Sapore di città

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La febbre comincia a salire lentamente giá nei giorni che precedono la partenza…
Il riepilogo mentale si fa incalzante: visite prenotate? OK ; appuntamenti fissati? Ok; amici avvisati? OK ; check-in? OK.
Anche quest’anno la settimana annuale di rientro cittadino non si trascina dietro i lenti ritmi siculi ma è pronta ad inghiottirci con i suoi tempi frenetici.
Arriviamo a Bologna di notte ma con la mente già proiettata agli appuntamenti del mattino dopo.
Ci sono sempre troppe cose da fare e il tempo, con il quale avevamo fatto pace, ci è di nuovo nemico.
Eppure ci organizziamo al meglio e riusciamo ad incontrare se non tutti, almeno molti. Con una disinvoltura che credevamo perduta incastriamo incontri ed eventi riuscendo persino a vedere la mostra di Bowie (bellissima!) image prossima alla conclusione.

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Qualcosa, una sorta di memoria storica, fissata nel DNA, ci induce a organizzare, pianificare, correre…
Allo stesso modo il nostro corpo si adegua e, al pari della mente, dopo il primo giorno di tosse e occhi lacrimanti, sopporta con apparente indifferenza lo smog dell’ora di punta.
Le capacità di adattamento umane sono fantastiche.
Così perfette.
Così pericolose.
Io sono stata fortunata.
Ho frequentato campi e boschi fin da bambina e, quando ho avuto una casa mia, è stato in campagna, dove di notte si sentivano gracidare le rane e cantare gli usignoli. Ora vivo in barca col profumo della salsedine e il rumore del mare.
Posso abituarmi, mimetizzarmi, adattarmi, posso vivere in cittá una settimana all’anno e riempire l’agenda d’impegni ma quando mi affaccio ad una finestra e, guardando in alto, vedo solo uno spicchio di cielo grigio, non posso dimenticare quello che mi manca.
Mancherá a tutti? mi chiedo, e spero di sí.
Perché la mancanza è una gran cosa: ci ricorda che abbiamo avuto qualcosa (…un mondo…un pianeta…), ci ricorda che l’abbiamo perso ma, talvolta, può ricordarci anche che possiamo ancora cercare e ritrovarlo.

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Lazzaro

Ricordate il mitico GPS, perito dopo la burrasca di quest’estate? Nonostante avessimo provveduto a rimpiazzarlo con uno nuovo, non avevamo mai avuto il coraggio di gettarlo via. L’avevamo chiuso, quasi per scaramanzia, in un cassetto, in attesa di non si sa bene cosa.
Ebbene, proprio in questi giorni, la “cosa” è arrivata.
Richiamate dal mio compleannoimg_4081

Daniela e Silvia (da sempre i miei regali preferiti…) sono approdate a Marina di Ragusa e con loro Emilio, il fidanzato di Silvia.

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Torta e candeline per me e Paolo

Dotato di un talento tecnico fuori dal comune ha preso a cuore il destino dell’oggetto elettronico. Contento come un bambino davanti alle caramelle, si è messo a guardare, smontare, cambiare ed inserire e con una serie d’azioni per me paragonabili al “bidibibòbidibù” ha compiuto il miracolo. Di nuovo funzionante il GPS si è acceso sugli ultimi dati registrati.

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Non proprio quelli di una tranquilla veleggiata, ma a rileggerli ora, ormeggiati in porto, tranquilli e sicuri, fanno tutt’altro effetto, anzi finiscono con l’essere un “quasi bel” ricordo.

Così, se avete qualcosa di meccanicamente defunto, prima di buttarlo via assicuratevi che non ci sia un “Emilio” nei paraggi. La resurrezione potrebbe essere dietro l’angolo.

Ti ricordi?

