse per qualche palma, sembrerebbero austriaci.
Poi la vegetazione lascia il passo alle rocce laviche, ed ecco che, tutto attorno, non è altro che un nero e appuntito scenario da draghi.

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Nè il rifugio che si raggiunge in auto, nè la funivia che porta ai crateri principali riescono a spegnere il fascino selvaggio del luogo.
Camminiamo con rispetto sull’orlo dei crateri

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e saliamo ripidi pendi di lava leggera, nella quale si scivola e si affonda come fosse neve.

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Quando i nostri schiamazzi tacciono, il silenzio è quello di una grotta a cielo aperto. All’imbrunire, mentre il sole scompare all’orizzonte, le luci di Catania si accendono e il fumo delle fumarole nella piana si staglia nel cielo grigio.
Poi… è oscurità e, come liberato dalla presenza fastidiosa dell’uomo, l’Etna si lascia sfuggire dalle profondità lontane della terra, un cupo, breve e profondo sospiro.

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Modica

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A voler essere romantici, si potrebbe pensare che gli orologi fermi sulle torri e sulle chiese di Modica non lo siano per caso. Un modo per ricordare che il tempo è poco più di un’opinione e che qui , come forse in tutti i paesi della Val di Noto, si è fermato.
La città natale di Quasimodo, dall’alto del belvedere del Pizzo, è un acquerello di tetti di suggestiva bellezza.

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Belvedere Pizzo

Chiese e palazzi barocchi si contendono la nostra meraviglia, aiutati, non poco, da un cielo profondamente blu e da fioriture sgargianti.

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Duomo di San Giorgio

Passeggiamo tra i vicoli, su e giù dalle immancabili scalinate con la famiglia felicemente al completo (Daniela e Silvia con Emilio ci hanno raggiunto da un paio di settimane) e Luana e Romano, due nuovi amici, di ritorno dal giro del mondo, ovviamente in barca a vela (Il loro sito, come di consueto, nella pagina “Amici giramondo”).
Luana, che ha il raro dono di scovare le storie celate nell’ombra, grazie al suo garbato e sincero “ficcanasare” ci procura due piacevoli incontri: un intagliatore di legno che, grato della nostra attenzione, ci regala due bastoni da passeggio di giovane ulivo

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Luana e i bastoni d’ulivo

e una pittrice bresciana, emigrata undici anni fa, dal grigio della città al blu del mare.

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Laboratorio d’arte di Giulia Berini

Intanto, mentre il crepuscolo punta i riflettori su Modica alta, lasciando a mano a mano, il resto della case nell’ombra,

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ll castello

entriamo nella bottega profumata della Dolceria Bonajuto.

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La massa di cacao da cui nasce la cioccolata modicana

E così, in pullman, mentre ci lasciamo Modica alle spalle, portiamo con noi un po’ della sua magia, racchiusa in scure, dolci e ruvide tavolette di cioccolata.

 

Old style

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Non serve nascondersi dietro un dito. Invecchiare non piace a nessuno, soprattutto se rovistando tra le pagine del vocabolario si legge:

la vecchiaia è l’età del tramonto, della fine delle speranze, del declino.

Nessuna sorpresa quindi se i primi capelli bianchi gettano più di una persona nel panico.
Eppure…
Fino a qualche tempo fa l’immagine riflessa e contraria che  mi veniva in mente di fronte allo spettro di un vecchiaia sola e triste era quella rubata da uno splendido film. Gli occhi allegri, stupiti, grati e affamati dei protagonisti di Buena Vista Social Club, in visita a New York. Una vecchiaia senza ombra di tramonto, beffata dalla musica e dal loro talento, elementi, però, difficilmente condivisibili.
Poi, siamo arrivati qui, in questo porto stracolmo di “livingboard”, con una netta maggioranza di rappresentanti della terza età. Vecchietti claudicanti che passano tutto il giorno a leggere nel pozzetto della barca con la copertina di lana sulle ginocchia?
Macché.
Più scatenati e organizzati di una banda di contemporanei ventenni, si travestono per Halloween, fanno ginnastica sulla spiaggia alle otto del mattino, improvvisano gruppi musicali, noleggiano pullman per andare alle serate jazz di Ragusa, programmano le prossime crociere estive nel Mediterraneo ma non disdegnano l’Atlantico e, più in generale, sembrano ignorare i cambiamenti incisi nel corpo ed entrano in barca salendo da scalette improbabili e programmano la traversata atlantica mettendo in conto i farmaci salvavita con la stessa noncuranza con cui preparano la cambusa.
Il tempo è più clemente con chi parla inglese?
L’amore per il mare rende più forti?
Sono immaturi ed incoscienti?
Sono solo spudoratamente fortunati?
Liberi di pensarla come volete.
Io apprezzo il loro entusiasmo e, soprattutto, li ringrazio per farmi sperare che

…chi ama profondamente non invecchia mai neanche quando ha cent’anni. Potrà morire di vecchiaia ma morirà giovane…
(Romano Battaglia – Cielochiaro)