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Se potessimo raccogliere i ricordi che gli altri hanno di noi come si raccolgono le conchiglie sulla spiaggia, sono convinta ci ritroveremmo con una ben bizzarra collezione.
A priori non ci sono dubbi. Per un’insegnante poi, c’è la certezza cristallina che quella bella lezione… quel discorso edificante… siano collegati indissolubilmente alla propria immagine.
Ma prima o poi succede!
Un ex alunno, dieci anni dopo, ma anche un amico perso di vista o le stesse creature che ricordano quando “erano piccole”… e l’interlocutore di turno comincia a far riferimento a fatti importanti (per lui…) fino a spingersi, talvolta, a ringraziarvi o a biasimarvi e voi…o non ricordate assolutamente nulla di tutto ciò, o comunque non lo ricordavate fino a un attimo prima. Certo avevate in mente milioni di altri particolari, aneddoti e quant’altro, ma assolutamente NON quello che la persona che avete di fronte aveva archiviato sotto il vostro nome.
Non so voi, ma io ho sempre un attimo di smarrimento quando accade perchè capisco in un lampo che ciò che gira il mondo col mio nome potrebbe essermi completamente sconosciuto.
Così oggi, riponendo la ritenuta dell’ancora, costruita con una cima regalateci da due amici veneziani, due anni e mezzo fa, mi chiedo se si ricordino di noi come noi di loro.

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Croazia 24 luglio 2014

Quasi sicuramente no, è stato un incontro breve e casuale, come tanti, eppure sono nei nostri grati pensieri ogni volta che caliamo l’ancora, in ogni rada. E questo, fuor d’ogni dubbio, non l’immagineranno mai.

Se potessimo raccogliere i ricordi che lasciamo, come conchiglie sulla spiaggia…chissà?
Forse scopriremmo che niente di ciò che facciamo è innocuo e, a volte, ciò a cui non diamo peso traccia solchi profondi e ciò che crediamo importante scivola via, come olio sull’acqua.

Casa dolce casa

Tecnoparco Archimede, alle prese con lo Stomachion
Tecnoparco Archimede, alle prese con lo Stomachion

Lasciamo Siracusa non senza aver reso omaggio ad un cittadino illustre e un po’ … datato.
Il “Tecnoparco Archimede” è una collezione all’aperto delle principali invenzioni del genio in questione ed è gestito con competenza e grandissima simpatia dalla guida locale.

La guida ci fa provare gli specchi ustori
La guida ci fa provare gli specchi ustori

Io, che faccio fatica ad incastrare i mattoncini Lego, non finisco di stupirmi di come la meccanica di oggi funzioni ancora secondo le regole dettate più di 2000 anni fa.
Anche in barca tutto ció che si solleva, si sposta, gira…lo deve proprio ad Archimede. È quindi anche grazie a lui che arriviamo finalmente a… casa!
Lo so, fa ridere.
Chi vive in barca sembrerebbe esserlo sempre o non esserlo mai, ma non è proprio così. Almeno non per me che, per sentirmi a “casa”, ho bisogno se non di un tetto, certo di un luogo sicuro e familiare.
E dopo 5 mesi e 2124 miglia, Marina di Ragusa é quel luogo.

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Ora posso ignorare il meteo e la direzione del vento, quando cammino incontro volti conosciuti, le persone mi chiamano per nome e Cautha é ormeggiata, al sicuro; ha i timoni coperti, la bandiera riposta nel gavone e si appresta ad essere pulita, lucidata e curata come merita.
Le siamo riconoscenti per averci accompagnato nella “buona e cattiva sorte”, per averci tenuti ben saldi nelle rade, per averci fatto divertire e per averci difesi quando il maltempo ha dato il peggio di sé. Senza mai un problema, un cedimento, sicura e affidabile.
Potrà sembrare infantile provare affetto per un mezzo meccanico ma non credo d’essere l’unica e, ora, al “traguardo”, penso a lei con enorme gratitudine e, nell’illusione che possa sentirmi, le rivolgo un profondo e sincero
Grazie!

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Alba e tramonto

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Cautha punta la prua a sud ed esce con prudenza dal porto.
Non c’è luna e le stelle brillano, tante e vivide.
Sono le prime ad annunciare l’alba, sbiadendosi, a poco a poco, quando ancora tutto intorno è notte. Cedono la loro luce all’orizzonte da cui sembra salire una nuvola sottile e lunga, fatta di nebbia chiara che ancora non assomiglia alla luce. Poi tutto accade piú in fretta, i contorni delle cose si fanno evidenti, il mondo si illumina, il mare si vede. È solo a questo punto che il sole spunta con focosa arroganza dalla linea lontana dell’orizzonte.
Ed è giorno.
Come sempre, compirà il suo quotidiano tragitto e quando scenderà, dall’altra parte del cielo, vedremo i suoi raggi tingere d’oro vecchie mura e cospargere di riflessi un’ampia e quieta baia.
E allora, lo spettacolo della natura si unirà a quello dell’opera dell’uomo e il tramonto illuminerà una meraviglia pari alla sua…un’antica e splendida città…
Saremo in Sicilia.
Saremo a Siracusa.

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Roccella

 

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Riconosco gli ormeggiatori appena li vedo, cosa non facile, considerato il breve tempo trascorso qui, due anni fa. Ancora meno facile che loro riconoscano noi, eppure così è. Roccella Jonica è un posto un po’ speciale. Una piccola perla nella Riviera dei Gelsomini, un porto sicuro, moderno, ben gestito dove cominciano a prolificare gli equipaggi dei “living board” che decidono di passare qui l’inverno. Siamo accolti con grande calore da tutti e ritroviamo, se non le tavolate chilometriche, ormai fuori stagione, certo la splendida pizza al metro che contraddistingue il ristorante del porto e la gestione amichevole e familiare di sempre. Il lungomare, lasciato libero da ombrelloni e bagnanti è magnifico e le sfumature di turchese dell’acqua non hanno nulla da invidiare a quelle che abbiamo lasciato dall’altra parte dello Ionio.

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Dobbiamo fermarci qualche giorno in attesa del vento “buono” e ne approfittiamo per un tour ferroviario. Il trenino sembra uscito da un fumetto, due vagoni in croce, ma Locri, dove scendiamo, purtroppo nasconde la sua parte migliore in luoghi raggiungibili solo in auto. Sarebbe una delusione se non ci fermassimo, quasi per caso, in un anonimo bar.

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Un cartello discreto pubblicizza gli unici quattro gusti di gelato artigianale. Ebbene, se al gusto dovesse corrispondere la vista, questo piccolo bar dovrebbe essere in Piazza S. Marco…
La cura nella scelta dei prodotti, la passione e l’abilità di questo artigiano del gusto sono encomiabili e il risultato favoloso.
È sotto ingannevoli apparenze che si celano spesso autentici tesori…e in questa terra schiva, a volte spigolosa, val sempre la pena di scavare…

Scuse ufficiali

 

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Due anni fa, percorrendo questa stessa rotta verso Trapani, avevamo lasciato Crotone senza troppi rimpianti. L’edilizia selvaggia anni ’70 e lo stato d’abbandono del castello ce l’avevano fatta considerare un po’ una Cenerentola del sud. Così adesso, le aspettative all’approdo erano quasi nulle. Ma, come spesso accade quando ci si aspetta il peggio, il meglio ci sorprende.

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Alla ricerca di un paio di negozi, ci inoltriamo oltre le viuzze del porto e scopriamo un lungomare “nordico” con chilometri di ciclo-pedonale attrezzata e spiagge dorate e ampie, splendide nella solitudine autunnale.

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Anche il centro storico, con le sue chiese, i suoi viali di ficus, rifugio al tramonto di uccellini ciarlieri e le sue strade ampie ci sorprende e ci induce ad un passeggio tranquillo e piacevole.

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Ma, il colpo di grazia, per cosí dire, per “costringerci” a presentare ufficialmente le nostre scuse, l’abbiamo all’ora di cena. Crotone ci corteggia il palato con piatti spettacolari a base di pesce al “Porto Vecchio”, dove il gusto dei gamberi freschissimi si sposa deliziosamente con i chicchi di melagrana dell’orto…tanto per fare un esempio… E, alla resa dei conti, (in senso non figurato) la sorpresa è altrettanto piacevole. Lieti, quindi, di poter smentire, chiediamo venia. E, se il meteo non sarà favorevole, pazienza, ci fermeremo qualche altro giorno ben volentieri.

Arcobaleno

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Foto di Patrizia

Se l’arcobaleno è il bicchiere mezzo pieno di un cielo ingombro di nuvole, di perturbazioni che si inseguono come perle di una collana, di giorni di pioggia, la pentola d’oro che si trova ai suoi piedi sono gli incontri straordinari che abbiamo fatto in quest’ultimo mese.
Per ultimi a… cader nel pentolone, Giancarlo e la sua “ciurma”.