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Radio net

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Ore 8:50
Il vhf della barca è acceso sul 72; accanto a me Anna, un’amica conosciuta da poco, che come un gentilissimo angelo custode mi assiste… nel caso qualcuno facesse domande…
Ore 8:55.
Rileggo e sono un po’ agitata…
Ore 9 in punto.
La radio chioccia: Good morning Marina di Ragusa winter live-aboards…
Lo schema é sempre quello, tutti i giorni: saluti, emergenze sanitarie e no, previsioni del tempo e via così, con un rigore tipicamente britannico.
Aspetto il fatidico punto 8: Social Activities & events…… are there any announcements this morning? Go Ahead Please…

Ecco qua, tocca a me!
In un inglese con spiccato accento bolognese annuncio che le lezioni d’italiano partiranno da novembre.
Ebbene sì, il “subdolo” consorte è riuscito, non so come, a diffondere la notizia che sono un’insegnante d’italiano, le richieste si sono accumulate e, incredibile ma vero, questo inverno, fra le tante cose, farò anche il mio mestiere.

Siamo sempre a Marina di Ragusa ma da un po’ di tempo a questa parte il porto si è riempito di barche. Più di un centinaio di vele che trascorrono qua il cosiddetto invernaggio. Tutte rigorosamente straniere: olandesi, francesi, inglesi, americane, australiane, tedesche, spagnole, svizzere. Appartengono tutte a coppie di mezza età ed oltre e vivono in barca in un luogo dal clima decisamente migliore di quello dei loro paesi d’origine. Una piccola comunità organizzata, con il suo appuntamento radio quotidiano, gli aperitivi due volte a settimana, gli incontri di ginnastica sulla spiaggia, e tanto altro, tra cui, ora, la possibilità di imparare l’italiano!

In questo contesto internazionale, le barche di connazionali sono una rarità: oltre a Werther, una vecchia conoscenza di Trapani, Rosanna e Alessandro che mi hanno presentato i miei primi allievi (una coppia di americani che vivono da 17 anni in barca) e Anna e Paolo tornati or ora nel Mediterraneo dopo un giro del mondo, durato tre anni. Li incontriamo con un pizzico di sollievo, quasi fossimo all’estero, ma il piacere di conoscerli e passare del tempo insieme è sincero e non frutto di spirito campanilistico…

Ore 9:10.

La radio chioccia: Finally is there any other business before we close the net? There being no other business we will close the net for this morning.

Il messaggio radio è finito ma l’invernaggio è appena cominciato.

Ps. Il blog di Anna e Paolo insieme a quello di altri  cari amici in una nuova pagina: “amici giramondo”

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Cena a bordo di Zoomax di Anna e Paolo

Ragusa

L’autobus sfreccia a velocità impressionante sfiorando i muri delle case, costringendo le auto che incontra a riparare sul marciapiede, affronta i tornanti come un motociclista con il ginocchio a terra, mentre dai finestrini scorrono spettacolari scorci di panorama.

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Per fortuna Stefano è serio, anzi, forse un tantino preoccupato; a me, invece, sembra d’essere sulle giostre e mi viene da ridere.
Ma non vorrei mai essere fraintesa dall’autista a cui la vocazione di pilota di Formula Uno non impedisce d’essere d’una gentilezza imbarazzante. Sull’autobus, francesi, inglesi, turisti di passaggio, come noi, e a tutti lui dà indicazioni con una pazienza certosina. Accompagna con lo sguardo la signora americana che cerca il suo alloggio e riparte solo quando lei lo rassicura con un cenno della mano; si ferma, fuori da ogni obbligo stradale, per rispondere ad un passante che gli chiede quanto manca ai giardini, ci indica la fermata in cui dobbiamo scendere con tanto di orari per la successiva coincidenza…

Siamo sull’undici e stiamo tornando, dopo aver visitato Ragusa Ibla, la parte vecchia della città, verso Ragusa superiore.
Una città con due volti, Ragusa: l’uno estraneo all’altro, ma entrambi bellissimi.
Passeggiando per “il salotto” di Ragusa moderna,

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Ragusa superiore: piazza S. Giovanni

in strade pulite, ordinate, fiancheggiate da negozi, non ci si aspetterebbe da un momento all’altro di vedere, in fondo alla valle, assediata da una vegetazione lussureggiante, spuntare un’isola di tetti e muri e campanili;

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Ragusa Ibla

devastata da un terremoto nel 1693 e ricostruita mattone su mattone, la Ragusa barocca, Patrimonio dell’Umanità, fa onore alla sua fama.
Dall’alto sembra quasi irraggiungibile,

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ma, guardando meglio, si vedono le centinaia di gradini costruiti sulla collina che tengono unite le due anime di questa città: quella nuova, dinamica, europea (se mi passate il termine) e l’altra antica, emozionante, perduta nel tempo.
Un tempo che qui si sposta, come in un libro di fantascienza, ma in modo molto più semplice che in qualunque trama: semplicemente facendoci scendere le scale o salire su un autobus…