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Quattro simpatici amici, Giancarlo, Patrizia , Lita e Marco, incontrati a Preveza, graziosa cittadina continentale.

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Molo di Preveza

Con loro abbiamo condiviso ormeggio, temporali, cene ed, infine, il trasferimento a Corfù. Se navigare è un piacere, farlo in compagnia, scambiandosi gracchianti saluti in radio, unisce il piacere al conforto. Ora, però, le nostre rotte si sono divise. Li abbiamo lasciati al delizioso porticciolo di Mandraki, dove le barche si dondolano in acqua, sotto le mura della fortezza, cullate dalla musica che scende fino al mare, dalle finestre del conservatorio.

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Corfù

Giancarlo rientrerà a Trieste, noi, invece, prua ad ovest, abbiamo lasciato la verde Corfù, ancora piú rigogliosa a paragone delle coste brulle dell’Albania che le stanno di fronte, e siamo approdati a S. Maria di Leuca, sul “suolo natio”. E da bravi esuli, di ritorno al bel paese, stasera una pizza non ce la leva nessuno…

Dismissione di bandiera...
Dismissione di bandiera…

 

La mia casa è partita in barca

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Le storie raramente sono strade con una direzione precisa. Piuttosto simili a fronde d’alberi, con rami intricati, ricami diversi a seconda del punto da cui si guarda.
Così la nostra piccola e modesta storia.
Noi, a nostro modo, l’abbiamo raccontata, ma questa volta la narratrice è una giovane viaggiatrice che scopre all’improvviso da dove vengono quei “geni malati” che la spingono a partire, è una figlia, poco piú che adolescente, i cui genitori “scappano” di casa, è una sorella che non sa piú in che parte del mondo cercare i suoi affetti.
È la storia di un’idea ma anche di dubbi, di domande e di risposte, ricca di aneddoti, sincera e scanzonata.
Ma soprattutto è una storia che sorride e fa sorridere: è la Sua storia della Nostra storia.

Silvia presenta “La mia casa è partita in barca”, edito dal Frangente al salone di Genova il 24 e 25 settembre. Se passate di lì andatela a salutare, ne sarà contenta.
E se volete leggerlo ovunque siate:

http://www.ibs.it/code/9788898023707/sola-silvia/mia-casa-e-partita.html – La mia casa è partita in barca – Sola Silvia – Libro – Il Frangente – – IBS

Argostoli

 

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Ormai è innegabile. Le proporzioni di verde e azzurro nella mia anima, sono nettamente a favore delle prime. È sicuramente per questo che, quando approdiamo nella baia di Argostoli (Cefalonia) mi sento a casa; tra boschi di eucalipti, cipressi e ulivi si estende l’ampio golfo e una laguna dove le tartarughe (caretta-caretta) riposano per parecchi giorni, prima di nuotare verso le spiagge di nidificazione.

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Se ne vedono ovunque, nuotare placide e sicure. Vengono a mangiare le cozze sui pontili, gironzolano, non senza un doppio fine, accanto alle barche appena rientrate dei pescatori, si lasciano fotografare con pazienza dalle orde di turisti catapultati a terra dalle navi da crociera.

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Un ponte pedonale, come un nastro galleggiante sull’acqua, collega il marina abbandonato (dove ormeggiamo la barca) con la città e qui incontriamo Mauro e Giuliana, in vacanza, approdati in Grecia seguendo un arcobaleno

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e Roberto e Michela che con Chino, adottato proprio qui, vivono in barca da qualche anno.

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Approfittiamo della loro compagnia con il piacere e la gratitudine che si riservano alle “belle” persone pensando che, come nelle storie d’avventura, è in luoghi come questi, deserti, dismessi e perduti che si nascondono i tesori…

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Priorità

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Qualche metro separa il grande piazzale dal molo d’ormeggio. Nel piazzale una manciata di camper parcheggiati. Lungo il molo altrettante barche a vela. Tutt’intorno cielo nero, pioggia a secchiate e groppi di vento improvvisi e violenti. L’acqua rabbiosa spazza il cemento e solleva nuvole di catrame. Due panchine di legno tentennano un po’ e poi vengono spazzate via. I tuoni esplodono nelle orecchie dei barcaioli che con la cerata e il motore in moto, sotto l’acqua, resistono al vento che spinge le barche sulla banchina. I camper oscillano, ma non troppo. Appena fuori dal porto tre neri imbuti fatti di nuvole. Dal loro interno un vortice gira e gira come un cavatappi di vento, tocca il mare e risucchia l’acqua nelle sue fauci. Il piú grande sfiora una barca a vela, per ripiegare poi su una gigantesca barca da crociera. Qualche eterno minuto e poi le trombe marine si esauriscono. Se aver sangue freddo significa mantenersi lucidi e tranquilli io sono prossima… all’ebollizione… Poi, quando la natura pietosamente concede tregua, la porta di un camper si apre e ne esce un omino tarchiato con un’anguria. Si appoggia al muretto e la taglia. Ha aspettato per non sporcare la cucina…

Lo guardo con occhi colmi d’invidia. Avrei pagato per essere stata al suo posto, ma a lui, non sarà certo venuto in mente…
E, del resto, anch’io devo sforzarmi per ricordare quei tanti che, purtroppo, farebbero volentieri cambio con me, anche se sono stanca, bagnata e spaventata.
L’uomo è un animale strano, non ha il senso delle proporzioni, sa bene quel che gli manca e molto meno ciò che ha, s’infuria per nulla e poi, a volte, la Natura ricorda a tutti le vere priorità…

Pilos

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Nel terzo “capitolo” (libro, per i pignoli…) dell’Odissea di Omero, Telemaco approda proprio qui, su queste spiagge, per cercare notizie del padre Ulisse. E, in modo figurato, da qui é partita, due mesi fa, anche la nostra piccola e personale odissea… Ora siamo di ritorno e, come l’epico navigatore, abbiamo la prua diretta alla mitica Itaca, in acque ioniche.
Pilos è un verdeggiante paese, dominato da una fortezza imponente che si specchia in un golfo così chiuso e protetto da sembrar piuttosto un lago.
Il porto è, come spesso accade da queste parti, cominciato e mai finito. Sembra un cimitero di navi e materiali abbandonati.

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Ma anche in un porto fantasma si possono fare incontri che hanno invece una grande consistenza. Conosciamo Giovanni mentre è indaffarato nelle modifiche della barca che si è costruito, la “Baronessa volante”. Nome curioso, che nasconde una storia di famiglia affascinante, quella di una delle più grandi donne pilota di auto da corsa, nonché aviatrice e scrittrice (e parliamo degli anni venti…!). Del resto, di storie curiose e affascinanti la vita di Giovanni ne è colma. Storie di terra e di mare, come quando, novello Ulisse, è partito da Venezia per giungere a Corfù con una barca di legno di 9 metri e mezzo, con vele al terzo…
É un piacere ascoltarlo e il tempo passa veloce.
I porti, per alcuni semplice rifugio, per altri obbligata sosta in vista di più ameni ormeggi, sono anche, invece e spesso, meravigliosi luoghi di vite incrociate.

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Per chi vuole approfondire le fantastiche avventure di Giovanni:

Fai clic per accedere a avanzo_antonietta.pdf

Fai clic per accedere a PROGRAMMA_BARONESSA_VOLANTE%2008.pdf

Fuori sincrono


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“Taste and view” recita un cartello appeso alla porta di un ristorantino di Tripiti. E sulla vista non ci piove.
Il paesino, fuori dalle rotte turistiche più battute è delizioso e domina dall’alto il gigantesco porto naturale di Milos.
Ai suoi piedi un’altra chicca: le casette colorate dei pescatori di Klima si specchiano nell’acqua che ne lambisce le fondamenta in un contesto quieto e più vero del consueto.

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Qui, nelle isole, tra Cicladi e Dodeccaneso, i locali, come il succitato ristorante, sono uno più bello dell’altro. Vista mare o all’interno, sotto pergole di bouganville o ombreggiati da rustiche stuoie, arredati con semplicità ma non banali, sono una vera tentazione.