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Se non fosse…

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La piazzetta principale

Del vecchio villaggio di pescatori, Marina di Ragusa conserva poco.
Un bastione di una torre difensiva e il piccolo scalo con qualche barchetta a secco ma dove il cuore dell’antica Mazzarelli, com’era chiamata fin dal tempo dei Bizantini, batte ancora.
Un luogo che i vecchi del posto tengono vivo riempiendolo con i loro tavoli di legno e le loro partite a briscola.
Tutt’intorno è un paese di “riviera”: locali graziosi, passeggio serale nonostante l’ottobre imminente, una bella strada pedonale sul lungo mare, chilometri di ciclabile degna degli standard olandesi

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Ciclabile per Punta Secca

e le villette tipiche da “seconda casa”, pulite, ordinate e, in questi albori d’autunno, silenziose. Del resto la popolazione locale passa dai 3500 abitanti invernali ai 90000 (!!!) estivi, come mi spiega una gentilissima addetta all’ufficio turistico, follemente innamorata della sua terra e del suo paese.
Se non fosse per il silenzio irreale del porto, alle dieci di sera, nonostante i pontili praticamente tutti pieni
Se non fosse per le villette sulla strada, illuminate e silenziose, con i loro giardini lussureggianti dove spicca il rosso scuro degli ibischi e dei rododendri
Se non fosse per il calar del sole che sprigiona prepotente il profumo della macchia mediterranea
Se non fosse per le palme in spiaggia e l’acqua del mare calda e trasparente

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La spiaggia

Se così non fosse penserei d’essere tornata a casa, in Romagna.
Una Romagna mediterranea!!
Che sia la quadratura del cerchio?
Un po’ presto per dirlo ma intanto è deciso: ci fermeremo qui per l’inverno.

Fortuna

Versione 2
Satiro danzante: particolare

Punta Secca, a 5 chilometri di bici da Marina di Ragusa. La casa di Montalbano alle spalle. Un mare spettacolare davanti agli occhi. Qualcuno che attacca bottone. La chiusa prima dei saluti:
“Siete proprio fortunati!”
Vero, verissimo, lo so!
Ma la dea bendata ha mille volti, uno per ogni desiderio. Per alcuni i fortunati sono quelli ricchi, o quelli belli, o quelli potenti o quelli con una vita spericolata o quelli con un posto fisso… e io non so a cosa pensa il simpatico signore che mi sta di fronte ma so che stare in mezzo al mare cambia le prospettive.
La barca spaziosa al porto é un guscio di noce quando l’orizzonte non ha fine e l’uomo che la timona diventa una punta di spillo.
É facile allora accorgersi che non ci si pensa mai, che ci si è abituati: ad essere sani, ad essere liberi, ad essere vivi. Scontato? Drammaticamente non per tutti.
Ma il timoniere che imposta la rotta e ringrazia il vento a favore e conduce una barca docile ai suoi comandi sa che è un uomo fortunato ed è grato al mare che non gli permette di dimenticare…

“Siete proprio fortunati”
“Mio caro signore, lei non sa quanto”

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Casa di Montalbano
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Faro di Punta Secca

Licata

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Sembra la reggia della bella addormentata, dopo l’incantesimo, quando la foresta di rovi e spine nasconde il castello.
Licata è così.
Ci sono vicoli e vicoletti con case che sarebbero bellissime se non fossero abbandonate alla polvere del tempo.
Ci sono tesori archeologici dietro cancelli chiusi e arrugginiti.

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Il sito archeologico

C’è un castello a cui porta una bellissima strada pavimentata, così vuota e sperduta che il nitrito dei cavalli rinchiusi in un improvvisato recinto di rete ci fa sobbalzare.
E poi ci sono cose uniche: le foto degli alleati al loro sbarco (prima operazione delle truppe alleate sul suolo italiano, in codice operazione Husky),
il cimitero monumentale più esteso ed inquietante che abbia mai visto,

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Il cimitero

un porto turistico stupefacente, con palme e prati all’inglese e macchine da golf che portano gli ormeggiatori da un luogo all’altro,

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Marina di cala del sole

un’ osteria            image           ricercata e preziosa come fosse in via Rizzoli a Bologna, dove ho scoperto sapori che non pensavo esistessero.
Licata è così.
Un po’:
“ Peccato che…”,
un po’:
“ Non avrei mai pensato che…”
E, a proposito di sorprese, qualche giorno fa, al nostro arrivo, ci ha dato il benvenuto Giuliana. E’ stato inaspettato e piacevole. Amica di amici, blogger e candidata con Roberto e la loro “Paddy Boy” alla grande avventura chiamata Atlantico, ha riconosciuto la barca e ha fatto gli onori di “casa”.
Ancora una volta un contrasto nella città dei contrasti.
Il popolo del mare,  che, per definizione dovrebbe essere libero e disperso per il mondo, prima o poi,  con gran gioia, si trova e si ritrova sempre.