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Ma, (e qui il ma è d’obbligo), sul “taste” ci sarebbe da discutere. Trent’anni fa, quando insalata era sinonimo di una verde foglia di lattuga accanto alla bistecca cucinata dalla mamma, l’insalata greca era stata una scoperta esotica ed entusiasmante.  Ora, viziata da due anni di Sicilia, mi mancano il  gusto intenso delle sue materie prime a km zero e l’infinita varietà dei piatti. Cosí, come in un film fuori sincrono, gusto e vista non vanno di pari passo.  
A dissipare l’italica nostalgia, una provvidenziale presa elettrica e la capacità del consorte di  montarla ci consentono di fare amicizia con un simpatico equipaggio romano. In buona compagnia e tra piacevoli chiacchiere trascorriamo quindi questi giorni da “ostaggi”, pronti a partire appena  Monsieur Meltemi si distrarrà.

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20 anni

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Porto di Ios, Cicladi

Oggi su Twitter.

“Finchè io vivo voglio avere vent’anni per tre o quattro ore al giorno”.
Antonio Fogazzaro.

Difficile non essere d’accordo, soprattutto per gli over 50.
Ma, almeno per quanto mi riguarda, il motivo, forse, non è così scontato.
Non penso tanto ai capelli senza tracce di bianco né alla rughe allora sconosciute. Piuttosto a quando mio padre mi disse: “La mamma è in ospedale” e io risposi senza il minimo indugio: “A trovare chi?” (e, tra l’altro…avevo visto giusto…);
penso a come mi sembrava normale e divertente (!) essere in bicicletta, in mezzo al fango, sotto l’acqua battente, aggrappata coi denti (letteralmente) ad un ramo sporgente;
penso a quando in moto, in tenda, all’estero, a qualche migliaio di chilometri da casa non mi capacitavo di dover trovare un telefono per dare notizie…ero in vacanza, cosa poteva mai succedere??

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La Chora, isola di Ios

Se è vero, come qualcuno ha detto, che la preoccupazione è un uso improprio della fantasia, a vent’anni la fantasia la usavo alla perfezione.
Avessi avuto una barca allora, sicuramente avrei avuto la stessa espressione di questi ragazzi che si incastrano con l’ancora, rischiano di rovesciarsi, partono con un meteo improbabile e ignorano meravigliosamente il significato della parola ansia.
Caro Fogazzaro, a ben pensarci, a me basterebbe anche solo aver vent’anni al momento dell’ormeggio…! E a voi?

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Il gallo di Astipalaia

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Baia di Maltezana

Alcuni nomi attirano la fantasia come una calamita e la imbrigliano nel suono delle loro lettere. Così, quando leggo sulla cartina il nome di quest’isola non posso proprio evitare di pensare ad una favola.
Converrete con me, che come nome proprio di una fata un po’ distratta sarebbe davvero perfetto. E piú di un indizio conferma la mia teoria.

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La forma dell’isola, innanzitutto: una farfalla riconoscibile ma irregolare, modellata da mani maldestre, le stesse alle quali deve essere sfuggita una manciata di candide zollette di zucchero, trasformate, poi, in bianche casette. Non parliamo poi dello scenario notturno. Solo un fondale dipinto a bella posta puó mettere in scena un presepe di lucine tremolanti sui fianchi della collina e appendervi sopra una falce di luna perfetta. Ma quello che non lascia dubbi è il gallo.
Come voi tutti sapete, il gallo canta all’alba, al sorgere del sole (ragion per cui me ne è precluso l’ascolto…). Ma Astipalaia doveva essere particolarmente distratta, quella volta. Così, per qualche incantesimo non proprio riuscito, il povero pennuto ha l’orologio biologico sballato e lo sentiamo cantare, orgoglioso e stridulo in tarda mattinata ( e passi…), al pomeriggio e, con effetto vagamente inquietante, a notte fonda! Povera bestia, senza un attimo di riposo! Speriamo che Astipalaia se ne avveda e rimedi presto con un contro incantesimo…!

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Il piccolissimo paesino di Maltezana

Cambio!

 

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Solo lo scalpiccio di venti paia di piedini rimbomba tra le pareti della palestra. È la quiete dell’attesa, quando le voci si trattengono. I piú furbetti mi guardano di sottecchi, con la testa un po’ girata mentre corrono dandomi le spalle. Poi, il momento tanto atteso: grido “CAMBIO!” e mimo la nuova andatura e la nuova direzione. Il silenzio è rotto e, ad ogni cambio, le risate si trattengono sempre meno…
Il gioco del cambio è uno di quelli che i bambini preferiscono e qui, nell’Egeo, a quanto pare, sembra essere assai gradito, ahimè, anche a vento e mare.
Tanto per rendere l’idea, fate finta di partire in una bella giornata di sole con 13 nodi ( che vuol dire circa 24 km orari), mare piatto e vele tutte aperte…
CAMBIO!
i nodi raddoppiano, il mare si alza, bisogna sbrigarsi a ridurre le vele…
CAMBIO!
il vento arriva dalla direzione contraria, tocca passare il genoa( che vuol dire la vela davanti) dall’altra parte…
CAMBIO!
il vento gira di nuovo, ora è sul naso, la barca sbatte sull’onda, si devono chiudere le vele e accendere il motore…
CAMBIO!
…….
La sequenza dura, piú o meno, per l’intero tragitto.
Sono sicura che un equipaggio di regatanti troverebbe tutto questo molto stimolante.
In confidenza, amici miei, per quanto mi riguarda, vi assicuro che, come in palestra, già al secondo cambio il silenzio è rotto… ma non esattamente da squillanti risate…😉

Panchina fronte porto

Foto di Daniela
Foto di Daniela

La panchina è deserta per gran parte del giorno. Una delle tante nella fila che delimita la banchina e si specchia nelle acque del piccolo golfo di Kalimnos.
Dietro, le colline da cui scendono col consueto vigore le raffiche del Meltemi.

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La lunga sfilza di ristoranti che segue i contorni del porto senza soluzione di continuità è impietosamente vuota. I passanti si perdono tra i vicoli e le casette colorate del “paese delle spugne”.

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Ma, al calar della sera, il lungomare si anima e la panchina diventa protagonista indiscussa.
Seduti in pozzetto, siamo in un salotto per metà acquatico e per metà terrestre dove, come in un talk show, gli ospiti vanno e vengono.
Guardiamo negli occhi, ricambiati, due ragazzi che conversano poco e sembrano aspettare chissà chi…
ignoriamo con più facilità il vecchietto che, pudico, si siede nello spigolo e ci gira quasi le spalle, come a chiedere scusa…
una mamma con figlioli chiassosi al seguito è troppo presa dai pargoli per occuparsi di dove sia seduta…
E via così, fino a notte fonda, quando al video si sostituisce solo il sonoro.
Daniela e Orlando (gradita new entry nel registro degli ospiti), nella cabina di poppa sono in prima fila, ma col sonno profondo dei 20 anni non ne risentono più di tanto e il sole che sorge ritrova la panchina nuovamente vuota e solitaria.

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La lasciamo alle sue storie e ai suoi silenzi e facciamo rotta col nostro giovane equipaggio verso baie inabitate.

Baia di Pserimos; Foto di Daniela.
Baia di Pserimos; Foto di Daniela.

Kos

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Una mucca che “pascola” in spiaggia è un’ immagine piuttosto bizzarra ma si inquadra perfettamente in quella che è l’atmosfera di Kos. La cittadina e l’isola intera vivono di inconsueti contrasti. Resti romani e greci, moschee,

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chiese cattoliche e ortodosse, fortezze veneziane,

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alberghi californiani, basi militari, vicoli tappezzati di botteghe e souvenir, supermercati asettici, spiagge di ciottoli, foreste di pini, gatti, capre, farfalle. Tutto insieme appassionatamente. Una convivenza che è una sommatoria di tutto, come una lista della spesa. Così capita che a 20 minuti dal porto dove, guarda caso, le coste greche e quelle turche si bagnano, per così dire, guardandosi negli occhi, le palme cedano il posto ai pini e agli ulivi. Tra le alture, inaspettato, spunta un paesino quasi montano,

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con pergolati carichi d’uva, limonata fatta in casa, yogurt di capra e vista strepitosa sul golfo e sulle isole.

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Sarà un caso che proprio in questi giorni siano venuti a trovarci i nostri nipoti ma non ci sarebbe stato momento migliore per visitare…Zia!

Zia Antonella e zia monica a ...Zia
Zia Antonella e zia monica a …Zia

Oggi come ieri

Marina di Kos
Marina di Kos

Che la Sincronicità sia nostra compagna di viaggio ormai è cosa nota e risaputa. Ciò non di meno ogni nuova imprevista coincidenza non manca di lasciarmi incredibilmente e piacevolmente stupita.
Partiamo dall’inizio.
Estate 1985.
Grecia.
In moto, (al tempo tedesca) e tenda (una delle prime igloo).
Un po’ giù di morale perché la moto ha qualche problemino, ( del resto avevamo voluto raggiungere una grotta in sterrato con una moto da strada…), conosciamo i nostri vicini di “piazzola”, guarda caso italiani, guarda caso emiliani, guarda caso bolognesi, guarda caso… praticamente vicini di casa.
Amicizia presto fatta e buona parte della vacanza trascorre insieme.
A questo punto fossimo in un film ci sarebbe una bella dissolvenza e ci troveremmo nel presente.
Estate 2016.
Grecia.
In barca (attualmente tedesca).
Sul pontile passa un gruppo di  connazionali ; uno di loro si attarda a guardare la bandiera petroniana che sventola a dichiarare la nostra origine.
Saluto educatamente.
Uno scambio d’occhiate poi è lui che ci riconosce.
Cerco e con un po’ di fatica trovo la sua identità tra la barba che al tempo non c’era. È proprio lui, in Grecia, d’estate, in vacanza, vicino d’ormeggio ma…la bellezza di 30 anni dopo.
Improbabile, impensabile, incredibile ma quando il Caso si diverte così non posso che levarmi il cappello…

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Quello che Facebook non dice

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Sacchetto nell’elica in mezzo al mare

A star con quello che lo Zingarelli dice l’ imprevisto è “fatto o circostanza che non è possibile prevedere”. Nel vocabolario di mare, invece, l’imprevisto è “fatto o circostanza che non è possibile prevedere ma che accade sempre”.
A differenza di quel che la maggior parte di persone può pensare l’intercalare più comune su una barca non è “Passami il drink, tesoro!” ma “Acc…”, “Dann…” Ma porc…” ed un’altra serie di espressioni meno fumettistiche ed un tantinello più triviali che lascio alla vostra fantasia.Il fatto è che, volenti o nolenti, il materno “ce n’è sempre una…” si adatta perfettamente alla vita del barcaiolo.
Gli imprevisti più comuni riguardano ovviamente il tempo: più vento del previsto, meno vento del previsto, proprio il vento che avevano previsto…ma dalla direzione opposta! Senza parlare di temporali, onde XL ed altre quisquilie simili.
Al secondo posto, gli imprevisti meccanici. In barca si può rompere quasi tutto quello che si può rompere in una casa più quasi tutto quello che si può rompere in un’ auto più tutto quello che si può rompere solo in barca.

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Luana che ricuce abilmente il bimini

Il dove e il quando sono poi corollari fondamentali: in ormeggio… nel momento esatto in cui serviva… dove è impossibile procurarsi pezzi di ricambio… Indispensabili pertanto, un’ ottima manualità e una conoscenza approfondita della principali leggi della fisica e della meccanica nonché una certa dose di creatività. Nel caso se ne sia sprovvisti (come me) è perentorio munirsi di un consorte adeguato.
Terzo gradino del podio, gli imprevisti da ormeggio: le trappe annodate, la botta di vento al momento dell’ormeggio, l’ancora che ara, il vicino che getta la sua proprio sopra la tua e non capisce nessuna delle lingue conosciute e neppure il linguaggio non verbale e via dicendo.
Credo, senza timor di smentita, che chiunque viaggi in barca potrebbe aggiungere altri innumerevoli ed illuminanti esempi.
Così, se le vostre ferie sono ancora lontane o, al contrario, appena finite, nel guardare le “social foto” di acqua azzurra e aperitivi al tramonto, non cedete ad una facile e banale invidia, ripensate invece a questo post e concedetevi un sadico e liberatorio sogghigno.

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In testa d’albero per “manutenzione”